Sono
laureata in storia contemporanea con 110/110 all'università di
Roma III sotto la guida del prof. Fabio FABBRI (ordinario di Storia
del Lavoro e Storia economica) e della prof.ssa Daniela ROSSINI (ordin.
di Storia Contemporanea) titolo: "La resistenza a Roma: donne e
quotidiano", mi interesso di storia orale, storia delle donne e
storia del lavoro. Sono attrice di teatro e studio per il teatro contemporaneo.
Ho fatto talmente tante cose che non saprei bene su cosa mettere l'accento
oltre questi due pilastri: il teatro e la storia, che spero si accavallino
presto!
|
Storia
degli uomini, storia delle donne.
È sempre più convincente l'idea espressa da John Tosh
(1) (e non solo sua) che il lavoro dello storico sia oramai un lavoro
di équipe. Credo che, dietro questa affermazione, sia la chiave
della maniera più innovativa di affrontare, oggi, la ricerca
storica.
Per tornare a John Tosh: è chiaro quello che si intende per lavoro
d'équipe; è una
giustapposizione di studi scientifici settoriali che sono volti al completamento
di un mosaico che rappresenta la storia dell'uomo contemporaneo.
Ora, fino agli anni settanta, la storia delle donne è stata un
tassello "di confine" di questo grande mosaico, per usare
un'efficace definizione di Gianna Pomata (2), o quanto meno, è
stata relegata alla stregua di complementarietà della storia
ufficiale, quella, di fatto, degli uomini: "Se siamo interessati
solo al divenire, ci sono interi periodi in cui tutto un sesso è
stato dimenticato dalla storia, perché raramente si sono viste
donne protagoniste della vita politica, militare ed economica."
; se invece, siamo interessati alla struttura, l'esclusione delle donne
ridurrebbe la storia ad una futilità.
Ebbene: la storia sociale, fino agli anni settanta-ottanta è
stata soprattutto storia del lavoro, storia dei partiti politici, e
tutto ciò non poteva bastare; Infatti si è sempre più
avvertita la necessità di un quadro teorico che facesse emergere
il problema del rapporto tra i sessi e della formazione dell'identità
di genere come problema storico a sé, oggetto legittimo di indagine
storica. È il quadro teorico che si è andato formando
in un'area di lavoro comune e di confronto tra ricerca storica ed antropologia,
che è stato fondante per la storia delle donne.
Resistenza
e storia di genere
"Le donne furono la resistenza dei resistenti"
(Ferruccio Parri)
La presenza di
donne nella sfera pubblica non nasce certo nel '43, tuttavia è
in questo periodo che essa assume carattere di massa, anche a causa
di una guerra che irrompe prepotentemente nel privato e nella quotidianità.
Il protagonismo femminile, che pure si è manifestato in modi
molto diversi fra loro, è stato ricondotto dalla storiografia
ufficiale ad una serie di stereotipi che immancabilmente tendono a
collocarlo in categorie non politiche. In questa ottica le azioni
delle donne durante la Resistenza divengono invisibili perché
mai ritenute il risultato di una scelta consapevole. Piuttosto sono
viste come espressioni, di volta in volta, o di un innato senso materno
o di un altrettanto innato pacifismo, che solo a causa di situazioni
contingenti si esprimono al di fuori dell'ambito privato.
Su tale invisibilità pesa anche l'impostazione storiografica
che individua un'unica vera Resistenza, quella armata, e di conseguenza
un solo soggetto legittimato alla fondazione dello stato repubblicano,
il "maschio in armi". In questo modo, da un lato, solo coloro
che compiono la scelta armata si distinguono dalla zona grigia, ovvero
dalla parte di corpo sociale che non ha scelto, che attende passivamente
la fine della guerra o nella migliore delle ipotesi il crollo del
regime di occupazione. Dall'altro, la presenza delle donne nelle fila
partigiane è relegata al ruolo debole del "contributo"
e quindi non fondante: in ciò è ben leggibile l'ulteriore
articolazione dello stereotipo che vuole le donne incompatibili con
la guerra e l'azione politica.
Una simile lettura della storia cancella tutte le forme di opposizione
alla guerra e al fascismo che furono condotte senza armi e di cui
le donne furono spesso protagoniste.
Nel tentativo di muovermi al di fuori della storiografia ufficiale,
così riduttiva per le donne, ho dato centralità al concetto
di Resistenza civile ed al lavoro intrapreso da alcune storiche con
cui sono venuta in contatto sia attraverso gli scritti, sia in alcune
occasioni, direttamente.
E' Resistenza
civile quando si tenta di impedire la distruzione di cose e beni ritenuti
essenziali per il dopo, o ci si sforza di contenere la violenza intercedendo
presso i tedeschi, ammonendo i resistenti perché "non
bisogna ridursi come loro"; quando si dà assistenza in
varie forme a partigiani, militanti in clandestinità, popolazioni,
o si agisce per isolare moralmente il nemico; quando si sciopera per
la pace o si rallenta la produzione per ostacolare lo sfruttamento
delle risorse nazionali da parte dell'occupante; quando ci si fa carico
del destino di estranei e sconosciuti, sfamando, proteggendo, nascondendo
qualcuna delle innumerevoli vite messe a rischio dalla guerra. Nella
Resistenza civile si rintraccia una visibilità delle donne
difficile da confondere con il contributo, poiché se si fosse
trattato semplicemente di questo, non ci sarebbe stata una solidarietà
sociale così diffusa e pronta a stringersi (proprio come il
pugno verghiano dei Malavoglia, in cui ogni singolo dito era necessario
alla compattezza del tutto) attorno ai bisogni dei tanti che dalla
guerra erano stati messi in situazioni di estremo disagio, attorno
ai disertori, ai partigiani, alle famiglie dei dispersi, dei militari
al fronte, ma anche attorno alle formazioni armate, nelle quali molte
donne sono state spesso artefici di azioni condotte in prima persona
e con modalità originali.
Inoltre un concetto che faccia esplicito riferimento ad una Resistenza
che non è necessariamente legata all'uso delle armi spinge
a ridefinire e delimitare le dimensioni della "zona grigia",
altrimenti dilatabili o restringibili al variare delle intenzioni
di chi scrive la storia. Come accennavo all'inizio, la storiografia
ufficiale ha generalmente ricondotto le azioni che vanno sotto la
denominazione di Resistenza civile nel segno della "salvaguardia
di un pezzo di realtà" - per usare un'espressione di Anna
Bravo (3) - portata avanti sulla spinta di un rassicurante senso materno,
con l'effetto di privare di valenza politica tali azioni. A me sembra,
invece, che molte donne abbiano messo in gioco tutto il loro mondo
ed i loro mezzi che spesso, è vero, erano quelli conosciuti
e utilizzati nell'ambito familiare, ma che lo abbiano fatto, più
di quanto non si voglia far credere, adattandoli con ingegno alle
situazioni e, soprattutto, con la consapevolezza di scegliersi una
parte.
Una riflessione
La conseguenza più importante, dal punto di vista storiografico,
di questa lunga marginalità della storia delle donne, è
una carenza di documentazione coeva.
Per una ricerca più ampia sulla storia di genere, infatti,
lo storico può tenere conto di documenti ufficiali - le fonti
archivistiche - solo nelle interferenze che movimenti istituzionali
hanno avuto nella vita quotidiana di tutta la cittadinanza, quindi,
volenti o nolenti i loro promulgatori, anche nella vita delle donne.
Si dovrà, pertanto, ricorrere a fonti cosiddette "secondarie",
oppure a fonti che per la storiografia più classica non entrerebbero
nel novero dell'autenticità. Parlo della stampa clandestina
ufficiale e non, ma soprattutto delle fonti orali.
NOTE
1)John Tosh, Introduzione
alla ricerca storica, La Nuova Italia, Firenze, 1989
2)Cfr. Gianna Pomata, La storia delle donne: una questione di confine,
in De Luna, Ortoleva, Revelli, Tranfaglia (a cura di), Gli strumenti
della ricerca - 2/Questioni di metodo, La Nuova Italia, Firenze, 1983,
pag.1434 e sgg.;
E. P. Thompson, Società patrizia e cultura plebea, Einaudi,
Torino, 1981, pag.314
3)Anna Bravo, In guerra senz'armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza,
Roma-Bari, 1976
|