Donne e conoscenza storica

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La recensione è pubblicata su nostra richiesta e per gentile concessione dell'autrice. E' stata originariamente scritta per la rivista Towanda e pubblicata nel numero di febbraio 2002.

Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell'idea e nelle vicende di un gruppo di donne, Torino, Rosenberg &Sellier, ristampa del 1998.

di Traudel Sattler, in collaborazione con Francesca Graziani

"È il nostro manuale lesbico" ci hanno detto a Brema, altre, arrabbiatissime, contestavano; "E`un libro contro l'identità e la storia lesbica", a Vienna* alcune quasi ci fischiavano - eppure si trattava sempre dello stesso libro, scritto a più mani alla Libreria delle donne di Milano nel 1986/87.

Altre ancora, che non hanno letto il libro, sentono circolare parole come libertà, autorità femminile, pratica della diffenza sessuale, affidamento… Parole adottate da alcune, guardate con diffidenza da altre, contestate o classificate come "obsolete" da altre ancora. Parole che comunque nominano un' esperienza e un sapere di una parte del femminismo italiano accumulato in più di 30 anni.
Le parole, infatti, prima di cominciare a circolare, hanno una storia, in questo caso una storia di donne che si sono incontrate, scontrate, amate ed detestate, che hanno fatto e disfatto progetti - cercando sempre di nominare quello che succedeva tra loro, per ricavarne un senso.

Ed è proprio di questo che parla il libro Non credere di avere dei diritti, che esordisce così: "Tema di questo libro è la necessità di dare senso, esaltare, rappresentare in immagini il rapporto di una donna con una sua simile". Si tratta di vera necessità, infatti, perché chi nasce con un corpo di donna ha bisogno di collocarsi, di cercare dei riferimenti per la mente, per non essere collocata nel già pensato e restare imprigionata nel "destino biologico", né costretta di negare il proprio essere donna: voglio essere libera perché sono donna, non nonostante io sia donna.

Il risultato è un libro di teoria - teoria non nel senso di pensiero puro, di concetti inventati da altri: dire la teoria significa in parte raccontare la propria esperienza, Diversamente dalla solita teoria, qui si tratta di cose che non avevano ancora un nome: la relazione tra donne, che rimanda sempre all'antico rapporto con la madre.
Il libro racconta fatti e idee che hanno avuto luogo fra il 1966 e il 1986, principalmente a Milano. Un libro di storia dunque? Anzi, di preistoria? - In un certo senso sì, perché vengono utilizzati molti documenti storici: volantini, riviste, appunti, fascicoli, spesso senza firma e senza data (un invito a collocare i nostri scritti con più coscienza!!). Queste fonti però non sono carta morta, cominciano a vivere: tante voci di donne raccontano a chi è venuta dopo (a me, che sono arrivata in Libreria nel'82 come alle lettrici di oggi) un percorso appassionante di ricerca. A partire dai primi testi del Gruppo Demau e di Rivolta femminile, che nel suo manifesto del 1970 scrive: "La donna non va definita in rapporto all'uomo.Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà". Di conseguenza, viene chiaramente respinto il principio di uguaglianza che allora come oggi prometteva alle donne la piena liberta: "L'uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donne a più alti livelli."

Che le donne non credessero più di tanto in questa promessa lo si vide già quando in tutti i paesi occidentali cominciarono a formarsi piccoli gruppi separati - proprio nel momento storico in cui al sesso femminile era garantita, a livello formale, parità di diritti (politici, di formazione, di lavoro). I gruppi di autocoscienza, "una pratica semplice e geniale", consentivano alle donne di esprimere liberamente la loro esperienza, che in questo modo veniva sottratta all'interpretazione maschile.

Il risultato più prezioso, tuttora valido, di quella pratica è la scelta di ragionare a partire dal proprio vissuto. Il suo limite, però, era che l'atto di identificazione "io sono te, tu sei me" non permetteva di registrare differenze, divisioni tra donne. Un limite analogo fu registrato, all'inizio degli anni '70, dopo la pubblicazione dei primi numeri della rivista "Sottosopra", che univa indistintamente i contributi di tutte quelle che volevano scrivere. Il risultato: noia, articoli troppo lunghi, altri in aperta contraddizione l'uno con l'altro. La rivista-contenitore finiva con l'appannare le parole di tutte.

Con grande spirito di sperimentazione - infatti, era un insolito modo di fare politica, con frequentazioni, balli, vacanze, progetti - ci si buttò poi con entusiasmo nella realizzazione di una casa delle donne in via col di Lana. Quello che doveva essere un contesto aperto per le parole di tutte, si rivelò però un "memorabile disastro": alla presa di parola di poche - sempre le stesse - faceva da sfondo il mutismo delle altre (molte). Questa disparità dei desideri e delle competenze fra donne trovò la sua nominazione durante il lavoro del "catalogo giallo" sulle scrittrici: "Le madri non sono le scrittrici, in realtà sono qui fra noi, perché non siamo tutte uguali."

Un astratto ideale di uguaglianza aveva impedito per anni che si vedesse il "di più" di un'altra donna, vissuto in chiave negativa (invidia), e aveva anche impedito di inventare una pratica per metterlo in gioco e trarne vantaggio. Il mancato riconoscimento della disparità e quindi di un'autorità femminile era ed è la conseguenza di un infelice specchiamento tra donne: quello che non riesco a vedere in un'altra è negato anche a me. Interrogando più a fondo l'invidia, diventò invece possibile ribaltarla e interpretarla non più come mancanza, ma come desiderio nascente. Che può essere giocato nel mondo grazie alla mediazione di una donna, affidandoci a quella donna più grande che l'ha fatto nascere in noi. Questa idea dell'affidamento sembrò una idea nuovissima, ma poi si scoprì che altre l'avevano praticato molto prima di noi: le troviamo nella letteratura, nella bibbia, nella storia. Da Ruth e Noemi fino a Virginia Woolf e Vita Sackville West. Collocate in una genealogia femminile, ora vedemmo ciò che prima non avevamo visto, o meglio, quello che avevamo saputo da bambine, ma poi dimenticato: che una donna, per diventare grande in ogni senso del termine, ha bisogno di una donna più grande di lei. Chi non si ricorda l'ammirazione e l'amore per una maestra, una zia zitella, una compagna di classe…

Nominare questi rapporti come fonte di forza e di esistenza nel mondo significa ribaltare un logica secondo la quale le donne sarebbero escluse e discriminate - logica seguita e difesa da una parte del movimento delle donne in Italia e altrove. Secondo questa impostazione, ci vuole un intervento dall'esterno, anzi dall'alto, per risarcire il sesso femminile dallo svantaggio di non essere nato maschio, e con ciò viene riconosciuta la misura maschile come universale e valida anche per le donne. La posta in gioco è sempre la libertà femminile: noi abbiamo scelto di affidarla alla relazione fra donne e non alle leggi dello stato. Qui si tratta di un conflitto di natura simbolica, cioè un conflitto a quel livello dove la nostra esperienza viene interpretata e rappresentata. E' una questione dello sguardo - la realtà, infatti, non è mai nuda e cruda; quello che vediamo è sempre filtrato dal nostro sguardo. La potenza e l'efficacia della politica delle donne, infatti, sta nel fatto che non pretende di ribaltare la realtà distruggendola, ma cambiando il proprio rapporto con essa. La rivoluzione simbolica, cioè lo sguardo nuovo, è un evento che può succedere in un attimo, ma ha conseguenze incisive, non meno materiali di quelli di una rivoluzione "materiale". Una volta riconosciuta la necessità della mediazione, e scelta quella femminile, comincia a circolare autorità femminile. Va sottolineato, però, che l'autorità di origine femminile non è affatto una fotocopia di quella maschile, pietrificata e gerarchizzata: inanzitutto viene creata da chi la riconosce, e si gioca nei gesti e nelle parole di tutti i giorni. La parola autorità ha a che fare con l'atto di autorizzazione: autorizzata da un'altra donna, tramite la mediazione femminile, mi viene tutta la libertà di cui ho bisogno.

Questa pratica politica è stata chiamata "omosessualità politica". Omosessualità nel vero senso della parola: preferenza per il proprio sesso. Perché non lesbismo, allora? - Perché alla generazione della libertà femminile hanno contribuito, oltre a numerose lesbiche indubbiamente, tante donne che amavano liberamente nessuno, un uomo, gli animali… E tra le stesse donne che sono protagoniste e "materia" di queste libro, non tutte si sono definite lesbiche. Sarebbero state da escludere a priori? Dovrei escludere dalla mia pratica politica le mie colleghe? Le mie studentesse? (e cosa ne è dell' eros pedagogico?) - No, perché la libertà fondato sullo scambio tra donne non esclude nessuno e niente - e quindi neanche la sessualità. Ma non è la scelta sessuale alla lettera ad essere principio o fondamento della libertà. Il principio della libertà femminile è, appunto, di natura simbolica, e da questa posizione di forza mi viene anche la libertà di amare chi voglio (e volendo, di dirlo!!), senza ulteriore autorizzazione.

Credo che le contestazioni citate all'inizio trovino una spiegazione proprio in questa difficoltà di natura simbolica: chi rivendica un "identità" non si trova "rappresentata" in questo libro. Nelle sue parole si sono riconosciute invece quelle che hanno sperimentato che l'amore e la relazione tra donne, supportati dall'amore per la libertà e accompagnati da una pratica politica, producono qualcosa che va oltre questa relazione e apre un'orizzonte più grande. Presumo che sia questo l'"insegnamento" tratto da parte di quelle che l'hanno chiamato "manuale". E stessa redazione di Towanda l'ha voluto includere nei suoi "Tesori", perché "ha ispirato e formato molte lesbiche".

 

*cito questi esempi perché sono la traduttrice tedesca del libro e l'ho discusso in molte città in Germania e in Austria