Mi
sono laureata in Filosofia con il prof. Pietro Basso, docente di Metodologia
delle scienze sociali, nell'a.a. 2000/2001 presso l'Università
di Ca' Foscari di Venezia, con una tesi storico-filosofica intitolata
"La donna nel fascismo fra segregazione e mobilitazione"
. Da sempre interessata a comprendere l'ideologia e la politica fascista,
ho cercato di coglierne i meccanismi attraverso un approcio di genere
perchè fermamente convinta che lo sfruttamento di un gruppo sociale,
nel caso del fascismo in modo sistematico verso le donne, abbia uno
scopo intrisecamente politico: la realizzazione di una società
gerarchica e diseguale fondata su un potere esercitato da pochi e con
violenza.
Francesca Delle Vedove
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Questo
lavoro è finalizzato all'analisi del rapporto donna-fascismo
italiano con l'intenzione di dimostrare la radicata antifemminilità
del pensiero e della politica fascista. L'antifemminilità fascista
si è presentata, lungo tutto il ventennio, sotto due principali
aspetti entrambi perseguiti con la stessa efficacia: la segregazione
e la mobilitazione. Sono questi i poli che hanno caratterizzato la dinamica
del rapporto fra il fascismo, inteso come movimento prima e come partito
politico in seguito, e le masse femminili.
Ripercorrere la storia della politica femminile fascista e descrivere
i meccanismi che hanno caratterizzato il rapporto fra il regime e le
donne non è stato semplice. Tale rapporto infatti, non si presenta
né lineare né statico, tutt'altro, un continuo divenire
che negli anni ha subìto delle forti trasformazioni. La mia ricerca
ha cercato di cogliere le complessità e le contraddizioni, sempre
in atto, dei due soggetti, il fascismo appunto e le donne italiane.
Per quanto riguarda il fascismo, l'intera politica che il regime sostenne
trova la sua più intima essenza nella contraddizione. Se si ripercorrono
gli interventi statali del ventennio si è di fronte ad una sorta
di "schizofrenia", perché da un lato è riscontrabile
una continua alternanza di tentativi miranti ad escludere la donna dalla
società - le disposizioni in materia di voto amministrativo e
le normative sul lavoro - e dall'altro, un'incessante necessità
di coinvolgere le masse femminili all'interno stesso della struttura
sociale attraverso un inquadramento sistematico e progressivo nelle
molteplici organizzazioni fasciste.

Questa duplice direzione della politica fascista risponde alle esigenze
di porre le donne italiane a servizio di obiettivi pubblici senza turbare
quell'"equilibrio" sociale fondato sull'autorità maschile.
Ecco che l'esaltazione continua ed esasperata della maternità
non significò valorizzazione della donna e del mistero della
fecondità, ma espresse la preoccupazione del calo demografico
italiano rispetto alle mire espansionistico - imperialistiche del fascismo.
Accanto alle evidenti contraddizioni dell'iter fascista, la complessità
di questo lavoro riguarda inoltre l'analisi della realtà femminile
di quegli anni e delle risposte, date dalle donne, alla politica fascista.
Se
è lecito affermare che l'attivismo femminile fu un fenomeno ampio
e duraturo, è però necessario sottolineare
che all'interno dell'universo femminile non ci fu un'unica risposta
alle richieste incessanti del fascismo, anzi. L'azione delle donne è
frammentaria e sono esistiti dei chiari poli di dissenso. Ho cercato
di dimostrare l'impossibilità di guardare la realtà femminile
come un quadro unitario e coerente che rischierebbe di annientare le
differenze culturali ed economiche che, mai come durante il ventennio
fascista, furono così nette e abilmente sfruttate. 
La
risposta delle donne al diktat fascista è tutt'altro che omogenea:
lo sciopero delle mondine, il mancato aumento del tasso di natalità,
il rifiuto a partire per le colonie per scopi riproduttivi, mi sembra
costituiscano dei chiari poli di dissenso.
A questo
proposito, mi sono servita di una panoramica sulla stampa femminile
del ventennio per confermare la molteplicità dell'universo femminile
e per ridimensionare il mito del modello di sposa e madre esemplare
che tanto il fascismo promulgava, senza tener conto della possibilità
per le donne di avvicinarsi ad altri modelli culturali. I rotocalchi,
le riviste cattoliche e la stessa stampa ufficiale, pur non appartenendo
ad una stampa di opposizione, hanno mantenuto una certa apertura verso
argomenti non in linea con le direttive del partito e, in diverse occasioni,
hanno espresso attraverso articoli, editoriali, pagine di moda e di
letteratura un chiaro ed esplicito dissenso verso l'imposizione culturale
operata dal fascismo.
Certamente non sostengo che le donne furono libere di aderire a forme
culturali alternative a quelle fasciste, ma l'analisi della stampa femminile
mi ha permesso di fare una riflessione. Se l'intenzione del governo
fascista fu sicuramente quella di costruire uno stereotipo femminile
che mirasse all'esaltazione della maternità, ciò non esclude
di riscontrare uno scollamento, visibile per tutti gli anni della dittatura,
fra l'immagine ufficiale e la realtà quotidiana delle donne italiane:
ricca di diversità e frammentaria nelle sue manifestazioni di
assenso e dissenso.
Infine, ho cercato di definire i limiti di un consenso che sicuramente
non fu incondizionato ma un prodotto della macchina fascista, un consenso
dunque dal carattere coatto ed indotto.
Come
in tutti i regime totalitari, è l'apparato statale che riempie
e costruisce ogni momento della vita del singolo cittadino, è
impossibile parlare di un consenso spontaneo da parte delle masse femminili
in una realtà storica che ha utilizzato una pratica di violenza
istituzionalizzata per omologare le coscienze
individuali lungo direttrici a sé omogenee.
Credo che la subordinazione di una parte dell'umanità, sia essa
costituita da donne o da altri gruppi sociali, ha sempre un obiettivo
strettamente politico, la legittimazione cioè di un progetto
sociale finalizzato a costruire una società gerarchica ed ineguale,
ed a imporre con violenza l'egemonia di un gruppo sociale sull'intero
corpo della società. E' esattamente questo il progetto realizzato
dal regime fascista, un progetto politico che si è compiuto anche
attraverso uno sfruttamento ed un inquadramento progressivo delle masse
femminili.
Questo studio presenta una triplice suddivisione:
1. LA DONNA NEL PRIVATO: CONCEZIONE FASCISTA E INTERVENTI STATALI.
Partendo dallo studio della cultura positivista e del pensiero cattolico,
soprattutto di fine ottocento, ho messo in luce quegli aspetti culturali
che hanno contribuito alla costruzione della concezione fascista della
donna. Il progetto fascista ha costruito il mito di sposa madre e esemplare
attraverso un'esaltazione della funzione materna e un costante impegno
verso la rigenerazione dell'istituto familiare fondato sull'autorità
maritale - paterna. A livello politico, l'ideologia fascista si è
manifestata con una serie di interventi politici miranti ad escludere
la donna dalla vita pubblica e sociale per fissarla nel circolo eterno
di madre, sposa, sorella del "nuovo italiano": dai percorsi
scolastici differenziali alla sistematica politica demografico - familiare
fatta di assegni familiari, prestiti matrimoniali, premi di natalità
fino alla realizzazione dell'Opera Nazionale della Maternità
e dell'Infanzia (O.N.M.I.).
2. LA DONNA NELLA SFERA PUBBLICA: LA PARTECIPAZIONE ATTIVA DELLA DONNA
NELLA SOCIETA' FASCISTA.
Questa seconda parte descrive l'altra faccia della politica del regime,
cioè la necessità di chiamare le donne ad una partecipazione
attiva nella società. Se fino adesso si è parlato di un
processo di segregazione e di svalorizzazione operato contro la donna,
è necessario cambiare direzione, proprio a causa della duplice
e contraddittoria posizione politica assunta dal PNF. A partire dagli
anni trenta, il regime pretese dalle masse femminile un impegno pubblico
a favore dei suoi stessi obiettivi di partito e per ottenere ciò
fu necessario costruire una coscienza politica
che avesse a cuore gli interessi dello Stato. Questa consapevolezza
non poteva che nascere da un impegno fuori dalle pareti domestiche nelle
molteplici organizzazioni fasciste. Ho analizzato la nascita dei vari
gruppi femminili, i Fasci femminili, le Massaie rurali, le Sezioni Operaie
e Lavoranti a domicilio (S.O.L.D.) e le associazioni sportive, sottolineando
ancora la differenza fra tali forme associazionistiche e le corrispettive
organizzazioni maschili per confermare che l'antifemminismo della prassi
fascista non era mutato. Mai le donne ebbero la possibilità di
gestire i tempi e i modi del loro associazionismo completamente controllato
e stabilito dalle gerarchie maschili di partito. Inoltre il compito
principale di tipo benefico - assistenziale delle organizzazioni conferma
la convinzione della cultura del tempo, insieme fascista e cattolica,
di un'inclinazione naturale della donna verso attività di volontariato,
vissuto dalle donne stesse come obbligo sociale e ritenuto dalla dittatura
l'unica dimensione politica delle donne.
Un altro punto centrale della ricerca riguarda la gestione pubblica
del corpo femminile, esercitata con l'imposizione dell'esercizio fisico
allo scopo di assicurare una stirpe più sana al popolo italiano.
All'ossessione per la salute fisica delle donne si accompagnò
una sistematica demonizzazione dei nuovi modelli estetici, provenienti
dall'Europa, colpevoli di distrarre la donna dalla maternità
e di suscitare desideri di emancipazione.
L'ultimo capitolo di questa seconda sezione si occupa dei compiti richiesti
alla donna in nome dell'Impero che si espresse con la richiesta di partire
per l'Africa al fine di popolare le colonie di bambini italici.
3. LA STAMPA FEMMINILE SOTTO IL REGIME
Nel corso della raccolta del materiale bibliografico, la necessità
di aprire una finestra sulla stampa femminile è divenuta sempre
più insistente.
La stampa mi ha permesso infatti, di descrivere in modo più esaustivo
la realtà femminile di quegli anni e la stratificazione del rapporto
con la dittatura. I rotocalchi e le riviste di cui mi sono occupata
testimoniano, in qualche misura, la molteplicità dei modelli
esistenti negli anni Venti e Quaranta, nonostante l'imposizione del
modello fascista di "moglie e madre".
Anche se nell'immaginario collettivo la donna del ventennio è
fissata in questi due ruoli,
ritengo sia necessario ridimensionarli alla luce dell'ampia diffusione
e approvazione che le riviste e i modelli femminili in esse proposti
riscontrarono fra le "comuni" donne italiane.

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