Donne e conoscenza storica

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di Giovanni Massara, Ferragosto al mare.1968

La sessualità: al cuore della politica femminista

Per la filosofia non esistono le classi, ma non per Jane Austen

La post-modernità e le differenze sociali

La sessualità e Michi Staderini

Cosa dice Antoinette Fouque su oro e fallo

Luisa Muraro: il desiderio vale più dei soldi

Adesso: mia madre

Sesso e sessualità

Sessualità e amore

I conflitti

 

 

 

 

 

Le differenze sociali ci sono; non si risolvono in conflitti. (2002)


di Donatella Massara

La sessualità: al cuore della politica femminista

Capire chi sono è un'attitudine filosofica che non mi ha mai abbandonato e questo avviene quando cerco di dare un nome all'esperienza soggettiva, non più o non ancora personale.
In questi anni le mie relazioni con le donne le identifico con l'esperienza di amore: costruire amore per fare esistere i progetti e appianare le diversità individuali di donne che non potevano scegliermi. Mi riferisco alla politica ma soprattutto alla scuola dove sono stata in situazioni sempre diverse. Per fare esistere i miei progetti e per esistere io stessa ho praticato l'amore.
E' in questa situazione di lavoro e di impegno che la relazione fra donne mi si è ripresentata sotto forma di domanda. Che ne è della differenza sociale fra donne?

Nel nostro tempo so che le donne diventano visibili al mio sguardo se sono interpreti di autorità femminile. Ho pensato che l'autorità femminile unisce le donne, in anticipo su quanto effettivamente capita nelle relazioni sociali e politiche, come dire nella nazione dove si abita, nel luogo dove si lavora, negli scambi internazionali, globalizzati. E' l'autorità derivata dalle relazioni femminili.

Le donne hanno infatti un'identità che è al di sopra delle classi e delle appartenenze etniche, professionali, generazionali. Questa caratteristica femminile proviene anzitutto dall'essere state per secoli soggetti politici di sistemi patriarcali. In queste società le donne erano non del tutto identificabili con il ceto sociale di nascita. La politica matrimoniale e alcuni istituti giuridici impedivano alle donne di avere ricchezze. Il maggiorascato - per esempio - escludeva dalla eredità, in presenza di figli primogeniti, i cadetti e le figlie femmine. Questo impedimento non è mai stato totale e non è qui il luogo per vedere le differenze. Voglio dire che le donne non sono collocabili per ricchezza posseduta in una classe. Oggi la situazione è diversa anche perchè le classi sembrano scomparse. E' però stato un giudizio comune al femminismo che non sia la differenza di condizione sociale a unire o a dividere le donne. Tuttavia questo movimento anticipato che stipa le donne in un soggetto unico se pur differenziato è anche invenzione della post-modernità. In questi anni dalle pensatrici più giovani della globalizzazione, invece, si sta sollevando una critica di questa convinzione, o almeno di quello che le giovani intellettuali pensano essere comune sentire alle femministe degli anni '70.

Come spiega Renate Siebert nella Presentazione a Sara Ongaro, Le donne e la globalizzazione (1)\
lo sguardo dell'autrice è critico e il giudizio tagliente verso le femministe degli anni '70 del Novecento. Queste donne sarebbero <<donne privilegiate, emancipate, dei paesi sovrasviluppati che godono oggi di privilegi e "libertà" conquistati sì attraverso delle lotte, che tuttavia sono possibili al prezzo delle nuove forme di sfruttamento e di schiavitù globali di tutte le "altre". >> Le emancipate, alleate con il capitalismo, non sono sensibili all'asservimento delle donne non occidentali. Sentiamo in questo sguardo critico gli echi del dibattito fra femministe nere e bianche, nè manca il giudizio dato in Il secolo breve di E. Hobsbawm (2).
In questo famoso saggio lo storico, riconosciuta l'impressionante rinascita dei movimenti femministi dagli anni '60 in poi, cita l'importanza delle donne come gruppo politico, la graduale divergenza di opinioni politiche fra uomini e donne, dimostrata da vari studi e afferma che nelle pioniere del nuovo femminismo degli anni '60 c'è stata<<una precisa prospettiva di classe in merito ai problemi femminili>> e intendeva con questa affermazione riferirsi a problemi di donne appartenenti ai ceti elevati, indifferenti alle donne di ceti svantaggiati. Il femminismo è quindi borghese ed egoista. Hobsbawm non esce dalla logica economicista, nè si sottrae alla tentazione di imputare al femminismo le colpe del capitalismo o perlomeno la mancata alleanza rivoluzionaria con chi dice di volerlo combattere.

Il femminismo ha portato con sè principi originali di pratica politica che hanno sconvolto gli equilibri privati e pubblici delle società del dopoguerra. E' quindi la sessualità e non l'economia che sta al cuore della ricerca femminista fino dalle sue origini. Sara Ongaro forse non l'ha capito. (3)

Mettere la sessualità al centro delle questioni delle donne ha voluto dire, per molte, autorizzarsi a progettare di modificare la propria esistenza, praticare il quotidiano, il personale come una zona politica contrattabile. Come si potrebbe continuare a parlare della condizione sociale delle donne senza fare parlare la sessualità? Un terreno sfuggente è vero, fatto di materiale evanescente, perchè più avvicinabile all'immaginazione e all'inconscio, che alla realtà delle leggi e delle quantità sociologiche, eppure se si vuole tentare di fare parlare le cose materiali, il sociale, occorre ritagliare le zone ibridate e farle colloquiare come è possibile. Per questo parlare di lavoro del simbolico è tanto efficace.