Ho letto nel
sito di Oltreluna
il pezzo di Elisabetta Baudino Per una politica creativa che mi è
piaciuto molto. Benché non abbia letto il quaderno di Via Dogana Matrice
dedicato all'arte femminile lei - riportando la sua esperienza - è riuscita
a mettermi in contatto con quel testo. E' evidente che l'intreccio del dibattito
sull'arte con le relazioni e la politica e con il fare stesso nascono in una prospettiva
viva. La relazione è fonte di ispirazione perché materia calda che
diventa, però, anche base imprescindibile di un giudizio. E' questo che
autorizza l'opera d'arte ad andare per il mondo. E questa interpretazione dell'arte
agevola la politica delle relazioni.
In un'altra parte che non è
lo spazio della Libreria o di Oltreluna mi sono trovata davanti a un'esperienza
artistica assai intelligente che mi ha dato delle idee per capire meglio il fare
artistico e quella particolare disponibilità all'arte che è fra
le donne. Ho voglia di parlarne dopo quanto letto nell'intervento di Elisabetta.
Sto parlando della mostra di Richard Lang e Jivya S. Mashe 'Un incontro in
India' vista al PAC (Padiglione d'arte contemporanea di Milano).
E' stata
Giuliana Borgonuovo a indirizzarmici. Trattandosi di due uomini avevo molta resistenza
a visitarla.
Un giorno sono passata davanti alla sede di via Palestro,
avevo del tempo libero e sono entrata. Sono stata affascinata già con la
prima fotografia dove si spiega che l'artista occidentale ha conosciuto in India
l'altro artista indiano appartenente della tribu' warli. Hanno esposto insieme
le loro opere. L'uno e l'altro si sono scambiati segnali, intense emozioni anche
non conoscendo la reciproca lingua per comunicare. Long ci fa vedere nella foto
i segni ordinati e esteticamente belli con cui il popolo warli espone gli oggetti
utili alla vita del villaggio. Questo popolo è devoto al culto della dea-madre
e Long spiega così la bellezza e l'ordine che acquistano per esempio le
comuni pietre o i piatti di carta di alluminio disposti seguendo la geometria
circolare e ellittica che immagino nelle menti warli siano atti di devozione.
Andando avanti ho scoperto che si' gli artisti sono uomini ma l'indiano utilizza
uno stile molto particolare per le sue opere: segni bianchi tracciati sullo sfondo
marrone dello sterco di vacca. I segni che sono linee sottili o piccoli punti
avvicinati come in un ricamo rappresentano la vita dei villaggi; tracciati con
un ramoscello dipingono figure essenziali e allo stesso tempo ricche di movimento
e di comunicativa. Il risultato è sorprendente, è una scrittura,
una narrazione storica, una vera lettura attraverso figure. Risalta l'ordine di
un alfabeto.
Proseguendo vengo a sapere che questa tecnica appartiene
specificamente al popolo warli che la usa come pittura devozionale durante le
due feste annuali dedicate al culto della dea madre. Sono le donne, però,
che storicamente e tradizionalmente hanno avuto questo compito di raffigurazione.
Alla fine del percorso troviamo alcuni pezzi originali di donne. Certo i segni
sono più rozzi di quelli dell'artista ma lo stile è lo stesso, le
figure sono identiche: due triangoli rovesciati che si congiungono nella punta
per rappresentare la figura umana. E' questa la prescrizione sacra, il simbolo
dei corpi femminili e maschili. E identico è anche l'ornato che disegna
animali e piante ottenuti attraverso l'uso dei punti avvicinati.
Ecco
che questa volta il debito alla cultura femminile è stato pienamente riconosciuto,
anche perché l'arte dell'artista indiano è costruita sulla maggiore
cura e l'esercizio più frequente nel disegno, stabilizzato su uno stile
e la pratica tradizionale; anche i soggetti e le raffigurazioni sono sempre rivolte
alla vita warli e al loro habitat. Non c'è stato furto e neppure esproprio,
quindi, non c'è stato l'uso di una tecnica originaria esportata su altri
soggetti, l'insegnamento femminile è riconoscibile e rispettato; è
arrivato fino a qui.
Ma oltre a questo tessuto storico dove donne e uomini
li posso riconoscere nella loro differenza sessuata, e nella rappresentazione
di se stesse e di se stessi, nel disegno e nella storia che li accomuna, c'è
altro. La mostra e le relazioni fra gli artisti, fra le donne e gli uomini che
l'hanno prodotta parlano anche al pubblico che con loro entra in contatto, ripetendo
un uso tradizionale questa pittura rimette l'arte e il suo esercizio in un contesto
collettivo e sociale, quindi anche politico, se così si intende la relazione
nell'ambito dell'agorà, di cui parlava appunto la Hannah Arendt, che cita
Elisabetta Baudino.
Allora non so se le raffinate artiste che conosco
ci si riconoscono ma io ho pensato proprio a loro, a quello spazio magico che
è l'arte femminile che nasce fra le relazioni, avvicinando l'una all'altra,
le artiste e le amiche che amano quello che le une e le altre fanno.