Donne e conoscenza storica
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La sfida del femminismo

Il racconto che ho fatto finora degli anni Settanta mette in luce conflitti violenti, ideologici e di potere fra uomini: padri potenti e figli che ne contrastano il potere. Uno scenario di conflitti, guerre, omicidi, colpi di stato, regimi dittatoriali, proteste popolari e lotte rivoluzionarie armate, movimenti giovanili e popolari sempre più arrabbiati e aggressivi in tutto il mondo.

Dove sono le donne in tutto questo? E' una domanda che spesso mi sono fatta. Le donne sono fra i migliaia di profughi in fuga di tutto il mondo, tra i prigionieri politici (moltissime donne fra i 55.000 prigionieri arrestati in Indonesia nel 1975), nei movimenti di occupazione delle terre in India e Sud - America, nei campi - profughi palestinesi bombardati dai siriani; sono fra la popolazione colpita dalle prime nubi tossiche (per esempio a Seveso nel 1976), fra i migliaia di studenti che protestano negli Stati Uniti contro Nixon nei primi anni Settanta (Angela Davis, la militante afro - americana, viene per questo sospesa dall'incarico di insegnamento e processata), fra gli studenti greci che manifestano contro Papadopulos e il "regime dei colonnelli"; a Bangkok partecipano alla rivolta studentesca; in Portogallo nel 1974 mettono fiori nelle canne dei fucili dei soldati (la "rivoluzione dei garofani" che porrà fine alla dittatura di Salazar), in Sudafrica sono attive nella rivolta del ghetto nero di Johannesburg; alcune partecipano armate alle azioni dei gruppi terroristici e pagano con la vita questa scelta: Mara Cagol delle Brigate Rosse, uccisa nel 1975 in uno scontro armato con la polizia, Ulriche Meinof della Raf trovata impiccata (probabilmente uccisa) nel 1976 nella sua cella.

E' difficile per le donne di ogni parte del mondo, di fronte a questa realtà di guerre e conflitti di vaste proporzioni, prendere una posizione autonoma, segnare una distanza. Di fronte agli eventi storici e ai conflitti è previsto che le donne possano solo guardare da fuori o partecipare e sostenere concretamente e attivamente ora questa ora quella posizione.

Nel corso del secolo XIX e XX, attraverso l'impegno in movimenti politici, culturali e sociali, molte donne hanno tuttavia indirettamente giocato una parte profonda di sé che ha a che vedere con la necessità di esserci, di stare sulla scena pubblica, partecipare agli avvenimenti storici, combattere in prima persona per qualcosa di grande. Queste donne hanno cercato di uscire dai ruoli consueti attribuiti al proprio sesso, non hanno accettato di stare semplicemente a guardare, si sono fatte coinvolgere, hanno preso posizione, si sono schierate, hanno creato un precedente di forza per altre, ma la loro azione si inscrive ancora all'interno di obbiettivi e valori generali, nel "perfetto silenzio dell'essere donna".

Impegnate nei movimenti sociali, attive nei gruppi rivoluzionari, esse hanno messo a tacere la differenza o l'hanno fatta parlare in seconda battuta. Negli anni Settanta la situazione è disperante: al centro della scena politica internazionale c'è ancora la differenza maschile, la lotta fra uomini per il dominio, la spinta alla presa di potere, la competizione per l'affermazione di opposte visioni del mondo che non sanno interloquire tra loro, ognuna delle quali si ritiene migliore, più giusta dell'altra. La crisi economica di quegli anni sarà fatta pagare ancora una volta più alle donne che agli uomini: licenziamenti, tagli della spesa pubblica, riduzione o mancanza di servizi, urbanizzazione selvaggia, inquinamento.

Per la maggior parte delle donne, fino a tutti gli anni Sessanta e i primi anni Settanta, la scelta fu quella di tenersi lontane dalla politica e dalle piazze, dai luoghi del potere politico oppure mettersi dalla parte degli oppressi, dei poveri, dei giovani, degli operai, dei popoli che lottano per la libertà, impegnarsi nei movimenti democratici e antiautoritari, manifestare contro la guerra USA in Vietnam, schierarsi, in nome della giustizia sociale, dei diritti civili, a fianco di questo o di quel popolo, movimento sociale, gruppo politico, secondo le diverse "appartenenze" (nazionalità, razza, religione, classe sociale, condizione economica, posizione politica, visione ideologica). Nelle appartenenze però scompare la differenza di sesso, viene annullata, resa indifferente e prevale una presunta ragione superiore, legata agli interessi generali.

Molte credono ancora all'inizio degli anni Settanta che le lotte politiche di liberazione, i movimenti per la pace, le rivoluzioni e le lotte dei popoli renderanno possibile automaticamente una maggior libertà per se stesse e per tutte le altre donne. La libertà è ancora confusa con l'emancipazione, la politica con la lotta di massa perl'integrazione sociale o la rivendicazione dei diritti civili. Dentro i movimenti di liberazione, i gruppi rivoluzionari o fra i cattolici del "dissenso" la parola "donna" è ritenuta inutile, ridondante, superflua, basta dire "persona".

Dire la differenza è impossibile, perciò o viene inglobata all'interno delle categorie generali degli oppressi, operai, studenti, pacifisti, democratici, poveri, rivoluzionari, cristiani, neri ecc. o ricade nello "specifico femminile". Questo schema di inclusione della differenza in soggetti collettivi o di reclusione negli spazi ristretti delle "minoranze" ad un certo punto però non funzionò più. Fu improvvisamente chiaro a molte che le donne non erano una minoranza e i loro problemi e desideri venivano continuamente cancellati, non riconosciuti in nome di categorie generali quali la "lotta dei popoli", la "classe operaia", il "movimento studentesco", i movimenti per la pace. Questa presa di coscienza fu come uno strappo, una rottura, un taglio netto con il passato. Fu proprio in quegli anni infatti che prima alcune, e poi, via via, sempre più donne, diedero ascolto al fortissimo disagio, all'estraneità, alla rabbia e all'indignazione che provavano nei diversi contesti di impegno politico e sociale nei quali la differenza era recepita come "sintomo" di debolezza, residuo di isteria femminile.

Dove sono io in tutto questo? Cosa ci faccio qui? Quanto conta lì dove sono la mia parola? Quanto viene ascoltata la mia ragione? E le altre donne dove sono, cosa pensano? Perché tacciono? Sono d'accordo? Queste sono le domande che molte si posero interiormente. Lo sguardo di moltissime donne, prima catturato da fatti e avvenimenti che da soli avevano la pretesa di stare al centro della storia contemporanea e si imponevano all'attenzione generale per violenza, crudeltà e drammaticità, con un potente effetto di riduzione e intimidazione del desiderio e del giudizio femminile, si spostò da un'altra parte.

Il gesto inaugurale del femminismo fu uno spostamento imprevisto di sguardo. Le donne si separarono dal corpo sociale "neutro", quello in cui ognuna era stata inclusa, tollerata come persona, purché priva del proprio sesso e di un desiderio autonomo, entrarono in un territorio sconosciuto e per molto tempo non si fecero più trovare.

Il Femminismo segnò un cambiamento radicale che avvenne, prima che nella scena storica, in un'altra, quella profonda, lì dove si verificano i mutamenti più significativi, quelli che si giocano a livello del simbolico, del senso che si danno alle cose, ai fatti che accadono, alle emozioni elementari e si traducono in nuove e impreviste forme di vita e di pensiero.

Contemporaneamente, in tutto il mondo, negli anni Settanta migliaia di donne vissero il disagio dei conti che non tornavano, scoprirono di trovarsi implicate, coinvolte, loro malgrado, in una guerra fra maschi che non le riguardava affatto. Si accorsero che la loro presenza nei movimenti giovanili, popolari, studenteschi e operai non dava misura al narcisismo maschile, non riusciva ad operare un taglio su quell'ansia mortifera di primato che purtroppo segna anche oggi la differenza maschile e provoca in tutto il mondo disordine, conflitti distruttivi fra posizioni sempre più rigide e intransigenti, fino a mettere a repentaglio la propria vita e quella altrui, l'equilibrio naturale del pianeta.

Se, pur di dimostrare la propria virilità, la propria superiorità tecnica, militare, ideologica, sportiva, gli uomini erano pronti a farsi la guerra, le donne non erano più disposte ad amarli incondizionatamente, avrebbero cessato di nutrirli, sostenerli e ammirarli. Molte di quelle che si erano impegnate nei movimenti di protesta contro il sistema politico ed economico ritenuto ingiusto, trovandosi ad assistere alla gara smisurata e priva di coscienza di sé dei propri compagni e "fratelli", non furono più disposte ad assistere a tali scene "falliche", si sottrassero a questo gioco, scelsero di non schierarsi, non entrarono in gara, non sentirono più l'obbligo di assimilarsi, identificarsi con i valori maschili, omologarsi ai comportamenti duri, ai linguaggi volgari dei compagni di lotta e andarono "altrove", guadagnando una distanza radicale che consentì loro di guardare l'altro sesso con disincanto, libere dai falsi miti della virilità, libere dal sogno dell'incontro d'amore.

Dove andarono queste donne? Cosa si dicevano mentre cambiavano posizione e direzione? Esse avanzavano insieme nella scena della modernità e tra il disprezzo e lo stupore, lo scandalo generale, derise e ridicolizzate come pazze, isteriche, entrarono in una zona di invisibilità e di silenzio: cessato il dialogo con l'altro sesso, montarono sulla "scopa della strega" e videro il mondo da un'altra prospettiva; si misero a parlare tra loro e non consentono più agli uomini, neppure a quelli amati, i figli, gli amanti, i mariti, i compagni di studio, di interromperle, di invadere lo spazio che si era aperto davanti a loro per esplorare insieme le infinite possibilità del proprio sesso.

Le donne cominciarono a guardarsi negli occhi, sfidandosi con coraggio a dirsi la verità in gruppo per la prima volta nella storia umana, senza più mediazioni maschili. E' questo il significato profondo della scelta di separarsi: cominciare ad esistere per se stesse e non in funzione dell'altro, di altri, neppure dei figli e della famiglia, cessare di giustificarsi, di moderarsi ed essere finalmente, semplicemente , più felicemente se stesse.

Lasciati gli uomini alla sterile gara di potere tra loro, le donne che si erano impegnate in una presa di coscienza femminista non si identificarono più nelle lotte operaie e studentesche, ne videro i limiti, i risvolti ideologici, distruttivi; riuscirono a guardare a distanza la realtà e cessarono di sostenere progetti e utopie che in gran parte si reggevano sul lavoro femminile gratuito e scontato, sull'abilità delle donne di tessere relazioni, mediare conflitti, sostenere la quotidianità e prendersi cura della vita materiale.

La scelta di separarsi fu sentita da molti uomini un'ingiustizia, una mancanza di rispetto nei loro confronti, ma la maggior parte delle femministe seppe resistere ai numerosi tentativi di colpevolizzarle sul piano affettivo e sentimentale, politico. Il femminismo restituì gli uomini a se stessi e alle loro responsabilità, non fece che rendere evidente il loro gioco e interrogò le donne sul senso profondo di sé. Le donne che si allontanavano dai gruppi politici, dai partiti, dai sindacati, dalle istituzioni religiose, dalle famiglie patriarcali resero visibile con la propria assenza la falsa universalità delle istituzioni maschili.

Sottraendosi allo schema della politica come lotta per il potere e il rovesciamento dell'ordine costituito, mostrarono che la guerra, la lotta violenta per l'affermazione di sé sono bisogni di origine maschile ai quali bisogna porre un argine perché mettono in pericolo la vita stessa del pianeta. Fu evidente a moltissime donne che quell'argine andava posto al più presto, con un taglio netto. Il primo movimento del femminismo fu dunque una separazione consapevole, una presa di distanza dai linguaggi, dall'immaginario e dalle forme politiche maschili.

Le risposte da parte maschile al femminismo furono molteplici: crisi profonde di identità, disorientamento, caduta del desiderio nei confronti delle donne più consapevoli e sostituzione di queste ormai sgradite "compagne"con donne più giovani, quindi più docili e plasmabili; accuse a non finire, rabbia e reazioni violente. Potrei citare molti esempi in questo senso. Invitati ad interrogarsi, a mettersi in crisi, gli uomini scoprirono che, senza le donne, non lo sapevano fare. Privo dello sguardo femminile, il culto della supremazia maschile diventa scontro caratteriale tra uomini. Allontanandosi dai luoghi delle celebrazioni maschili, le donne mostrano di non credere più ad una libertà di riflesso, si rifiutano di essere spettatrici della Storia, di applaudire alle sfilate di mezzi corazzati, di soldati armati, all'ostentazione di missili che si innalzano verso il cielo o ai guerriglieri eroici che lottano "per la libertà dei popoli", rischiando ogni giorno la vita propria e altrui.

Il maschio per la prima volta perde fascino agli occhi di tantissime donne; si diffonde un disamore generale nei suoi confronti, una critica puntuale viene praticata quotidianamente, casa per casa da tantissime donne. Le donne ora ridono insieme del narcisismo maschile che nasconde profonda insicurezza e paura del sesso femminile, un bisogno disperato di appoggiarsi alla forza delle donne, di nutrirsi del loro corpo, della loro anima e intelligenza creativa che tuttavia per secoli hanno disprezzato e negato per potervi accedere gratuitamente.

Migliaia di donne aprono finalmente gli occhi e prendono coscienza di essere state "prigioniere" di sogni di grandezza e illusioni maschili, nutrite di sentimentalismi e ricattate da stupide paure. Non a caso proprio in quegli anni da parte delle organizzazioni maschili, partiti e sindacati si sviluppò una politica di inclusione, di occupazione e servizi. Si cercò di deviare il femminismo, legandolo alla lotta generale degli oppressi, degli operai contro il sistema capitalistico, si tentò di ridurlo alla denuncia della condizione e dello sfruttamento femminile e di incanalarlo ancora una volta, con il consenso di molte (le figlie del padre), nella lotta per l'uguaglianza e i diritti civili (divorzio, aborto, legge sulla violenza sessuale).


Il Collettivo Femminista di Settimo Torinese, anni '70

Le femministe però dicevano che non volevano essere uguali agli uomini, ma mettere in discussione radicalmente i criteri sui quali si basava l'intero sistema patriarcale; sostenevano che il capitalismo si innestava sul più antico sistema patriarcale e che il Comunismo con le donne non era stato migliore. L'istruzione che molte giovani donne ormai possedevano, grazie alle loro madri, zie e nonne, divenne uno strumento fondamentale per la de - costruzione del sistema politico, economico e culturale, per riconoscere le "trappole" della seduzione maschile.

L'accesso in massa all'istruzione superiore si rivelò una leva della presa di coscienza femminista che consentì di evitare ingenuità e mancanza di radicalità. Il femminismo fu un movimento colto, di giovani donne del ceto medio, le "ragazze d'oro" degli anni Sessanta, educate da madri che avevano trasmesso loro l'importanza di salvaguardare la propria dignità e di essere coerenti con se stesse, responsabili e autonome.

C'è differenza tra l'esclusione subita per secoli dalle donne delle generazioni precedenti e la scelta di separarsi delle femministe: nel primo caso fu una condizione imposta, già inscritta nelle regole dei diversi sistemi sociali di tutto il mondo; nel secondo fu una libera scelta, una rinuncia consapevole ad integrarsi nella società così com'è: questa doveva cambiare per fare spazio al proprio corpo e desiderio differente.

All'inizio fu molto forte il rifiuto di confrontarsi con gli uomini: "comunichiamo solo con donne", scrive in uno dei primi documenti "Rivolta Femminile".

Il femminismo fu un movimento mondiale di presa di coscienza che comportò il coraggio di ricominciare da capo, insieme ad altre donne, un cammino di libertà e autonomia.
Euforia ed entusiasmo furono i sentimenti che diedero leggerezza e baldanza ad un passo così nuovo e difficile.
Per avere coraggio di trasgredire e di cambiare il sistema dei rapporti bisogna innamorarsi delle donne: è la forza dell'amore per il proprio sesso che muove il femminismo a livello profondo.
Le donne non si erano mai dette così apertamente l'amore.
Moltissime lo fecero alla lettera, dando così inizio ad una omosessualità libera, consapevole, non più sentita come una colpa, un fatto privato da nascondere.

Il primo ostacolo dei liberi rapporti fra donne fu per molte la paura di perdere gli uomini, di trovarsi una di fronte all'altra e non sapere, dopo i primi momenti felici, quelli della verità liberatoria e della trasgressione, come andare avanti insieme. Questa paura però era anche il sintomo di un desiderio profondo, nascosto, mascherato sotto altre forme che dopo millenni di silenzio tornava in superficie. Non c'era l'abitudine di pensare in proprio, a partire dalla propria esperienza, né quella di sottoporsi allo sguardo e al giudizio femminile, di vivere fra donne rapporti diretti, liberi da logiche strumentali, formali o familiari.

Nel gruppo femminista di "autocoscienza" non era possibile mentire, fingere che tutto andasse bene e continuare a parlarsi tra le righe, bisognava trovare il coraggio di esplicitare, di gridare, se necessario, il proprio disagio, il dolore, lo scandalo di avere un desiderio che non coincideva con le aspettative sociali; bisognava scavare in profondità, dissotterrare l'ascia delle amazzoni, ritrovare i simboli delle grandi madri preistoriche, ricollegarsi a tutte quelle donne che avevano lottato prima di essere sconfitte dall'avvento del patriarcato.

Il femminismo fu un movimento internazionale: ci furono scambi, contatti fra donne di paesi diversi, circolazione di lettere, viaggi, soggiorni all'estero di studentesse universitarie e ricercatrici, volantini, traduzioni, documenti e articoli attraverso i quali circolarono i germi della rivoluzione femminista. La rivolta era stata preparata nei decenni precedenti dall'opera preziosa di donne che non avevano accettato compromessi ed erano vissute in dissonanza rispetto al proprio tempo, facendo scelte di vita che erano state motivo di scandalo per la società in cui si erano trovate a vivere.

La loro ricerca, il desiderio di essere se stesse le avevano portate più avanti, oltre le mediazioni del tempo storico in cui si trovavano a vivere: scrittrici, poete, pensatrici, teologhe, antropologhe, psicoanaliste, studiose, donne degli anni Cinquanta, ragazze "anticonformiste" degli anni Sessanta. All'epoca del femminismo molte di queste donne hanno quarant'anni, alcune sono ormai anziane, come Simone De Beauvoir che vediamo in una foto che la ritrae mentre segue una manifestazione femminista a Parigi nei primi anni Settanta. Molte, come Carla Lonzi, Lia Cigarini, Luisa Muraro, Adrienne Rich, Mary Daly e tante altre, avevano quanto poteva servire per orientare la ricerca femminista verso livelli di consapevolezza più alti ed evitare il pericolo della deriva ideologica.

Due generazioni femminili si incontrano negli anni Settanta: le figlie corrono incontro alle madri e insieme aprono un orizzonte di senso, dando vita ad una ricerca, uno scambio simbolico, un confronto fecondo ripreso da moltissime altre donne negli anni Ottanta e Novanta e che dura tuttora. Che cosa siamo, donne e uomini, dopo il passaggio del femminismo? Si chiede Luisa Muraro, pensatrice della differenza in una lezione tenuta un anno fa all'Università di Verona. Cosa è cambiato? Guardando le giovani, le "eredi", molte donne, insegnanti, madri, pensatrici, scrittrici, oggi si chiedono se la scolarizzazione non sia stata un "addomesticamento": tante ragazze oggi non si rendono conto da dove viene la libertà di cui godono e non sanno che questa va accolta e testimoniata in prima persona, tutte le volte, altrimenti c'è il rischio che si riduca.

La libertà femminile infatti non è un regalo, un dono, ma una lotta, con noi stesse innanzitutto. Una lotta per la libertà, la dignità, l'autorità femminile che va assunta in prima persona, altrimenti c'è moderazione, omologazione ai modelli dominanti e perdita di memoria. Niente è scontato, guadagnato una volta per tutte e l'orizzonte delle possibilità, delle libertà femminili va costantemente aperto, riguadagnato, altrimenti si chiude.

Il Femminismo fu un movimento globale: contemporaneamente in tutto il mondo le donne presero coscienza di un'oppressione comune, millenaria e decisero che ne avevano abbastanza. Alla società, alla cultura, alla politica che chiedevano a tutte le donne un atto di sottomissione e rinnegamento di se stesse e delle proprie madri molte risposero di no e fecero gesti di fedeltà a se stesse, regolandosi secondo la propria sensibilità e ragione. L'immagine della madre inascoltata e incompresa, prigioniera del ruolo domestico e familiare, della madre vittima di soprusi e violenze private, quella della madre che ha lavorato tutta la vita, si è sacrificata per garantire alla figlia una vita diversa, migliore della sua o quella che ha messo il diploma, la laurea, la carriera nel cassetto per dedicarsi alla famiglia, ma a 50 anni è scontenta della propria vita, schiacciata dalla depressione, quella che, quando i figli se ne vanno, si accorge che non sa più chi è, cosa vuole e si sente inutile, sono all'origine del Femminismo che fu vissuto da molte giovani donne come un riscatto, una restituzione di giustizia nei confronti delle proprie madri con le quali cercarono un dialogo al di fuori dei ruoli familiari.

Il Femminismo fu un risveglio delle coscienze femminili: nello spazio di dialogo fra donne presero forma e si dispiegarono forze e potenze femminili nascoste, mentali, fisiche, emozionali. Essere donne da allora non è più un dato naturale, un ruolo sociale, una ricetta, un modello da imitare, ma un processo creativo, una scelta difficile e consapevole, fatta in prima persona che non può essere delegata ad altre né rappresentata istituzionalmente. L'essere donne da allora ha senso in sé e non in relazione e funzione dell'altro sesso: questa è sostanzialmente l'affermazione centrale del femminismo. In questa affermazione c'è la consapevolezza che la posta in gioco è altissima: non l'integrazione, ma una diversa interpretazione del mondo, la creazione di una società più libera e felice a partire dal libero scambio fra donne.

Con il femminismo venne in superficie il malessere delle donne nella società del benessere: di qui l'aspetto più visibile del femminismo costituito dall'analisi dell'oppressione, della condizione femminile, la denuncia e la critica ai presupposti della società e della cultura patriarcali, le grandi manifestazioni. L'aspetto più significativo e ricco di conseguenze non fu però quello rivendicativo e di denuncia, ma quello simbolico: la pratica dell'autocoscienza, la scoperta delle relazioni libere fra donne, la "lotta" per il senso indipendente dell'essere donna, la battaglia quotidiana per le parole del desiderio femminile.

Al femminismo fu chiaro fin dall'inizio che l'azione politica andava spostata sul piano della parola, dei rapporti significativi tra donne e dell'azione simbolica. Il Femminismo fu un evento che operò un taglio nella storia umana. Da quel momento il mondo non fu più lo stesso di prima. Da allora è nato un mondo nuovo, grandissimo che può essere abitato da donne e uomini, a condizione che le donne, come nel dipinto di Christine de Pizan "La città delle dame", sappiano edificare le nuove relazioni sociali, ricollegandosi alle antiche dinastie e genealogie femminili, all'immenso tesoro simbolico lasciato in eredità da quante che ci hanno precedute nel tempo e gli uomini rinuncino una volta per tutte all'universale, si interroghino sulla differenza maschile e si collochino nella giusta posizione di figli riconoscenti dell'ordine materno.