Donne e conoscenza storica
         

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La Resistenza a Roma: donne e quotidiano


di Lisa De Leonardis

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo saggio di una giovane studiosa di storia di genere: Lisa De Leonardis.
Abbiamo intenzione di pubblicare la sua tesi di laurea in PDF e questa è la presentazione scritta per Donne e conoscenza storica.

RIFLESSIONI PER UNA RICERCA SULLA RESISTENZA ITALIANA: LA VISIBILITA' DELLE DONNE NELLA STORIA.

di Lisa De Leonardis

Sono laureata in storia contemporanea con 110/110 all'università di Roma III sotto la guida del prof. Fabio FABBRI (ordinario di Storia del Lavoro e Storia economica) e della prof.ssa Daniela ROSSINI (ordin. di Storia Contemporanea) titolo: "La resistenza a Roma: donne e quotidiano", mi interesso di storia orale, storia delle donne e storia del lavoro. Sono attrice di teatro e studio per il teatro contemporaneo.
Ho fatto talmente tante cose che non saprei bene su cosa mettere l'accento oltre questi due pilastri: il teatro e la storia, che spero si accavallino presto!
Storia degli uomini, storia delle donne.

È sempre più convincente l'idea espressa da John Tosh (1) (e non solo sua) che il lavoro dello storico sia oramai un lavoro di équipe. Credo che, dietro questa affermazione, sia la chiave della maniera più innovativa di affrontare, oggi, la ricerca storica.
Per tornare a John Tosh: è chiaro quello che si intende per lavoro d'équipe; è
una giustapposizione di studi scientifici settoriali che sono volti al completamento di un mosaico che rappresenta la storia dell'uomo contemporaneo.
Ora, fino agli anni settanta, la storia delle donne è stata un tassello "di confine" di questo grande mosaico, per usare un'efficace definizione di Gianna Pomata (2), o quanto meno, è stata relegata alla stregua di complementarietà della storia ufficiale, quella, di fatto, degli uomini: "Se siamo interessati solo al divenire, ci sono interi periodi in cui tutto un sesso è stato dimenticato dalla storia, perché raramente si sono viste donne protagoniste della vita politica, militare ed economica." ; se invece, siamo interessati alla struttura, l'esclusione delle donne ridurrebbe la storia ad una futilità.
Ebbene: la storia sociale, fino agli anni settanta-ottanta è stata soprattutto storia del lavoro, storia dei partiti politici, e tutto ciò non poteva bastare; Infatti si è sempre più avvertita la necessità di un quadro teorico che facesse emergere il problema del rapporto tra i sessi e della formazione dell'identità di genere come problema storico a sé, oggetto legittimo di indagine storica. È il quadro teorico che si è andato formando in un'area di lavoro comune e di confronto tra ricerca storica ed antropologia, che è stato fondante per la storia delle donne.

Resistenza e storia di genere
"Le donne furono la resistenza dei resistenti"
(Ferruccio Parri)

La presenza di donne nella sfera pubblica non nasce certo nel '43, tuttavia è in questo periodo che essa assume carattere di massa, anche a causa di una guerra che irrompe prepotentemente nel privato e nella quotidianità.
Il protagonismo femminile, che pure si è manifestato in modi molto diversi fra loro, è stato ricondotto dalla storiografia ufficiale ad una serie di stereotipi che immancabilmente tendono a collocarlo in categorie non politiche. In questa ottica le azioni delle donne durante la Resistenza divengono invisibili perché mai ritenute il risultato di una scelta consapevole. Piuttosto sono viste come espressioni, di volta in volta, o di un innato senso materno o di un altrettanto innato pacifismo, che solo a causa di situazioni contingenti si esprimono al di fuori dell'ambito privato.
Su tale invisibilità pesa anche l'impostazione storiografica che individua un'unica vera Resistenza, quella armata, e di conseguenza un solo soggetto legittimato alla fondazione dello stato repubblicano, il "maschio in armi". In questo modo, da un lato, solo coloro che compiono la scelta armata si distinguono dalla zona grigia, ovvero dalla parte di corpo sociale che non ha scelto, che attende passivamente la fine della guerra o nella migliore delle ipotesi il crollo del regime di occupazione. Dall'altro, la presenza delle donne nelle fila partigiane è relegata al ruolo debole del "contributo" e quindi non fondante: in ciò è ben leggibile l'ulteriore articolazione dello stereotipo che vuole le donne incompatibili con la guerra e l'azione politica.
Una simile lettura della storia cancella tutte le forme di opposizione alla guerra e al fascismo che furono condotte senza armi e di cui le donne furono spesso protagoniste.
Nel tentativo di muovermi al di fuori della storiografia ufficiale, così riduttiva per le donne, ho dato centralità al concetto di Resistenza civile ed al lavoro intrapreso da alcune storiche con cui sono venuta in contatto sia attraverso gli scritti, sia in alcune occasioni, direttamente.

E' Resistenza civile quando si tenta di impedire la distruzione di cose e beni ritenuti essenziali per il dopo, o ci si sforza di contenere la violenza intercedendo presso i tedeschi, ammonendo i resistenti perché "non bisogna ridursi come loro"; quando si dà assistenza in varie forme a partigiani, militanti in clandestinità, popolazioni, o si agisce per isolare moralmente il nemico; quando si sciopera per la pace o si rallenta la produzione per ostacolare lo sfruttamento delle risorse nazionali da parte dell'occupante; quando ci si fa carico del destino di estranei e sconosciuti, sfamando, proteggendo, nascondendo qualcuna delle innumerevoli vite messe a rischio dalla guerra. Nella Resistenza civile si rintraccia una visibilità delle donne difficile da confondere con il contributo, poiché se si fosse trattato semplicemente di questo, non ci sarebbe stata una solidarietà sociale così diffusa e pronta a stringersi (proprio come il pugno verghiano dei Malavoglia, in cui ogni singolo dito era necessario alla compattezza del tutto) attorno ai bisogni dei tanti che dalla guerra erano stati messi in situazioni di estremo disagio, attorno ai disertori, ai partigiani, alle famiglie dei dispersi, dei militari al fronte, ma anche attorno alle formazioni armate, nelle quali molte donne sono state spesso artefici di azioni condotte in prima persona e con modalità originali.
Inoltre un concetto che faccia esplicito riferimento ad una Resistenza che non è necessariamente legata all'uso delle armi spinge a ridefinire e delimitare le dimensioni della "zona grigia", altrimenti dilatabili o restringibili al variare delle intenzioni di chi scrive la storia. Come accennavo all'inizio, la storiografia ufficiale ha generalmente ricondotto le azioni che vanno sotto la denominazione di Resistenza civile nel segno della "salvaguardia di un pezzo di realtà" - per usare un'espressione di Anna Bravo (3) - portata avanti sulla spinta di un rassicurante senso materno, con l'effetto di privare di valenza politica tali azioni. A me sembra, invece, che molte donne abbiano messo in gioco tutto il loro mondo ed i loro mezzi che spesso, è vero, erano quelli conosciuti e utilizzati nell'ambito familiare, ma che lo abbiano fatto, più di quanto non si voglia far credere, adattandoli con ingegno alle situazioni e, soprattutto, con la consapevolezza di scegliersi una parte.

Una riflessione

La conseguenza più importante, dal punto di vista storiografico, di questa lunga marginalità della storia delle donne, è una carenza di documentazione coeva.
Per una ricerca più ampia sulla storia di genere, infatti, lo storico può tenere conto di documenti ufficiali - le fonti archivistiche - solo nelle interferenze che movimenti istituzionali hanno avuto nella vita quotidiana di tutta la cittadinanza, quindi, volenti o nolenti i loro promulgatori, anche nella vita delle donne. Si dovrà, pertanto, ricorrere a fonti cosiddette "secondarie", oppure a fonti che per la storiografia più classica non entrerebbero nel novero dell'autenticità. Parlo della stampa clandestina ufficiale e non, ma soprattutto delle fonti orali.

NOTE

1)John Tosh, Introduzione alla ricerca storica, La Nuova Italia, Firenze, 1989
2)Cfr. Gianna Pomata, La storia delle donne: una questione di confine, in De Luna, Ortoleva, Revelli, Tranfaglia (a cura di), Gli strumenti della ricerca - 2/Questioni di metodo, La Nuova Italia, Firenze, 1983, pag.1434 e sgg.;
E. P. Thompson, Società patrizia e cultura plebea, Einaudi, Torino, 1981, pag.314
3)Anna Bravo, In guerra senz'armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari, 1976