Il
sabato seguente, 7 dicembre 1504, inizia il secondo processo di Giovanni Delle
Piatte.
La
sua posizione si trova ora aggravata a causa della precedente sentenza e giuramento,
nonché dalla storia delle due ostie. Il libro confiscatogli con l’altra roba questa
volta viene attentamente esaminato. Dal verbale che ne riassume il contenuto veniamo
a sapere che si tratta d’un libro di formule magiche, molte delle quali per avere
amore e denaro. Non mancano accenni al diavolo e al modo di ottenere i suoi servizi.
Non è però un manuale per streghe (non si conoscono manuali per streghe), al contrario
vi si insegna a riconoscere le streghe per potersi difendere da esse.
Dalle
accuse di essere mago e stregone sacrilego il Delle Piatte si difende col dire
che ignorava il contenuto del libro e che, se avesse saputo, l’avrebbe bruciato.
Delle ostie dice che non sono consacrate e che gli servivano per una ricetta imparata
a scuola (sic). Per il resto, di essere “probum et justum virum.” Torturato leggermente
a due riprese, ribadisce le precedenti affermazioni.
Il lunedì 9 dicembre, torturato più gravemente (subisce due squassi, cioè due
strattoni mentre pende dalla corda legato alle braccia dietro la schiena), resiste
nel dirsi innocente. Ma il mercoledi, legato e levato da terra, cede e comincia
a confessare. D’ora in poi basterà la minaccia della tortura perché collabori
con il tribunale.
In una prima serie di udienze fa quello che fanno quasi tutti, e cioè racconta.
Di storie ne sapeva tante (dovevano servirgli professionalmente ) ed una merita
dl essere trascritta per intero.
A
Predazzo aveva fatto amicizia con un frate esperto in magia e decise di stare
con quel frate e farsi suo servitore ed allievo. Il frate lasciò il paese portandosi
dietro Giovanni. E così andarono a Roma. Qui decisero di recarsi al monte delle
Sibille, cioè, come si dice, il monte di Venere’ (1) dove
abita la donna Erodiade (così detta). Per tre giornate il frate accompagnò Giovanni
fuori di Roma; e prima di arrivare all’entrata della montagna, si avvicinarono
ad un lago azzurro, e vicino al lago trovarono un grande frate vestito di nero
ed era esso pure nero. Il frate che accompagnava Giovanni gli disse che non doveva
più ricordare né Dio nè i Santi e che in quel punto dovevano passare il lago.
E così il frate disse a Giovanni che doveva rinnegare Dio e la Vergine Maria e
darsi al diavolo in anima e corpo. (...) E così si diede al diavolo anima e corpo
per servirlo. Fatto questo, il fratone nero in un attimo li trasporta oltre il
lago e li introduce nella cavità della montagna, dove bisognava passare una porta
che si apriva e chiudeva da sola e in fretta, e appena si apre bisogna saltar
dentro in fretta, altrimenti si viene schiacciati e ridotti in polvere. Passata
la porta, ed oltrepassato un gran serpente, arrivarono ad un’altra porta sopra
la quale stava un vecchio che si chiama il fedele Eckart (?) il quale avverte
le persone che non devono fermarsi più d’un anno altrimenti non potranno più uscire.
Ed insieme a Giovanni c’erano altre dieci persone, che lui però non conosceva.
E quando furono entrati nella montagna nella grotta interna videro dormire un
vecchio con la barba bianca, sdraiato sopra una tavola, si chiama il Tonhauser.
E c’erano donne e ragazze e la donna Venere ed anche degli uomini. E dice che
la donna Venere, per tre giorni alla settimana, si trasforma in serpente dalla
cintola in giù il sabato, la domenica e il lunedì fino a mezzogiorno, e poi torna
come prima in donna e arriva e porta con sé ragazze bellissime..., e sembra che
sia come le altre donne, ma è fredda al contatto.
In quel posto mangiavano e bevevano, ma non sa che cosa fosse, come una cosa contraffatta,
come anche pane ed altro.
Mentre si trovava in quella montagna, Giovanni è andato con quella donna e la
sua compagnia, un giovedì notte delle quattro tempora di Natale, volando sopra
cavalli neri e disse che in cinque ore avevano fatto il giro di tutto il mondo.
Altre volte, sempre trovandosi nel monte con quella donna, è andato nove volte
per aria di notte sopra cavalli neri e così si mettevano ai crocicchi e qui ballavano,
mangiavano e bevevano malvasia, ribola e vernaccia, ma non sa da dove prendessero
questa ed altra roba.
Da
Luisa Muraro, La
Signora del gioco
Il racconto di Giovanni Delle Piatte, mago girovago, recupera i motivi del folklore,
riconoscibili anche dal confronto con il testo di M. Gimbutas sulle colline;
inoltre la donna che si trasforma in serpente richiama Melusine. Le confessioni
delle donne – come notarono gli studiosi- sono meno ricche di richiamo alla tradizione
del racconto popolare. Invece come osserva Luisa Muraro appaiono, proprio per
questo, tanto più interessanti sotto l’aspetto psicologico.
(1)‘E
un monte famoso, all’epoca. Un grande astronomo, medico alla corte del duca di
Sassonia, chiedeva in una lettera a Enea Silvio Piccolomini, futuro Pio Il, se
conosceva l’esistenza di un Veneris Mons in Italia, dove si praticavano le arti
magiche. Enea Silvio rispose dolente di non saperne gran cosa: gli hanno detto
che vicino a Norcia c’è una montagna che porta quel nome, con una enorme caverna
la quale sarebbe abitata da streghe, demoni ed ombre notturne... (Cfr. H. Ch.
LEA, Magerial: toward a History o! Witcbcra/t, a cura di Arthur C. Howland, 3
voli., Thomas Yoseloff, New York-London 1957, voI. III, p. 1073).