Donne e conoscenza storica

 

 

 

 

Introduzione sul pensiero della differenza in filosofia e storia

Organizzazione dell'unità didattica-modulo

Presentazione dell'idea di differenza nella filosofia delle donne
questioni cruciali dellastoria delle donne fra '800 e '900 nei manuali di storia
delle scuole superiori

Come nasce la filosofia della differenza
la modernità e la crisi del soggetto

La Filosofia della differenza e il soggetto
alle origini del pensiero femminile anni '60 e '70
le trasformazioni della società e la rivoluzione simbolica femminile

Note bibliografiche

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Introduzione all'insegnamento del pensiero della differenza

di D.M.

Sui temi del pensiero della differenza sto lavorando da quasi vent'anni. Da quando nel '78 insegnavo alle analfabete facendo leggere 'La piccola differenza' di Alice Schwartz. Da allora il mio interesse si e' orientato su una ricerca rivolta anzitutto alle pensatrici della differenza, alle filosofe e alle donne che hanno partecipato alla storia del pensiero.
E' ovvio che nell'insegnamento questi interessi entrino e si associno ai programmi ministeriali che invece non comprendono un indirizzo rivolto alla presenza femminile ne' nella storia nè nella filosofia. Il risultato di tale disimpegno da parte degli ordinamenti scolastici è l'esclusione di una parte, quella femminile e la parzialita' di un'altra quella maschile.
Come e' noto c'e' una divaricazione fra la ricchezza dei discorsi scritti che circolano negli ambienti del pensiero femminile e la mancanza di un senso da dare ai due soggetti nelle istituzioni.
Appena da alcuni anni sta lentamente cambiando la povertà dei riferimenti al contributo delle donne alla storia della cultura occidentale, nei testi didattici . Le donne compaiono in paragrafi appositi nei libri di testo e la pubblicazione di alcuni saggi orientati per l'insegnamento alle medie, oppure il famoso manuale Le filosofe stanno parzialmente istituzionalizzando quello che dovrebbe essere un fondamento del pensiero contemporaneo post-moderno.
E' quindi in questione il siqnificato da dare alla istituzionalizzazione. E qui per Istituzione intendo un significato di base che non ha a che vedere con la politica e riguarda il simbolico.
Ci sono state molte donne e anche alcuni uomini che insegnando, in questi venti anni soprattutto hanno dedicato tempo e intelligenza a fare emergere la componente femminile del pensiero umano. Tuttavia le istituzioni sono tutt'oggi singolarmente vuote di una parola di genere. Ne e' la riprova il documento Berlinquer che e' stato discusso fra le e gli insegnanti dal '96 e al '97 sulla risistemazione dei cicli dove la voce differenza sessuale compare per sottolinearne la scoperta nel periodo adolescenziale. E' vero che alcune associazioni ambiziose di donne - come la Societa' delle storiche ha aperto un protocollo di intesa con il Ministero della Pubblica Istruzione perche' sia dato spazio ai temi riguardanti la storia delle donne nei contenuti dell'insegnamento.
Tuttavia rimane il fatto chiaramente avvertibile che c'e' una netta divaricazione fra il praticato e il praticabile nella didattica e l'istituito e l'istituibile.

E' a partire da qui che e' visibile il discorso femminile che ha sempre aspetti di sovversione. La rivoluzione femminile e' molto più una rivoluzione simbolica che una rivoluzione fattuale. La critica delle armi ha in alcuni casi sostituito l'arma della critica - come auspicava Marx. Ma nello stesso tempo ci sono posizioni maturate all'interno di contesti - come quello delle istituzioni - dove e' ampiamente usata l'arma della critica. Nelle esperienze femminili le posizioni di pensiero e le pratiche in cui si esprimono sono molte e diverse. Vale quindi il punto di vista della rivoluzione simbolica più che quello della rivoluzione fattuale perche' questa diversita' trova una sintesi esplicita nelle trasformazioni che induce nell'immaginario e provoca nel linquaggio. Tuttavia la varietà femminile cade in un mondo ancora più variegato e dove lo stereotipo o se si vuole il pregiudizio del soggetto Altro - femminile funziona come indicatore di necessità, di protezione e rivendicazione della parita' fra i sessi.

La questione della lingua e del soggetto e del riconoscersi nell'attivita' simbolica che le donne esprimono implica aspetti tutt'altro che risolti. La questione istituzionale e della resistenza che i luoghi che le appartengono esprimono nell'assorbire il simbolico femminile non e' centrale. Soprattutto nell'insegnamento dove un canalizzare le energie dell'apprendimento a comprendere perchè le donne sono escluse dal potere è fuorviante e rischia di chiudere le capacità liberatorie e costruttive che il pensiero femminile sa elaborare.

E' quindi in gioco la questione anzitutto della rivoluzione simbolica. L'insegnamento deve mirare a evidenziare il senso della relazione fra gli uomini e le donne che per la prima volta si esprime nella storia con l'urgenza dì una trasformazione irreversibile. ln questo senso il discorso parte dal '900 e a questo ritorna anche dove il contenuto e' spostato temporalmente dal presente. Il celebre "supplemento" femminile - auspicato da Virginia Woolf - alla storia dell'umanita' e del pensiero filosofico e' qualcosa dì più di una semplice aggiunta; e' un di piu' esterno a una totalita' che determina il punto di vista sull'intero rappresentato da un soggetto che non e' piu' universale.

Il percorso che ho praticato ha riguardato anzitutto la questione del soggetto come viene affrontata tra '800 e '900 nella filosofia europea da Nietzsche, Freud, Wtttgenstein, Kafka e nelle manifestazioni dei movimenti artistici maturati nello stesso periodo, in particolare la pittura espressionista, il cinema di Fritz Lang e Thea von Harbou negli anni '20, con un breve richiamo alla musica dodecafonica. A questi incontri praticati per gruppi sono state affiancate due letture dal diario di Lou Andreas von Salome e di Paul Ricoeur dal saggio Sull'interpretazione dedicato a Freud e scritto negli anni '60.
Il secondo passaggio e' stata la presentazione del pensiero di Simone Weil e di Hannah Arendt quali interpreti della crisi europea degli anni '30-'40.
Pensatrici della modernità, donne che da un punto dì vista relativamente estraneo alle grandi istituzioni culturali maschili guadagnano un giudizio sugli anni dei totalitarismi - soprattutto Simone Weil - che e' stato ritenuto fra i piu' precoci e incisivi.

Questo percorso filosofico è stato affiancato da alcune lezioni sulla interpretazione della crisi della scienza:
- formulazione del secondo principio nella termodinamica da parte di Sadi Carnot - critica ai fondamenti della matematica di Bertrand Russell - considerazioni di Edmund Husserl nella Crisi delle Scienze europee.

La terza parte ha portato la classe nella sua componente femminile a incontrarsi con la filosofia della differenza sessuale nella contemporaneità attraverso la visione in video di un paio di incontri con Luisa Muraro e Adriana Cavarero.

E' in questa terza ripresa degli argomenti sulla differenza che ho verificato che occorreva lavorare sul modo di pensare delle allieve e degli allievi molto condizionato dallo stereotipo che dice: se le donne sono state manifestazioni di una stortura nel pensiero maschile questa non riguarda più le giovani generazioni e tale passato lontano va visto sotto le lenti della misericordiosa superiorità del progresso. Nonostante tale prospettiva liquidatoria sullo spazio filosofico argomentativo da dare al presente, continua a perseverare allo stesso tempo il pregiudizio sulle donne come sesso ancora da emancipare perchè diventi del tutto simile a quello maschile. Questo pregiudizio si presenta nella qualità di una ideologia. E' un riparo sfruttato per esempio nella scrittura come cornice costitutiva dell'intero discorso, che giustifica i rapporti causali e le derivazione da un principio ancora unanimistico e universale. Il diaframma temporale messo fra sè e le donne e gli uomini del passato così che i soggetti diventano inespressivi dì senso per le esperienze contemporanee è indice di carenza disciplinare.
Allo stesso tempo la messa in discussione della prospettiva emancipatoria per una che guardi al segno non riducibile della differenza produce la deriva nichilista, non l'assunzione di giudizi di pensiero differenti. In questa deriva: ogni azione politica -sociale è priva di risultato efficace. Questa deriva ha nello stesso tempo, un aspetto attivo che mira a destituire e rovesciare la massificazione partecipativa - visibile nei totalitarismi - ed è sia nei maschi che nelle femmine: l'individualismo. Il passo compiuto dalle individualità e' nella direzione del disinteresse per la politica e per azioni sociali e collettive - volontariato cattolico a parte. Questa posizione sembra situarsi bene in alcuni punti del pensiero di Simone Weil. L'azione indiretta e il rifiuto del volontarismo teorizzati da lei si possono oggi sposare con la denuncia del totalitarismo di destra e di sinistra portata avanti dalla pensatrice e con gli aspetti titanico-prometeici dell'ideologia stalinista. Il giudizioso individualismo per il quale l'azione collettiva non avrebbe alcun senso e' caratteristico del pensiero post-moderno e ripreso dalla filosofia che gli si ispira. In questa linea di pensiero il soggetto compare come esempio di carsicità e nomadismo dell'esperienza sia umana che intellettuale. Tale aspetto a me è sembrato interessante perchè può sfociare in un perfezionamento delle tecniche e delle strategie individuali di sopravvivenza che vanno in direzioni originali personalizzate e impreviste. In tale prospettiva ho presentato a alcune allieve il pensiero della filosofa Rosi Braidotti sul 'soggetto nomade' deleuziano recuperato in chiave di pensiero delta differenza sessuale.
Rimane come aspetto residuale l'effetto umano della deriva nichilista cosi' che tutto ha Io stesso senso o meglio niente ha più senso di qualche cosa che ne ha meno. Se non c'è più la funzione dell' autorita', gli apparati di potere e i dispositivi cbe nella realta' agiscono sono avvertiti come tendenzialmente insuperabili. Il pensiero della differenza invece puo' produrre il circuito emozionale che fa nascere il portato soggettivo dell'esperienza intellettuale delle giovani e dei giovani situando ciascuna/o nel proprio tempo, non prima e non dopo, ma in rapporto a sè e alla responsabilita' che chiama ciascuna/o di noi a agire nel mondo. Il mio insegnamento attivo è arrivato a problematizzare almeno questi aspetti.
La responsabilita' e' pero' l'aspetto da mettere in discussione perche' l'anima bella che giovani maschi e femmine producono in cinque anni di studio alle superiori si rivela inefficiente per costruire almeno la parola e il luogo filosofico che dice la spinta intenzionata ad agire nel mondo.
E' da una esplicita posizione conoscitiva che si avvia il dibattito anche interqenerazionale sulle responsabilita' che competono al soggetto che pensa se' e il mondo sapendosi collocato nella differenza.