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archivio rassegna stampa 2003

 

E se le bambine preferissero un semplice foulard?
Un fatto di cronaca e un libro di Chahdortt Djavann riaprono, in Francia, l'annosa polemica intorno al velo islamico
ANNA MARIA MERLO
Un nuovo fatto di cronaca - due ragazze sospese dai corsi in un liceo della periferia parigina perché non hanno voluto sostituire il velo islamico con un semplice foulard annodato dietro la nuca - ha riportato in primo piano l'ormai decennale querelle sulla presenza ingombrante di questo segno religioso nelle scuole francesi. Il governo ha nominato una commissione, presieduta dal deputato Bernard Stasi, che tra qualche mese dovrà dare un parere sull'eventualità di fare una legge apposita che bandisca il velo. In Francia, in effetti, già esiste una legge che impedisce «segni ostentatori» di appartenenzea religiosa a scuola, ma una circaolare di qualche anno fa ha lasciato ai presidi il compito di valutare, caso per caso, cosa sia «ostentatorio». In questo clima, c'è un libro che sta creando profonda irritazione tra coloro che vorrebbero una soluzione politicamente corretta alla questione, in un periodo in cui l'islam di Francia sta nominando i propri rappresentanti ufficiali per dialogare con i poteri pubblici. La scrittrice iraniana Chahdortt Djavann, che vive ormai da dieci anni a Parigi, pubblica da Gallimard Bas les voiles! (46 pag.), un appello risoluto contro il velo: «quando ritrovo il ricordo e l'immagine delle bambine velate delle scuole iraniane, quando penso a quelle che, in Francia, vengono utilizzate malgrado loro o per effetto di una terribile strumentalizzazione islamista, per servire da emblema alle propagandiste dell''identità attraverso il velo', la tristezza e la collera mi dividono». Djavann afferma «ho portato il velo per dieci anni. Era o il velo o la morte. So di cosa parlo». E accusa gli intellettuali francesi, il pensiero differenzialista, di trovare delle giustificazioni culturali a questa forma di schiavitù. Il suo discorso irrita perché si pone risolutamente dalla parte delle bambine obbligate a portare il velo. «Che cosa si cerca di inculcare, in loro?» si chiede la scrittrice. Risponde che «il velo non è per nulla un segno religioso, come la croce, che ragazze e ragazzi possono portare al collo. Il velo, hijabe, non è un semplice foulard sulla testa; deve dissimulare totalmente il corpo. Il velo, innanzi tutto, abolisce lo spazio misto e materializza la separazione radicale e draconiana dello spazio femminile e dello spazio maschile o, più esattamente, definisce e limita lo spazio femminile». Per Djavann è equiparabile a un abuso, a uno stupro, «portare il velo mette la bambina o la giovane adolescente sul mercato del sesso e del matrimonio, la definisce attraverso lo sguardo degli uomini, del sesso e del matrimonio». Inculca «la vergogna di abitare un corpo vergognoso».

La scrittrice refuta la tesi dell'«identità», spesso avanzata in occidente. E accusa con particolare forza le musulmane occidentali che mettono qui il «velo identitario» e perciò solo «sono un incoraggiamento alla repressione di tutte le donne che, nei paesi musulmani, cercano di sfuggire al controllo totalitario del hijab a rischio della vita». Chahdortt Djavann chiede una legge che metta al bando il velo, in nome della protezione dei diritti umani. «Autorizzare il velo a scuola sarà un incoraggiamzento a portare il velo qui in Francia e rimetterà le adolescenti che vivono nei quartieri delle periferie sotto il giogo dei dogmi islamici rendendo le loro legittime aspirazioni all'emancipazione ancora più difficili».