Le
differenze sociali ci sono; non si risolvono in conflitti.
(2002)
di Donatella Massara
La
sessualità: al cuore della politica femminista
Capire
chi sono è un'attitudine filosofica che non mi ha mai
abbandonato e questo avviene quando cerco di dare un nome
all'esperienza soggettiva, non più o non ancora personale.
In questi anni le mie relazioni con le donne le identifico
con l'esperienza di amore: costruire amore per fare esistere
i progetti e appianare le diversità individuali di
donne che non potevano scegliermi. Mi riferisco alla politica
ma soprattutto alla scuola dove sono stata in situazioni sempre
diverse. Per fare esistere i miei progetti e per esistere
io stessa ho praticato l'amore.
E' in questa situazione di lavoro e di impegno che la relazione
fra donne mi si è ripresentata sotto forma di domanda.
Che ne è della differenza sociale fra donne?
Nel nostro tempo so che le donne diventano visibili al mio
sguardo se sono interpreti di autorità femminile. Ho
pensato che l'autorità femminile unisce le donne, in
anticipo su quanto effettivamente capita nelle relazioni sociali
e politiche, come dire nella nazione dove si abita, nel luogo
dove si lavora, negli scambi internazionali, globalizzati.
E' l'autorità derivata dalle relazioni femminili.
Le donne hanno infatti un'identità che è al
di sopra delle classi e delle appartenenze etniche, professionali,
generazionali. Questa caratteristica femminile proviene anzitutto
dall'essere state per secoli soggetti politici di sistemi
patriarcali. In queste società le donne erano non del
tutto identificabili con il ceto sociale di nascita. La politica
matrimoniale e alcuni istituti giuridici impedivano alle donne
di avere ricchezze. Il maggiorascato - per esempio - escludeva
dalla eredità, in presenza di figli primogeniti, i
cadetti e le figlie femmine. Questo impedimento non è
mai stato totale e non è qui il luogo per vedere le
differenze. Voglio dire che le donne non sono collocabili
per ricchezza posseduta in una classe. Oggi la situazione
è diversa anche perchè le classi sembrano scomparse.
E' però stato un giudizio comune al femminismo che
non sia la differenza di condizione sociale a unire o a dividere
le donne. Tuttavia questo movimento anticipato che stipa le
donne in un soggetto unico se pur differenziato è anche
invenzione della post-modernità. In questi anni dalle
pensatrici più giovani della globalizzazione, invece,
si sta sollevando una critica di questa convinzione, o almeno
di quello che le giovani intellettuali pensano essere comune
sentire alle femministe degli anni '70.
Come spiega
Renate Siebert nella Presentazione a Sara Ongaro, Le donne
e la globalizzazione (1)\
lo sguardo dell'autrice è critico e il giudizio tagliente
verso le femministe degli anni '70 del Novecento. Queste donne
sarebbero <<donne privilegiate, emancipate, dei
paesi sovrasviluppati che godono oggi di privilegi e "libertà"
conquistati sì attraverso delle lotte, che tuttavia
sono possibili al prezzo delle nuove forme di sfruttamento
e di schiavitù globali di tutte le "altre".
>> Le emancipate, alleate con il capitalismo, non sono
sensibili all'asservimento delle donne non occidentali. Sentiamo
in questo sguardo critico gli echi del dibattito fra femministe
nere e bianche, nè manca il giudizio dato in Il
secolo breve di E. Hobsbawm (2).
In questo famoso saggio lo storico, riconosciuta l'impressionante
rinascita dei movimenti femministi dagli anni '60 in poi,
cita l'importanza delle donne come gruppo politico, la graduale
divergenza di opinioni politiche fra uomini e donne, dimostrata
da vari studi e afferma che nelle pioniere del nuovo femminismo
degli anni '60 c'è stata<<una precisa prospettiva
di classe in merito ai problemi femminili>> e intendeva
con questa affermazione riferirsi a problemi di donne appartenenti
ai ceti elevati, indifferenti alle donne di ceti svantaggiati.
Il femminismo è quindi borghese ed egoista. Hobsbawm
non esce dalla logica economicista, nè si sottrae alla
tentazione di imputare al femminismo le colpe del capitalismo
o perlomeno la mancata alleanza rivoluzionaria con chi dice
di volerlo combattere.
Il femminismo ha portato con sè principi originali
di pratica politica che hanno sconvolto gli equilibri privati
e pubblici delle società del dopoguerra. E' quindi
la sessualità e non l'economia che sta al cuore della
ricerca femminista fino dalle sue origini. Sara Ongaro forse
non l'ha capito. (3)
Mettere la sessualità al centro delle questioni
delle donne ha voluto dire, per molte, autorizzarsi a progettare
di modificare la propria esistenza, praticare il quotidiano,
il personale come una zona politica contrattabile. Come si
potrebbe continuare a parlare della condizione sociale delle
donne senza fare parlare la sessualità? Un terreno
sfuggente è vero, fatto di materiale evanescente, perchè
più avvicinabile all'immaginazione e all'inconscio,
che alla realtà delle leggi e delle quantità
sociologiche, eppure se si vuole tentare di fare parlare le
cose materiali, il sociale, occorre ritagliare le zone ibridate
e farle colloquiare come è possibile. Per questo parlare
di lavoro del simbolico è tanto efficace.