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Luisa
Muraro, La signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe,
Milano,
Feltrinelli, 1976, 245 p.
Luisa Muraro è nata
nel 1940, insegna filosofia all’università di Verona, dove ha
fondato la Comunità filosofica Diotima, dirige la rivista Via
Dogana, ha al suo attivo numerose pubblicazioni e alcuni libri,
si sta occupando da alcuni anni di mistica femminile e di Margherita
Porete, la beghina morta sul rogo nel XIV secolo, autrice di
un fondamentale testo di mistica Lo specchio delle anime
semplici 1.
L’autrice è una delle
donne più note del movimento femminista italiano. Negli anni
Settanta è stata fondatrice con Lia
Cigarini e altre della Libreria delle Donne e della Casa
delle Donne di via Col di Lana a Milano. La signora del gioco
è quindi un testo interessante sia perché sta all’origine di
un pensiero forte e originale, oltre che di una attività politica
intensa, sia perché è segno di precise posizioni politiche che
stavano maturando negli anni Settanta fra le donne.
E' un tentativo di
fare raccontare
alle protagoniste la loro storia e di dare credito, per principio,
alle vittime; tipico degli anni Settanta, che sono stati attraversati
da soggetti che prendono la parola, questo lavoro è stato suggerito
all’autrice dalla forza della pratica dell’autocoscienza. Il
libro commenta e interpreta le deposizioni di un periodo storico,
che va dal XIV al XVII secolo, di scatenata e violenta repressione
della stregoneria.
Ora, sappiamo che
Luisa Muraro, per metodo, rifiuta il convenzionalismo, vale
a dire i linguaggi specialistici, formalizzati e astratti; se
ne trovano ampie motivazioni nei suoi testi che riguardano lo
studio del linguaggio: Maglia o uncinetto 2 e L’ordine
simbolico della madre 3. In questo testo, in regime di partecipe
e controllato intreccio con le fonti processuali, ne tesse la
libera interpretazione. Prendendo distanza da tutte le posizioni
precostituite, coinvolge in prima persona chi sta ad ascoltare
chiamandola a giudicare. Fa parlare contro la pretesa oggettività
dello storico il desiderio emotivo di chi indaga.
La “signora del gioco”
è un’immagine ricorrente nelle confessioni che le donne accusate
di stregoneria, alla fine del XIV secolo, rilasciavano nei processi
intentati dall’Inquisizione. Ora chiamata domina, Erodiade,
matrona, madonna Oriente e in altri modi, appare in tutte le
tradizioni popolari di ogni parte geografica. E’ la dea che
ha il potere di resuscitare dalle ossa gli animali uccisi. Questo
mito, a partire dal 1500, viene sostituito dal diavolo e dalle
sue varie trasfigurazioni.
La vicenda della
stregoneria si svolge quindi fra persistenza di miti pagani
e innovazioni demonologiche, fra medioevo e età moderna, dove
la nascita della rivoluzione scientifica si avvale di un atteggiamento
credulo, pur se non sbigottito. L’ordine cronologico del libro,
con un movimento a ritroso e poi di ritorno al tempo più vicino
a noi, restituisce il dramma della storia alla sua componente
misteriosa e inconscia. Infatti durante il 1300 le donne vengono
processate con l’accusa di eretici vaniloqui sull’incontro con
strabilianti figure, come la signora del gioco. Ma alla fine
del secolo queste parole diventano, per i giudici, fatti reali
di cui le donne devono rilasciare la confessione.
Osserva l’autrice
che è questa una posizione di colpevolezza abbastanza strana
se si considera che richiede la confessione della colpevole
per essere tale. Insomma una non poteva essere condannata se
non si autodefiniva strega. A questo si arrivava estorcendo
confessioni che erano la prova ultima della colpevolezza, secondo
il sistema giuridico medioevale. Ma ancora più strano è che
si volesse mantenere le donne nella tradizionale passività femminile
di oggetti del desiderio, in questo caso diabolico, benché si
riconoscesse ad esse l’atto della colpa.
Poche resistettero
alla tortura: una di queste fu Barbara Marostega, una donna
anziana che rifiutò di definirsi una strega e mori prima che
riuscissero a farglielo dire. La maggioranza parlò di una religione
cattolica rinnegata e rovesciata, resa blasfema perché dove
si pregava si copulava e viceversa. In questo contesto storico
e linguistico le donne servono a confermare l’idea maschile
del bene e, nella tessitura dell’immaginario, la differenza
femminile ricostruisce la sua immagine abnorme e scandalosa
ma anche paradossalmente antifallica.
La stregoneria fu
capace di attivare schemi, magari primitivi, di intervento sulla
natura, non diversi da quelli che sono oggi riconoscibili nei
riti sciamanici. Ai quali l’etnopsichiatria, come è praticata,
per esempio da Tobie Nathan 4, riconosce credibilità. C’è da
chiedersi dove sono finiti i rozzi principi della giustizia
della prima modernità e, ogni qualvolta la morale maschile ha
stabilito ciò che è bene e ciò che è male, quale parte femminile
ha portato con sé a testimoniare. Se questa è riconoscibile
in una figura che, per essere perdente, deve non avere più significati
in proprio, restituibili nella dialettica fra male e bene, invece
nello svolgimento storico ci accorgiamo che questi ritornano;
dall’interpretazione psicoanalitica resi sensibili per annotare
il rapporto fra vittima e oppressore.
La scena del processo,
come si è visto, ha una parte di eccezionale importanza nella
scoperta (del diavolo, della perversione, della sessualità).
Né i giudici erano gli agenti (involontari, inconsapevoli) di
una esplicitazione che riguardava tutti. Essi scoprivano quello
che esplicavano, il proprio potere, la cosa dunque che uno ha
minore interesse anzi nullo a comunicare. Quando si rasentò
l’esplicitezza (ne è un esempio il processo di Anna Maria Sertora),
siamo al termine della persecuzione giudiziaria.
La violenza con
cui la Sertora si rivolse dalla parte da cui in realtà veniva
la seduzione fu come un segnale. A questo punto il giudice cede
volentieri il posto all’esorcista e al medico. (p. 212) La scena
processuale diventa il luogo dove si è costituito un linguaggio,
una interpretazione del mondo. La sessualità, complici le tradizioni
popolari, come proiezione inconscia di un’epoca che, oggi, gli
esperti riconoscono affetta da demonomania è il luogo terminale
di questa lotta fra donne e potere maschile. Ma altre interpretazioni
sono state rese possibili dalla materia storica.
Infatti mentre
va scolorendosi “il grande fogo della Signora” mito di un’epoca
in via di superamento “ardono in primo piano gli incendi
della rivolta e i roghi della repressione”. E’ lo sfondo dei
processi in Val di Fiemme dove nel 1525 scoppiò una vasta
sollevazione contadina delle valli, i cui artefici furono
massacrati dai signori di Trento. Ma a noi, cui tutti quei
fuochi sono lontani, pare di scorgere un legame tra la rivolta
contadina che stava preparandosi e i racconti di misteriosi
convegni notturni. La donna del bon zogo proteggeva, con il
suo mistero, il segreto di altri e di altre. (p. 47)
Testo fondamentale,
nel quale un modo di fare storia, ricostruendo il “cerchio di
carne” che tiene insieme la genealogia femminile, ha acquistato
la parola e la profondità della ricerca. Non a caso, in quegli
anni, molte donne si laurearono scegliendo come argomento le
streghe e tenendo questo libro come riferimento di una pratica
politica che sapeva darsi un sapere.
Note
1) Margherita Porete,
Lo specchio delle anime semplici, Torino, San Paolo, 1994 (versione
italiana commentata con testo a fronte) e Palermo, Sellerio,
1995.
2) L.Muraro, Maglia
o uncinetto, racconto linguistico politico sulla inimicizia
tra metafora e metonimia, Milano, Feltrinelli, 1981.
3) L.Muraro, L’ordine
simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1992.
4) Tobie Nathan e
Isabelle Stengers, Medici e stregoni, Torino,. Bollati Boringhieri,
1996.
( Donatella Massara)
sta in Centro
Studi e Documentazione Pensiero Femminile, ( a cura di Aida
Ribero e Ferdinanda Vigliani, 100 titoli, Guida ragionata al
femminismo degli anni ’70. Luciana Tufani Editrice, 1998.
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