Donne e conoscenza storica
         

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Cristina Trivulzio e la rivoluzione del '48

Chi era Cristina Trivulzio di Belgioioso?

Appendici:

La rivoluzione del 1848 in Italia

Le correnti ideologiche
La cronologia

La rivoluzione del 1848 in Europa

Il saggio sulla Rivoluzione Italiana del 1848

Strumenti

Appendice

Le rivoluzioni in Italia:
A Venezia
A Milano
A Roma

 

 

 

 

La rivoluzione del 1848 a Venezia

La determinata lotta delle forze democratiche repubblicane contro gli austriaci ebbe inizio nel Lombardo-Veneto sulla scia dei moti rivoluzionari di Vienna e della sconfitta di Metternich. Il 17 marzo, a Venezia, vennero liberati Niccolò Tommaseo e Daniele Manin che il 22 dello stesso mese, fu messo a capo del Governo Provvisorio e il 29 instaurò la Repubblica dopo una rivolta che vide protagonisti gli operai dell’arsenale unitamente ai marinai e agli ufficiali della marina asburgica, per la maggior parte veneti.
Questi avvenimenti, come l’insurrezione di Milano, la caduta dell’Impero asburgico e l’intervento sabaudo contribuirono a diffondere in tutti gli altri Stati Italiani un forte patriottismo.
La rivendicazione principale era quella del valore della “guerra del popolo”, tesa ad ottenere un rinnovamento politico e sociale e portata avanti grazie all’azione della piccola e media borghesia.
Il 2 aprile Venezia diede inizio alla resistenza, diretta da Manin, contro l’assedio austriaco. Questo tentativo fallì però miseramente.
Una volta sconfitto l'esercito di Carlo Alberto a Novara, l'Austria concentrò le truppe contro Venezia stringendola d'assedio. La popolazione resistette fino ad agosto poi si arrese e il 26 agosto fu firmata la capitolazione.
La vittoria della conservazione bloccò lo sviluppo democratico. Solo il Piemonte rimase fedele al liberalismo.
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Le cinque giornate

Prima giornata (Sabato 18 marzo)
Alle nove del mattino viene pubblicato in Milano un manifesto imperiale annunciante l’abolizione della censura e la convocazione, per luglio, dei rappresentanti lombardo-veneti. Le riforme cominciano, ma troppo tardi e troppo modeste. I Milanesi strappano quella notificazione sotto gli occhi dei poliziotti, poi arrivano tumultuando al palazzo municipale. Il podestà Gabrio Casati dal balcone invita alla calma, poi, insieme agli assessori Marco Greppi e Antonio Beretta, scende a capitanare la dimostrazione, che al grido: “viva l’Italia, viva Pio IX”, continuamente ingrossando e sventolando bandiere tricolori, s’avvia dal vicegovernatore per chiedere armi e riforme più serie di quelle concesse. Una grossa pattuglia di gendarmi a cavallo, spedita a contrastare la marcia, non osa attaccare il popolo e si allontana. Dopo una breve sosta in piazza S. Babila, l’avanguardia è appena arrivata davanti al palazzo del governo, che si sente un colpo di fucile. Una sentinella aveva fatto fuoco sul popolo. In men che non si dica è uccisa, e tutta la guardia assalita e disarmata. Furono questi il primo sparo e la prima vittima della rivoluzione. Per impedire un’irruzione della cavalleria, la folla si protegge rovesciando il casotto della sentinella e le carrozze trovatesi a passare per la strada dal lato dei bastioni; con le panche della vicina chiesa della Passione, la si chiude verso il Conservatorio; con un carro di botti, che in quel momento passava, si ostruisce la comunacazione dal lato del ponte. E queste furono le prime barricate. Intanto i capi, saliti da O’Donnell, gli avevano presentato da firmare i seguenti decreti: “Il vicegovernatore, vista la necessità assoluta di mantenere l’ordine, accorda al municipio di armare la guardia civica. La polizia consegnerà immediatamente le armi. La direzione della polizia è destituita e la sicurezza della città è affidata al municipio”. Ottenute le desiderate concessioni, la folla, prendendo in ostaggio il vicegovernatore, si dirige al palazzo municipale. Mentre sbocca sul corso, è accolta da una scarica di moschetteria e immediatamente centinaia di barricate sorgono dappertutto, mentre si aprono le iscrizioni nella guardia civica. In giornata gli austriaci si impossessano a cannonate del palazzo municipale e alla sera la città è stretta d’assedio. I cittadini ebbero trenta morti, senza contare quelli uccisi al Castello.

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La Repubblica Romana

I democratici italiani vissero la loro grande era a Venezia, in Toscana e a Roma. In generale il loro programma si esprimeva soprattutto nella rivendicazione del valore e delle possibilità della "guerra di popolo", condotta con il ricorso diretto alle masse popolari e al volontariato, e nella richiesta di più ampie libertà politiche nel quadro di un costituzionalismo fondato al limite sul suffragio universale. La loro base sociale era per lo più piccolo e medio borghese. (Dal punto di vista delle condizioni internazionali, l'azione dei democratici italiani si svolse in un quadro quanto mai sfavorevole, in conseguenza dell'involuzione della repubblica francese e della ripresa del potere monarchico e delle forze conservatrici in Germania e Austria). La Repubblica Romana rappresentò indubbiamente il punto più alto della resistenza democratica, in primo luogo per la coerenza della sua direzione politica, nella quale Mazzini rivelò determinazione e notevole abilità. In contrapposizione al tradizionale malgoverno pontificio, i democratici repubblicani con la costituzione del 3 luglio 1849 proclamarono la sovranità popolare, l'impegno dello stato nel promuovere il benessere dei cittadini, l'autonomia delle amministrazioni locali, la libertà religiosa, il suffragio universale, l'appartenenza di tutti i cittadini alla Garanzia Nazionale e il carattere volontario dell'esercito. Inoltre il governo progettò un inizio di riforma agraria sulla base della ripartizione di beni ecclesiastici, che, se non poté avere alcuna attuazione, rappresentò l'apertura più avanzata della democrazia italiana del 1848-1849 sul piano sociale. Ma il destino della repubblica era segnato. Pio IX si era rivolto con successo alle potenze cattoliche per essere restaurato sul trono. Luigi Napoleone, per ottenere l'appoggio dei conservatori del suo paese, intendeva farsi campione della causa pontificia. Fu infatti l'esercito francese comandato dall'Oudinot ad abbattere la repubblica. Anche il re di Napoli e la Spagna inviarono truppe contro la repubblica. A difesa di Roma erano giunti Garibaldi e volontari di tutta Italia. I Francesi, sbarcati a Civitavecchia il 24 Aprile, furono arrestati e respinti da Garibaldi dopo un attacco tentato il 30. I napoletani vennero anch'essi battuti da Garibaldi a Palestrina e Velletri (9 e 19 Maggio). Ma il 3 giugno i Francesi investirono in forze la città, che solo dopo un mese di eroica resistenza, cui contribuì la popolazione con grande coraggio, fu costretta a cedere. Il 4 Luglio, un giorno dopo che era stata votata la costituzione, il triumvirato ordinò la resa. Garibaldi lasciò Roma con un gruppo di fedeli con l'intento di proseguire la lotta a Venezia, che ancora resisteva agli austriaci, ma fu costretto a rinunciare e a imbarcarsi in Toscana per l'America, dopo che la moglie Anita era perita di stenti nella fuga e alcuni compagni fuggiaschi erano stati catturati e fucilati dagli austriaci.
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