Donne e conoscenza storica  

commento

Premessa sul diritto ereditario dall'età medioevale alla moderna


Alcuni saggi della ricerca di Christiane Klapisch-Zuber
:

Tattiche femminili di resistenza al patriarcato

L'invenzione del passato familiare a Firenze

Le genealogie fiorentine

Il nome "rifatto". La trasmissione dei nomi propri nelle famiglie fiorentine

Un'etnologia del matrimonio in età umanistica

 

 

 

Premessa: a proposito degli studi più recenti
di D.M.

I recenti studi storici delle donne hanno mappato l'Italia individuando grosse differenze fra le zone. Se a Firenze - come dimostrano le ricerche di Christiane Klapisch Zuber - prevale fra '400 e '500 la famiglia agnatizia, in altre situazioni italiane come a Venezia esisteva la famiglia cognatizia. E ben diversa era la condizione patrimoniale delle donne. Nel primo caso le donne erano escluse dalla linea genealogica che era rigorosamente patrilineare; quindi non ereditavano perchè l'eredità andava ai maschi anche appartenenti ai rami collaterali. E solo a estinzione totale degli eredi maschi, anche cognati, entravano in possesso dell'eredità. Nel secondo caso la linea genealogica includeva anche le donne come agenti di costruzione della famiglia. La famiglia cognatizia era un progetto di parentela - parola usata in questi casi - che si apriva alle famiglie acquisite. Le donne, in questi casi, potevano disporre del testamento del marito.
I recenti studi hanno visto i due modelli intrecciarsi e suggeriscono che il modello agnatizio sia stato meno diffuso di quanto pensato negli studi originari di De Luca.

Queste scoperte non tolgono valore alle ricerche di Christiane Klapisch Zuber che mantenendosi in ambito toscano individua l'unico modello agnatizio; anche perchè la storica si spende in ricerche collaterali che individuano le tattiche di resistenza organizzate dalle donne che ci offrono un'immagine assai meno rigidamente identificata nel modello inverosimile di totale esclusione femminile.

da: Christiane Klapisch-Zuber , La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze, Roma, Laterza, 1995

Introduzione

La iniziale fonte documentaria molto vasta utilizzato dalla storica è stato il catasto fiorentino del 1427.
La studiosa dice di avere affrontato a differenza di altri studi globali sulla famiglia, << un fatto apparentemente isolato e atipico>> Il <<comportamento deviante>> è lo scarso numero e << la irrilevanza sociale delle donne in una società che pure ci ha lasciato di esse le immagini più sensibili e raffinate, e che ha parlato moltissimo della famiglia>>.
Per questo motivo l'A. si è spostata dai catasti e estimi ai libri di famiglia.
Contemporaneamente l'A. osserva che la ricerca sulle donne, ha ben presto raddoppiato i soggetti degni d'attenzione ma l'effetto è stato <<di rinchiudere ben presto le donne entro un settore riservato - la casa, il letto, il corpo>>, dove sono visibili solamente <<povere gesta da formiche>>, ripetitive della storia della vita quotidiana. Invece l'interesse di questi documenti risiede altrove.
Nei libri di famiglia scritti dai padri per i figli assistiamo a una interpretazione storica nella quale l'anima della casa è maschile e la donna non è che un'ospite temporanea. Altrettanto i parenti acquisiti sono tenuti a debita distanza.

L'A. nota che l'aspetto straordinario di questi documenti è che sono compilati per governare sul futuro delle proprie generazioni irrobustendo il profilo del lignaggio con 'prove 'capaci di giustificare le aspirazioni alle quali il genealogista si sta ispirando. Questi documenti dunque anzitutto propongono un codice di condotta. Sono un monito alle generazioni che verranno, ispirato dalla realtà nella quale è vissuto chi scrive.
Il libro di famiglia offre una reinvenzione del passato famigliare che quanto più sarà antica tanto più esalterà l'onore e la capacità della famiglia di partecipare alla vita pubblica.
Le donne sono escluse perché il gruppo a cui si riconosce la consanguineità si estende lungo la linea paterna.
Secondo l'A. i borghesi fiorentini si sono conformati all'ideologia del patrimonio maschile e della preminenza del casato che va conservato e non disperso in rami secondari e affini della famiglia. Contemporaneamente la figura femminile è presentata come puro oggetto di scambio. Almeno questo è il significato che i fiorentini volevano comunicare alla tradizione storica, conforme all'idea che la donna non interpretasse i valori civili. Garantiva la riuscita del progetto del patriarcato di conservare nome e patrimonio la differenza d'età che caratterizzava il matrimonio fra coniugi destinati l'uno a conservare nome e patrimonio e l'altra a trasmetterli nel futuro con la discendenza e la propria dote.
K.Z. rileva questo aspetto di mercificazione della donna trasferita da una famiglia all'altra. Una donna rimasta vedova non aveva più diritto di stare nella casa del marito e se ci stava era per concessione dei figli e dei parenti. In caso contrario era riportata alla casa d'origine e se si risposava perdeva qualsiasi diritto sui figli i quali rimanevano nella casa paterna.
Tuttavia l'A. avverte di non fermarsi alla lettera di queste annotazioni, sarebbe troppo sbrigativo vedere nella discussione della cessione della donna il segno << di pura e semplice oppressione maschile>>