Donne e conoscenza storica
         

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in questo sito:
su Rosi Braidotti in Baby Boomers, Giunti, 2003

Link: Comunità Filosofica Diotima

Chiara Zamboni, Il manifesto 21, 1, 2004
recensione a Rosi Braidotti
 

Tecno-corpi, materiale in transito
«In metamorfosi» di Rosi Braidotti per Feltrinelli. Una mappa filosofica per leggere le trasformazioni, con Irigaray e Deleuze come guida, che rimette al centro il pensiero della differenza sessuale oscurato dalla teoria del genere
CHIARA ZAMBONI

Il libro di Rosi Braidotti intitolato In metamorfosi. Verso una teoria materialistica del divenire (Feltrinelli, pp. 360, € 38) ) si situa nel dibattito contemporaneo, entrando in più di un conflitto. Situarsi è quello che vuole fare Braidotti, scrivendo quelle che lei chiama cartografie politiche e teoriche, che sono poi le mappe del pensiero ricostruibili dal luogo parziale dal quale ci si guarda attorno. Ci invita a considerare il suo libro come una mappa attraverso cui orientarsi. La mappa ha un perno, fare della differenza - sessuale, etnica, locale - qualcosa di positivo e creativo, sottraendola a quella tonalità negativa che le viene dal fatto che ogni differenza è l'Altro dello Stesso, il che poi significherebbe che una donna è l'altro dell'uomo, l'immigrato è l'altro del cittadino e così via. Come fare della differenza qualcosa che apre uno spazio di soggettività intensiva, di aumento della consapevolezza e della percezione? Per questa scommessa Braidotti mette in campo il pensiero sia di Luce Irigaray sia di Gilles Deleuze, che le fanno da guida.

Questo legare il pensiero di Irigaray a Deleuze è uno dei punti più interessanti, e volutamente polemici, del libro. Significa innanzitutto rimettere al centro il pensiero della differenza sessuale di Irigaray, in un periodo in cui esso è stato posto ai margini per il prevalere, soprattutto negli Stati uniti, della «teoria del genere». Braidotti lo dice chiaramente: il pensiero di Irigaray negli Stati uniti è stato letto malamente. Secondo la teoria del genere, il genere femminile come quello maschile sarebbero solo costruzioni sociali e storiche. Il pensiero della differenza sessuale invece è materialista, parte dal corpo e pone al centro quello che Braidotti chiama un «femminile virtuale», ovvero un femminile che non è un contenuto dato ma è continua apertura al divenire. Braidotti entra così in polemica con le teoriche del genere che definiscono il pensiero di Irigaray essenzialista, cioè fondato su una concezione statica e chiusa dell'essere donna. E infatti come si fa a definire essenzialista Irigaray se il «femminile virtuale» è invece continuo divenire?

Braidotti si rifà ad Irigaray - soprattutto di Speculum - anche per l'altra grande polemica che ingaggia con buona parte del femminismo statunitense. Della psicoanalisi quest'ultimo ha ripreso solo ciò che può rinforzare la volontà razionale - e dunque l'io - nel costruire nuove pratiche politiche discorsive. L'inconscio finisce così per essere un concetto teorico «morto», di fatto superfluo. Braidotti considera invece l'inconscio come ciò che scombina la linearità dei procedimenti dell'io così come della volontà guidata da ragione, aprendo il movimento della soggettività a contraddizioni, paradossi, punti di non ritorno, che hanno a che fare in particolare con la differenza sessuale e soprattutto con il legame con la madre.

A Braidotti interessa il potenziamento del divenire e lo riconosce in Irigaray come lo vede nel femminismo, là dove esso crea la passione della libertà, dignità, giocosità e leggerezza. Scrive che la politica inizia dalle nostre passioni e dai desideri che ci muovono: lo trovo molto vero così come è vero che il femminismo ha creato momenti di felicità. Io ho vissuto un intensificarsi della mia vita e un'allegria della mente nell'esperienza del femminismo. Non posso tuttavia dimenticare che proprio in Speculum Irigaray porta l'attenzione sulla confusione inconscia, sofferta e senza parola tra la madre e la figlia, che fa avvertire il bisogno di parole «scambiate» tra di loro. Nemmeno posso dimenticare che agli inizi del femminismo, almeno in Italia, si è parlato di «scacco ragionato». Segnalo con questo un punto delicato del libro di Braidotti, che insiste sull'allegria e la giocosità come potenziamento d'essere, che è poi il legame profondo che lei vede tra il pensiero di Irigaray a quello di Gilles Deleuze. Punto delicato proprio perché il potenziamento d'essere, che il femminismo effettivamente ha rappresentato per molte donne, è andato di pari passo con gesti sofferti quali ad esempio, nei suoi inizi, il separarsi dai contesti maschili. E accanto a questo ci sono stati altri gesti necessari e patiti, che pure hanno generato modificazioni, metamorfosi di divenire.

I conflitti che Braidotti apre in questo libro sono davvero tanti e non risparmiano neppure Deleuze, con il quale l'autrice ha un debito sin dai tempi di Dissonanze e dal quale riprende l'idea di «nomadismo filosofico», che l'ha guidata anche in altri suoi testi precedenti. Il nomadismo filosofico è un intensificare il piacere come linea guida del pensiero, dove le idee schiudono impensate vie del reale. Braidotti riprende da Deleuze l'idea di immanenza radicale, che riguarda una corporeità in divenire che va oltre i confini dell'io e che ci lega in una rete di incontri con multipli altri, dove parti di sé contaminano e influenzano altre parti di sé. Dov'è allora la critica a Deleuze? È vero che Deleuze è fondamentale per il femminismo perché mostra un materialismo corporeo immanente che si sottrae al «fallologocentrismo», termine che sta ad indicare il dominio regolativo delle pratiche discorsive di potere di matrice maschile; e in questo modo Deleuze contribuisce a suo modo alla stessa azione femminista di sottrarsi a tale dominio.

Tuttavia per altri versi i conti non tornano. E non tornano per Braidotti proprio nel concetto del «divenire-donna». Il «divenire donna» è per Deleuze un movimento potenziale sia per le donne sia per gli uomini, che permette di sottrarsi ai discorsi dominanti, rende possibile il rendersi impercettibili, non riconoscibili come identità costituite socialmente. E qui la critica di Braidotti si fa stringente: nella prospettiva di Deleuze il divenire donna è semplicemente il divenire altro, non riguarda le donne in carne ed ossa, ed è solo il segno di trasformazioni in atto. In questo modo Deleuze suggerisce una simmetria tra i sessi: per entrambi vi sarebbero gli stessi itinerari psichici, concettuali e d'esperienza. Braidotti invece è molto netta nel riprendere il pensiero della differenza: la asimmetria tra i sessi indica che c'è una radicale differenza tra donne e uomini sia per quanto riguarda il pensare, la scrittura, sia per l'atteggiamento nei confronti della storia e della politica. Ed è proprio nella politica che il pensiero della differenza sessuale mostra l'importanza di tenere in circolo lotte concrete e determinate, orientate dalla condizione storica delle donne, con il piano di un divenire aperto ad ogni modificazione che va oltre le identità e apre a metamorfosi impreviste. La forza viene dalla circolarità tra un piano e l'altro.

Ora proprio la figura della metamorfosi è l'altro grande perno del libro: il divenire animale come il divenire materia senza forma, che disgrega le identità per aprire a strade ambigue e nomadi. Così come le nuove tecnologie fanno del corpo un relais di una rete tra umano e inumano, o con innesti chirurgici artificiali o con la riproduzione della vita in provetta o altro. E anche in questo contesto Braidotti apre un conflitto questa volta con l'immaginario maschile che, da sempre spaventato dal materno femminile per la sua materialità concreta e simbolica al medesimo tempo, si difende ricacciandolo in un altro da sé statico. E perciò esso femminilizza le macchine mostruose nella narrativa di fantascienza, così come controlla con la scienza la riproduzione della vita.

Le angosce che qui emergono come fantasmi fluttuanti sono segno anche dell'affiorare di nuove possibilità di divenire. Sono luoghi ambigui, che nel reale aprono tracce impreviste. Tuttavia quando Braidotti cita un esempio di «divenire altro», divenire animale, materia senza forma, questa volta però in un testo dell'immaginario femminile, mostra come ne sia ben diverso l'esito, che non riproduce la logica maschile di fare dell'alterità l'altro da sé, difendendosi nella propria identità. Braidotti rilegge La passione secondo G.H., di Clarice Lispector, luogo «mitico» di scrittura femminile, sul quale sono tornate tante pensatrici. Il divenire scarafaggio della protagonista, il mangiare la materia biancastra fuoriuscita dal suo corpo, il partecipare all'essere nella sua mostruosità senza forma porta la protagonista a scoprire l'animale e il divino legati. Braidotti lega questa esperienza narrativa al femminile materno per quel che di modificazione di sé la maternità come gestazione rappresenta: perdita di confini, sdoppiamento, apertura al senza forma, che disgrega l'io, accettazione di un divenire mostruoso, senza rigettarlo sull'altro da sé, ma accogliendolo come esperienza di diventare effettivamente altro.

Ho trovato coraggioso giocare sull'immaginario di un corpo femminile generante visto come la via di un divenire mostruoso. Questo offre alle donne la possibilità di interrogare i propri fantasmi legati al corpo che si trasforma nella maternità e permette di leggere il potenziale orrore che questo provoca nell'immaginario maschile, che per lo più se ne difende con tutti gli strumenti a disposizione, non ultimo quello delle tecniche scientifiche di riproduzione. Rimane una perplessità di fondo una volta terminato il libro: perché Braidotti si misura con il femminismo francese e quello statunitense, tralasciando di confrontarsi con quello italiano, così articolato su molti dei temi da lei proposti, e che ha dimostrato negli anni attenzione e simpatia nei confronti del suo pensiero?