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Cristina Trivulzio e la rivoluzione del '48

Chi era Cristina Trivulzio di Belgioioso?

 

Les révolutions du 1848
di Cristina Trivulzio di Belgiojoso

Appendici:

La rivoluzione del 1848 in Italia

A Venezia
A Milano
A Roma

La rivoluzione del 1848 in Europa

Il saggio sulla Rivoluzione Italiana del 1848

Strumenti

(Traduzione dal testo originale e riduzione a cura di Chiara Canclini IV DL)

- Quando la rivoluzione milanese scoppiò mi trovavo a Napoli. Non resistetti! Sentii il bisogno di aiutare i miei concittadini e decisi così di noleggiare una barca a vapore che mi portasse fino a Genova. Appena in città si seppe della mia imminente partenza, moltissimi Napoletani di ogni estrazione sociale vennero a supplicarmi di portarli con me in Lombardia. Erano circa diecimila, volevano adoperare i loro moschetti e, chi non ne possedeva alcuno, avrebbe usato qualsiasi arma a disposizione contro gli austriaci. Purtroppo non potevano essere tutti imbarcati, così decisi che ne avrei portati con me solo duecento. "Je n'oublierai jamais le moment de ce depart. Le temp étais admirable et l'embarquement devait avoir lieu a cinq heures du soir" (Non dimenticherò mai il momento di questa partenza. Il tempo era splendido e l'imbarco doveva aver luogo alle cinque della sera ). Il mare pullulava di piccole imbarcazioni dalle quali arrivavano urla di gioia che ci auguravano un buon viaggio e una straordinaria vittoria. La nostra traversata fu molto rapida. A Genova trovammo un'accoglienza molto calorosa. I miei duecento volontari erano i primi, dopo i Piemontesi, ad essere venuti in Lombardia per partecipare a quella che chiamavano la "croisade et la guerre sainte". Quando arrivammo a Milano, gli Austriaci avevano lasciato la città solo da otto giorni. C'erano ancora nelle strade numerosissime barricate ed era la prima volta che vedevo così tante bandiere con i colori italiani nella capitale lombarda. "J'eprouvai un joie profonde" (Provai una gioia profonda ) perché ciò mi fece capire che l'entusiasmo politico non si era raffreddato. Il numero delle truppe regolari che marciavano contro gli Austriaci ammontavano circa a diecimila uomini. Carlo Alberto con cinquantamila soldati marciava sulle piazzeforti ancora occupate dagli Austriaci, mentre Penon organizzava un contingente lombardo che avrebbe dovuto riparare le perdite di questa armata. Le varie strategie di guerra, ideate da Carlo Alberto, venivano scoperte dalle spie di Radetsky. Questo creò una grande diffidenza tra i due popoli (lombardi e piemontesi) la cui unione era molto importante per la salvezza dell'Italia. Mentre la guerra procedeva lentamente, mi domandavo cosa succedesse a Milano. Mi aspettavo di trovare una discussione sulla forma di governo che conveniva adottare, invece trovai il più completo silenzio. Decisi allora di parlare con i principali rappresentanti dell'ordine costituzionale e loro mi risposero che era meglio tacere piuttosto che divulgare la loro debolezza. Visto che le mie proposte non furono ascoltate, decisi, insieme ad alcuni amici, di pubblicare un giornale "De Crociato" che divenne l'espressione di un movimento costituzionale. Scrissi due brevi articoli sulla forma di governo maggiormente favorevole alla nostra emancipazione. La domanda da me posta era sostanzialmente questa: "La Lombardie doit-elle s'unir au Piemont, ou former à elle seule un ètat indipendant?" (la Lombardia doveva unirsi al Piemonte o formare da sola uno stato indipendente?). La risposta fu quasi all'unanimità: unirsi al Piemonte. Infatti le casse del governo di Milano erano ormai vuote: gli impiegati dello stato non venivano più pagati ma, soprattutto, non c'erano più soldi per rifornire gli eserciti. Mentre a Milano succedeva tutto questo, il malcontento dell'armata piemontese aumentava. Delle persone che arrivavano dal quartiere generale dicevano che il re era reticente alle istanze promosse dai suoi luogotenenti o dai suoi soldati, che esigevano o l'unificazione della Lombardia con il Piemonte o la conclusione della guerra e il rientro in patria. L'effetto di questa agitazione fu quello di riporre al popolo lombardo quella domanda che precedentemente il governo provvisorio aveva rimandato, per non dividere la popolazione prima della fine della guerra. Così le due parti si agitarono di nuovo: da un lato i Repubblicani, favorevoli a Carlo Alberto senza che intervenissero le truppe piemontesi; dall'altro quelli che rimproveravano ai Repubblicani di preferire alla salvezza della Patria il trionfo di un principe e di volere rimandare l'unione per poi impedirla più tardi. Spaventata dall'aumentare della tensione fra le due frazioni, proposi al governo di aprire in ogni parrocchia dei registri, sui quali i cittadini erano chiamati a dichiarare se preferissero o meno sottomettersi al potere del re. Questo non significava scegliere fra la Repubblica o Carlo Alberto, ma se fosse più conveniente affidarsi a lui adesso sul campo o finita la guerra. In questo momento le casse del governo provvisorio non avevano più i mezzi per rifornire l'esercito, e se i Piemontesi si fossero ritirati? Se invece ci affidassimo al re, il governo provvisorio si dimetterebbe e le nostre finanze si fonderebbero con quelle piemontesi, i nostri soldati verrebbero istruiti da veri ufficiali e vinceremmo sicuramente la guerra. Fu così che questa sorta di plebiscito diede una risposta favorevole all'unione con il Piemonte. Qualche membro del governo provvisorio si presentò al re comunicandogli questo risultato e gli portò inoltre gli omaggi da parte del suo nuovo Stato. Lui rispose che ora spettava alle camere di Torino pronunciarsi definitivamente. I Milanesi posero un'unica clausola all'atto di fusione: quella di poter avere un'assemblea costituente che regolasse i rapporti fra le varie province e i diritti e i doveri del popolo e i compiti del potere. Questo sembrava ai Piemontesi un tentativo in favore della repubblica e che permettesse ai Milanesi di postare la sede del governo. Tutto ciò provocò scandali! Milano però non pareva scossa dalle varie dimostrazioni di ostilità che l'unificazione aveva riscontrato nel Parlamento a Torino. Accettò in seguito un emendamento nel quale i Torinesi ribadivano i principi della monarchia costituzionale e il prestigio della loro città sulle altre in qualità di capitale. Così si avviò quel processo di assorbimento da parte dello Stato piemontese su quello lombardo. Fu necessario che il governo cercasse di difendersi dalla diffidenza generale e nominò un comitato di difesa. Qualche giorno dopo il generale Olivieri si presentò a Palazzo Marino e esibì il decreto con cui sostituiva il governo provvisorio. Fu così che il governo provvisorio "s'eteignit sans bruit, sans éclat presque furtivement et sans laisser derrière lui aucun regret"(si spense senza rumore, senza chiasso quasi furtivamente e senza lasciarsi dietro alcun rimpianto). Il 26 luglio arrivò a Milano la notizia di una vittoria eclatante riportata dagli Italiani presso Verona. Ma la gioia di questa notizia durò poco perché arrivò l'annuncio di un rovescio della battaglia che mi sorprese molto. Fu a Lodi che, qualche giorno più tardi, lord Abercromby chiese un armistizio di due mesi a nome dell'Inghilterra e della Francia. In questo periodo io abitavo in campagna, fuori Milano. Tutti i giorni mi recavo nella capitale Lombarda per protestare contro le più importanti famiglie che abbandonavano la città. Quando i Piemontesi giunsero a Lodi mi decisi a scoprire il più possibile sugli ultimi eventi; volevo soprattutto rendermi conto dei vari stati d'animo della popolazione sia a Milano che in campagna. Il 2 agosto partii per Lodi, a Milano era tutto tranquillo. Venni a sapere che l'Adda, dove le nostre truppe si erano ritirate, era stato reso non guadabile e che tutte le rive erano guardate a vista. Mentre a Milano vi era la più totale calma, nella campagna c'era un diffuso senso di terrore che faceva lasciare le case e le città e riversarsi nelle strade alla ricerca di un posto più sicuro. Il lontano rumore di un carretto, faceva allertare chiunque e si sentiva urlare da ogni parte "Voici les Autrichens!" (Ecco gli Austriaci). Arrivai a Lodi e trovai la città riempita delle truppe. I soldati mi sembravano stanchi e sofferenti, ma non abbattuti. Fra di loro parlavano solamente del futuro, dello svolgimento della guerra e tutti erano convinti che Dio non li avrebbe abbandonati. Ascoltavo con molta emozione le canzoni militari che uscivano dalle loro pallide labbra. "Quelque chose me disait que l'Italie ne pouvait pas périr" (Qualcosa mi diceva che l'Italia non poteva soccombere). Chiesi di parlare con uno degli ufficiali del re. Questo venne ben presto a trovarmi e discorremmo insieme per ore. Gli comunicai la forte inquietudine che regnava nelle nostre campagne. L'ufficiale mi descrisse la tragica situazione che le armate dovevano sopportare; mi disse anche che da alcuni giorni non erano arrivati alcuni approvvigionamenti. Io insistetti: era troppo pericoloso tenere la popolazione di Milano in quello stato di incertezza, avrebbero potuto sorgere dei gravi disordini. Volevo sentirmi dire che avrei potuto rassicurare i miei concittadini ma l'ufficiale ancora esitava. Allora gli domandai se almeno potevo affermare che il re avrebbe difeso la popolazione. L'ufficiale quasi indispettito mi rispose che tutto questo era assolutamente evidente. Cominciò così ad elogiare il suo esercito ed io, allora, gli chiesi come mai avessimo dovuto ritirarci se le nostre armate erano così pronte. Replicò che aveva avuto ordine di fuggire e nemmeno lui sapeva per quale motivo. La sera stessa tornai a Milano e venni a sapere che l'indomani quarantacinque mila uomini verranno accampati fuori da Porta Romana. Questo poteva solo significare che l'armistizio proposto da Abercromby era stato respinto e che la guerra sarebbe continuata. Il 3 agosto il re e le sue armate erano alle porte di Milano. La notizia si divulgò ben presto nella città "Le roi veut donc serieusement nous défendre; il ne nous abandonne pas; que Dieu le récompense!".(Il re vuole dunque seriamente difenderci: non ci abbandona; che Dio lo ricompensi!).Tutto il popolo aspettava un comunicato officiale dove fossero spiegate le intenzioni del re. Era già pomeriggio inoltrato e nulla era ancora arrivato. Il sospetto rientrava nei nostri cuori "Est-il bien vrai que le roi soit à nos portes? S'il y est, pourquoi donc se cache-t-il?" (E' vero che il re è alle nostre porte? Se è lì perché si nasconde?) Tutto il popolo diceva così. Andai nei quartieri più poveri della città, entrai nelle case più umili interrogando chiunque e la risposta era sempre la stessa: tutti desideravano porre fine a questa guerra . "C'est ici que la guerre a commencé, c'est ici qu'elle finira; nous avons porté le premier coup, nous porterons le dernier" (E' qui che la guerra è cominciata ed è qui che finirà; noi abbiamo dato il primo colpo, noi lo porteremo alla fine). Rassicurata dall'entusiasmo del popolo andai al comitato di difesa per impegnarlo a pubblicare una proclamazione che informasse i Milanesi sulle decisioni del re e del governo sulla difesa della città. Mi promisero di seguire il mio consiglio. Il suddetto comitato aveva passato l'intera giornata a rifornire la città di viveri e di munizioni da guerra; avevano chiamato altri soldati dalle campagne. Le piccole città di Monza, Como, Lecco e di Varese avevano inviato le loro guardie nazionali e in più sapevamo che le popolazioni delle montagne vicine si apprestavano a venirci in aiuto. Gli abitanti dei paesi confinanti si dedicavano alla realizzazione delle fortificazioni, così che le mura fossero pronte a ricevere il nemico. Le polveriere, che erano situate poco fuori la città , erano state svuotate e il loro contenuto era stato aggiunto ai depositi che erano in Milano. Ormai nulla mancava. Il 4 agosto tutta Piazza Castello era occupata dalle truppe piemontesi e dalla guardia nazionale di Milano e delle cittadine vicine. La capitale lombarda aveva dunque circa cinquanta mila uomini per difendersi e a fianco di questi una popolazione, uomini, donne e persino i bambini pronti a prestare la loro parte. Si diceva che gli Austriaci avrebbero attaccato il giorno seguente: la notte fra il 4 e il 5 agosto parve lunghissima a tutti, la città fu illuminata e il re decise di entrare a Milano per sottrarsi ad un probabile attacco a sorpresa. La giornata del 5 era cominciata, ma nessun rumore aleggiava sulla città in attesa che qualcosa succedesse. La tensione era al culmine; tutti credevano che "le sort réservé à Milan était aussi horrible qu' inévitable"(la sorte riservata a Milano era sia orribile che inevitabile).Le truppe piemontesi si erano già messe in marcia e il popolo era rimasto solo ad attendere con angoscia l'arrivo delle truppe austriache guidate da Radetzky. Egli non tardò ad arrivare: alle sei di quello stesso pomeriggio entrò in Milano seminando il panico ovunque. Tutti noi provammo un dolore indescrivibile; ben presto questo sentimento si tramutò in indignazione. Una folla si portò sotto il palazzo Greppi, dove aveva passato la notte il re, protestando a gran voce. Carlo Alberto si rivolse a loro dal balcone del palazzo per tranquillizzare il popolo e dichiarò di essere soddisfatto di saperli così ben disposti alla difesa della città e si impegnò solennemente a battersi alla loro testa "jusq'à son dernier sang"(fino alla sua ultima goccia di sangue).Così la gioia scoppiò di nuovo. La giornata fu dedicata ad altre preparazione per la difesa, ma gli Austriaci ancora non arrivavano. Fuori Porta Romana avevano acceso un gran fuoco per non far passare il nemico. Il giorno seguente il fuoco continuava ad essere alimentato. Ma il re sopraffatto dalla paura la notte del 5 scappò, e quando la mattina dopo la notizia si divulgò l'esaltazione del popolo era immensa. La nostra posizione in effetti era disperata: non solo il re era partito ma aveva portato con se anche tutto il comitato di difesa e la commissione reale. L'artiglieria piemontese e la nostra, tutte le munizioni da guerra accumulati nella città e in ultimo luogo i quattro milioni di libbre provenienti dalla tesoreria offerte dalla chiesa , tutto era stato portato via. Il popolo allora cercava in ogni luogo persone in grado di comandare un gruppo di uomini o munizioni da utilizzare nella battaglia. Un parlamentare delle armate austriache venne ad annunciare che il giorno seguente il generale Aspre sarebbe entrato nella città con le sue truppe a mezzogiorno. Fu così che tutti gli uomini da i diciotto ai quarant'anni furono arruolati per combattere il giorno seguente. "Le ciel était rouge au-dessus de Milan, et de noires cólonnes de fumée s'elevaient jusq'aux nuages" (il cielo era rosso al di sopra di Milano e le colonne di fumo s'elevavano fino alle nuvole). Gli Austriaci erano per una seconda volta i maestri di Milano : venticinque mila soldati si erano impadroniti della città. Il generale Aspre ordinò il saccheggio. Cento mila milanesi si furono rifugiati nel Canton Ticino . "En terminant cette rapide histoire de la révolution milanaise, j'eprouve encore le besoin de répéter que j'ai voulu defendre les Lombards plutòt qu'accuser ceux qui ont préparé leur ruine" ( terminando questa rapida storia della rivoluzione milanese, provo ancora il bisogno di ripetere che io ho voluto difendere i lombardi piuttosto che accusare quelli che hanno preparato la loro rovina