Donne e conoscenza storica
         

ancora sul libro di F.Hartog
di A.Rodighero

ancora sul libro di F.Hartog
di L.Malvasi

Pubblicato in Il Manifesto, 31,5,2002
Donne sul fronte dell'origine

Nella mobilità maschile, la chiave dell'esperienza e della storia umana: dalla lenta emancipazione del bambino, alla conquista di nuovi territori, mentre le madri vigilano sui confini dell'identità
PATRIZIA PINOTTI
DISCUTIAMONE:
esiste la ricerca storica sui viaggi delle donne ? e allora? Non è utile alla ricerca antropologica?


Alcune note bibliografiche sul viaggio femminile


«La donna stava allattando un neonato. Collane di monete d'oro le ricadevano sui seni. Come molte donne nomadi, aveva addosso tutti i suoi beni. Quali sono, quindi, le prime impressioni che un bambino nomade ha del mondo? Un capezzolo dondolante e una cascata d'oro»: Chatwin (Vie dei Canti, 1988) condensa in poche righe una versione della storia dell'evoluzione della specie umana, secondo la quale il fattore determinante dell'emergenza della linea ominidea e dello scatto dallo stato di natura alla cultura, consiste non nel passaggio da specie predata a predatrice ma nei vantaggi evolutivi del legame tra madri e figli, fonte di sanità e felicità mentale nella misura in cui, e a condizione che, entrambi si muovano, assieme, e costringano i maschi adulti a muoversi con loro. La berbera apparsa al viaggiatore sembra infatti l'epifania, e la lontana discendente, delle madri ominidee alle quali la paleoantropologa Tanner (Madri utensili e evoluzione umana, 1981) attribuisce il ruolo di eroine dell'evoluzione. A partire dalla sinergia, attivatasi nella relazione tra madri e figli, tra mobilità, stazione eretta e attività coinvolte nella raccolta del cibo (dilazione del consumo, fabbricazione di utensili, spartizione collettiva del cibo), Tanner ipotizza, alle origini della speciazione umana, i vantaggi evolutivi (problem-solving, comunicazione e trasmissione extragenetica di abilità, legame sociale e affettivo) di un modello comportamentale imperniato sulla cooperazione, anziché sulla competizione e l'aggressività, che selezionando i maschi meno aggressivi determina la diminuzione del dimorfismo sessuale e l'aumento del volume del cervello. Versione ottimistica che tra gli anni `70 e `80 precede l'invenzione del soggetto nomade postmoderno e le rappresentazioni euforizzanti del multiculturalismo, essa si contrappone alle più quotate versioni novecentesche di una mobilità tutta al maschile, scandita dai riti della separazione dalla madre e dal processo di immobilizzazione delle donne (torna utile Omero: l'Elena che lascia la famiglia è il modello e contrario), e proiettata nelle attività di caccia, razzia, guerra e colonizzazione che hanno accompagnato la trasformazione della specie da migrante a stanziale.

Antropologi e psicologi, storici e genetisti si passano il testimone per dimostrare che la mobilità maschile è la chiave dell'esperienza e della storia umana: a partire dal lento distacco del bambino dalla madre, dove la conquista dell'autonomia si intreccia alle tentazioni della regressione, fino alle esportazioni/deportazioni dei giovani maschi superflui, sessualmente frustrati e nostalgici verso i fronti di guerra, l'esplorazione e la conquista di nuovi territori, la fondazione di nuove colonie e civiltà. Nella sequenza di protesta/disperazione/distacco del bambino dalla madre descritta da Bowlby, Leed (La mente del viaggiatore, 1992) vede la matrice psicologica comune a tutte le esperienze storiche di partenza, ai riti di passaggio e ai racconti che ripetono la scissione del legame tra madre e figlio, secondo uno schema di allontanamento/pericolo/morte/rinascita: in quel distacco, e nell'assenza da colmare, Freud aveva indicato l'origine del linguaggio, mentre nel viaggio dell'Eroe e nell'uccisione della Madre Terrificante, Jung aveva letto la conquista e la ricapitolazione del processo di individuazione generatore della coscienza e della razionalità. Poiché l'uomo, osserva Leed, è biologicamente superfluo dopo l'eiaculazione, e non può trarre il futuro dal proprio corpo, egli deve creare fuori di sé la propria necessità: dalla morte cui va incontro, dagli sforzi che compie per sopravvivere, dall'immortalità che i viaggi - reali e immaginari - nello spazio e nel tempo gli conferiscono. Viaggi, guerre e acquisizione di terre e donne - un'endiadi in cui si consumano i riti dell'arrivo e dell'integrazione - diventano gli atti fondamentali della generazione, paterna e patriarcale, dell'identità maschile. Sono le piccole e grandi migrazioni della storia della specie ricostruita dalla ricerca genetica di Cavalli Sforza (Geni popoli e lingue, 1996): i matrimoni, le espulsioni e le colonizzazioni che, secondo un copione di separazione, isolamento, contatto, mescolanza che si ripete dal Paleolitico ai nostri giorni, garantiscono alla specie umana i vantaggi dell'interfecondità. Lasciandosi però alle spalle le donne - immobilizzate nella funzione di custodi dello scenario delle origini, della tradizione e dell'identità - per continuare a mandare i figli nella foresta: amaro epilogo, e anche più minaccioso nell'epoca dell'esplosione demografica e dell'intensificazione di conflitti etnici e religiosi, della cascata d'oro che avrebbe potuto essere la storia umana.