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Introduzione
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Isotta
Nogarola (1418-1466)
Isotta e
la sorella Ginevra erano figlie di una donna colta Bianca Borromeo
che aveva voluto per le figlie una educazione moderna secondo
il nuovo curriculum umanistico.
Per educare le figlie Bianca aveva assunto un allievo della
celebre scuola di Guarino Veronese ( Martino Rizzoni). Le due
ragazze suscitavano lo stupore di illustri dotti che le avevano
conosciute.
L'umanista Giorgio Bevilacqua da Lazise così si indirizzava
scrivendo alle due sorelle e diceva dopo averle viste fra i
libri di Cicerone che << la dottrina che in un uomo era
semplicemente lodelove, in una donna suscitava ammirazione>>.
Questo e altro scambio di lettere vale al pena notare che sono
animate da una chiara e ostentata
coscienza femminista. Citando come sempre nelle discussioni
sull'eccellenza muliebre le Amazzoni, Isotta ricorda che esse
crearono la loro repubblica senza l'aiuto degli uomini e che
le quindi ci confermano nell'opinione che <<le donne superano
gli uomini [...] in eloquenza e virtù>>(I, pag.257)
( Le fonti principali di Isotta Nogarola sono a cura di Eugenius
Abel, Isottae Nogarolae Veronensis opera quae supersunt omnia,
accedunt Angeale et Zenevrae Nogarolae epistolae et carmina,
2 voll, apud Gerold et socios, Vienna; apud Friedericum Kilian,
Budapest, 1886.)
Ginevra
si sposò e abbandonò gli studi. Isotta invece
continuò e non smise per tutta la vita, tuttavia le sue
speranze di fare parte della società dei litterati andranno
deluse.
Nel 1437 decide di scrivere a Guarino Veronese che le avevano
detto aveva elogiato i suoi talenti.
L'umanista non rispose. Le donne di Verona misero in ridicolo
la Nogarola. Isotta gli scrive una seconda volta, lamentandosi
del sesso maschile. Risentito e sprezzante, il brano è
modellato sull'Aulularia di Plauto, dove un asino pretende di
fare il paio con un bue <<un pover'uomo rifiuta di dare
in sposa la figlia a un ricco paragonando se stesso a un asino
e il prospettato sposo a un bue...Nella sua versione, il tema
è piuttosto quello dell'abisso tra i due sessi. Le donne
di Verona, di cui aveva dovuto subire i punzecchiamenti, sono
gli asini, il mondo degli umanisti di sesso maschile è
la categoria dei buoi; ella è vittima di entrambi, fatta
a pezzi per la colpa di avere cercato di uscire dall'<<ordine>>
degli asini per associarsi a quello dei buoi>>.
Guarino rispose immediatamente e propose a Isotta di dissociarsi
dal suo sesso per diventare un uomo. Questo tipo di associazioni
lo ritroviamo in altri corrispondenti di Isotta. Lauro Quarini
si congratula con lei riconoscendo che aveva superato la sua
stessa natura. D'altra parte nota M. King che Isotta professa
verso gli uomini la sua inadeguatezza, addirittura <<il
timore reverenziale e il tremore che mi corre nelle ossa, tanto
più se penso che sono nata femmina, che infrango le parole
piuttosto che pronunziarle>>. E così si rivolge
al cardinale Cesarini.
<<Dunque un umanista di sesso maschile poteva professare
modestia sulla base delle sue manchevolezze personali. Isotta
professa la propria inadeguatezza a cagione del suo sesso>>
Questo è il commento della King che persegue un ideale
di uguaglianza fra i sessi. Non accetta la grandezza delle parole
di Isotta che rovescia l'inconscio maschile come un guanto,
mostrando l'inverosimile somiglianza di un sapere che si dichiarava
universale, umanista, comprensivo della sapienza di tutti i
tempi con l'unica identità maschile. Isotta ha ben chiara
l'identità propria, non ignora di essere una donna e
si espone con tutto il suo corpo. La potenza delle parole sono
degne dell'incontro. Qui c'è un tracciato di storia che
la soggettività femminile vive con la pienezza della
coscienza. La soggettività vive in grande e patisce.
Oltre il giudizio o lo stupore dell'altro, il maschio che si
accorge di una stravaganza ma che non coglie il segno epocale.
Lo coglie per l'altro Isotta che non si sente una donna malriuscita
ma una femmina che chiede di usare la cultura che possiede.
Come commenta M.King gli umanisti esaltavano queste donne per
escluderle.
<<I loro elogi esagerati facevano delle sorelle dei bizzarri
prodigi, dei geni alieni che non avrebbero mai potuto appartenere
alla società degli eruditi che attirava queste donne
speranzose e intelligenti>>
Isotta acconsente anche a atteggiamenti di sfida. Certo è
che in tutte le lettere analizzate e citate da M.King compare
la questione della misoginia, la cultura femminile definita
dagli uomini <<un veleno e una peste pubblica>>.
Infine Isotta Nogarola si ritirerà nel suo studio a vivere
come una monaca di casa per non rinunciare ai suoi studi ma
anche dedita allo slancio e alla devozione.
Un numero piuttosto esiguo di lettere raccontano la vita di
Isotta dopo il suo ritiro. Si stacca fra le altre l'unica ammiratrice
Costanza Varano della quale è rimasta una lettera. Anch'essa
un altro esempio di donna allevata nella tradizione degli studia
humanitatis. In questa lettera elogia l'erudizione di Isotta
e la incoraggia a continuare nella sua missione. Per Costanza
Isotta ha superato tutte le donne erudite del passato e anche
gli uomini dotti del suo tempo <<Hac aetate viros superas
celeberrima doctos>> (II pag.7). Costanza elogia l'ascetismo
di Isotta nel quale ravvisa la decisione di dedicarsi alle cose
della mente, decisione rara fra le donne del loro tempo eppure
nulla potrebbe essere più proficuo che accantonare gli
agi del corpo.
<<Costanza Varano la sollecitava a rivestire non il ruolo
tradizionale della donna "religiosa", ma quello nuovo
e ardito della donna"intellettuale".
Un'altra corrispondenza di Isotta Nogarola è con il <<colto,
eloquente e intelligente Ludovico Foscarini>> giurista
e umanista che nel 1451 era podestà di Verona quando
Isotta lo avvicinò.
Per Foscarini invece Isotta <<deve essere santa per essere
erudita, sacrificando se stessa per eccellere>> Quando
Isotta ormai trentacinquenne riceve una proposta di matrimonio
dal napoletano Antonio Cugnano, chiede consiglio a Foscarini
che <<pieno di indignazione le rammentò la sua
decisione irrevocabile di spregiare il matrimonio per dedicarsi
alle lettere>>.
Dopo dieci anni si interrompe questa amicizia. Di questo periodo
creativo rimane il dialogo sulla responsabilità di Adamo
ed Eva nella caduta del genere umano dallo stato di grazia.
E' un 'interpretazione femminile della <<tragedia dell'Eden,
( cfr. Masaccio Cappella Brancaccio)
contrapposta a quella maschile.
M. King ha studiato e commentato il dialogo
<<In questo testo fondamentale dell'esperienza dell'umanesimo
femminile, ciascuno dei due interlocutori parla in nome del
proprio sesso: Foscarini rappresenta l'implacabile tribunale
maschile che condanna la donna colpevole di essere stata causa
del peccato; Isotta Nogarola rappresenta la difesa femminile,
basata sull'argomento che, essendo più debole, Eva non
può essere considerata responsabile dei suoi atti. [...]
<<Quando Dio creò l'uomo, sin dall'inizio lo fece
perfetto, e gli diede una maggiore comprensione e conoscenza
della verità, nonchè una più profonda saggezza
>> (II pag.199)
Eva peccò meno gravemente di Adamo perchè era
debole per natura, creata da Dio per essere ignorante e incostante,
fragile e strumento di piacere (II, pag 190 <<propter
fragilitatem [...] et voluptatem)... Per Foscarini d'altro canto,
eva non aveva peccato per debolezza ma per orgoglio...Foscarini
considera la natura di Eva fondamentalmente perfetta e adeguata
per la salvazione, ma pervertita dall'orgoglio. mentre la Nogarola
sostiene la debolezza di Eva per difenderla, Foscarini ne sostiene
la forza per condannarla>>
Molto interessante perchè anche in questi passi vediamo
come agisce la differenza sessuale in Isotta e non nel suo alter
ego maschile. Il punto di vista è distaccato e Isotta
ancora una volta entra letteralmente nella coscienza di un uomo
del suo tempo, nella modernità. Non risolve la contraddizione
fra una donna debole ma salvata e una donna forte ma condannabile.
Quindi fra una differenza rispetto al maschio che dal luogo
della perfezione però sbaglia e una inadeguatezza che
fa di Eva una creatura più vicina a Dio per imperfezione,
mentre per l'uomo l'orgoglio di essere vicina a Dio è
desiderio di esserne simile e quindi condannabile
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