Donne e conoscenza storica
         

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Autocoscienza letteraria

sta in Il Manifesto 23,9,2003

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Racconti dal fondo dell'ombra
«La sirena delle cinque», le pagine autobiografiche di Barbara Balzerani edite da Jaka Book. Dall'aspra infanzia nell'hinterland romano alla sofferta tessitura attraverso le parole scritte di un vivere quotidiano che si conclude ogni sera dietro le sbarre
ERRI DE LUCA
Barbara Balzerani è ammessa da qualche anno al regime attenuato di detenzione. Di giorno esce dalla fortezza, lavora, vive, poi di sera si riconsegna. Da quando ha potuto rivedere mondo, scrive. Ha avuto bisogno di finestre e balconi aperti per mettersi a narrare. Le sue storie non sono uno sfogo e uno scarico, ma quella seconda assunzione di responsabilità che sta nelle parole giuste. Scrive di sé non per racimolare attenuanti generiche, ma per rintracciare il percorso personale e irripetibile che l'ha condotta al chiuso delle condanne a vita. La generazione insorta della quale insieme fummo parte, era strana per questo: tutta la sua spietata unanimità rivoluzionaria era formata da un brulichio di pezzi unici, di singole avventure che convergevano poi, ma solo poi, dentro il ventennio più sismico della storia politica d'Italia. Tra la battaglia di Valle Giulia (1968) e la dichiarazione di fine della lotta armata pronunciata da Curcio, da Moretti e da lei (1988), in una pausa di processo, è avvenuta la più vasta rivolta sociale, la più convulsa reazione, la più massiccia repressione carceraria, i colpi forsennati delle stragi, la lotta armata e la pratica della tortura per combatterla, la più estesa sinistra rivoluzionaria dell'occidente moderno, la più alta quota di carcere pagato da una generazione politica, in tempo di democrazia per giunta.

E' una storia ancora indicibile. Nell'Italia dei condoni e abbuoni per ogni specie di malfattore economico, quell'antagonista politico resta imperdonabile. Era formato da tante vite e da altrettanti moventi emotivi quanti erano i corpi.

Il corpo di Barbara Balzerani è esperto di ombra. I molti anni di clandestinità e poi quelli sepolti nei carceri speciali fanno di lei un cassetto chiuso dal quale escono lentamente fogli tolti al segreto. La sirena delle cinque è la sua seconda stazione di scrittura (pp. 67, € 8). La prima Compagna luna, fu pubblicata coraggiosamente da Feltrinelli e fu ripagata da un'ottima accoglienza di lettori. Certo disturbò e disturba il diritto di parola che emergeva dal fondo del sacco dei chiusi. Curioso che disturbò pure qualche scrittore, che per definizione e per legge morale è tenuto a essere difensore del diritto, a chiunque, di parola. Invece si pretese, e si pretende ancora la censura. Ogni volta che spunta una voce da quel sacco c'è sempre qualche maestro di pensiero che invoca la condanna supplementare del silenzio.

Compagna luna fu un libro di squarci. Barbara Balzerani si riaffacciava al mondo con i primi passi non contati dentro un cortile e si esponeva all'aperto di un libro suddiviso in cicatrici più che in capitoli. Fece bene allora Feltrinelli, con la direzione di Gabriella D'Ina, a volerlo e difenderlo. Questa seconda stazione di scrittura esce da Jaca Book. Stavolta Feltrinelli non l'ha accolto. Del resto il paese si è inasprito nei suoi sentimenti e oggi una provvidenziale legge di civiltà giuridica, detta Gozzini, sarebbe indispensabile.

Oggi occorre più virtù di allora per pubblicare un libro di Barbara Balzerani. La sua sortita si deve a un paio di buoni amici. Uno è Ovidio Bompressi, lettore universale che l'ha avuto attraverso di me e che ha dato il consiglio giusto. L'altro è Luciano Della Mea che prima di morire ha accolto l'invito di Ovidio e si è impegnato a farlo pubblicare. Due amici di questo valore già avvisano un lettore che le pagine sapranno onorare il tempo dedicato a loro.

La sirena delle cinque si spandeva nell'aria del paese natale e avvisava la fine del turno di fabbrica, il ritorno a casa della madre. Era un taglio del giorno che si ricuciva, la famiglia prendeva il sopravvento sul mondo. Da questo suono d'inizio procedono le storie. Sono clausure di donne che si sono amputate la maternità, di altre che l'hanno portata con loro dentro le sbarre, di prime scoperte del mondo di fuori dopo dieci anni filati nel regno dell'altrove sigillato, dove anche la visita di un parente, una al mese, si svolgeva di là di un vetro. E di tutta la forza di durata e resistenza contro il regime speciale, contro le infinite perquisizioni che facevano esplodere la cella conservata con tutta la cura di donna senza nicchia, restano frasi di invincibile pazienza come: «Avevamo tempo per questo».

C'è anche una storia che mi coinvolge di persona. Una notte di maggio del `99 dal budello di guerra di Belgrado in cui mi ero cacciato da solo per schifo di esser suddito di un governo bombardiere di città, una notte di maggio in cui la città e la vita erano sotto tiro a più non posso, riuscii a chiamare l'Italia. Chiamai Barbara, che stava per rientrare in prigione. Chiamai per bisogno di una voce che reggesse la mia solitudine. Lei c'era ancora, rispose e questo dette pace all'inizio di una notte maledetta. Sapevo che avrebbe dimenticato subito dopo l'ingresso a Rebibbia. Sapevo che non avrei pesato sul suo sonno. C'era solo lei per quello. Nel libro c'è la sua versione della telefonata.

Nel paese in cui tutto si aggiusta, la vita di Barbara Balzerani e degli altri che scontano da oltre venti anni è un'altra lezione impronunciabile. Anche in questo la storia della lotta armata ribadisce la sua diversità totale; pene scontate, come dice Macbeth, fino all'ultima sillaba degli anni. Si tratta di campioni della specialità penitenziaria, atleti del gran fondo detentivo, a volte morti in carcere come Germano Maccari o appena fuori dal muro come Piero Vanzi. E tutta questa pena già scontata è perfettamente vana. Essa non ha pareggiato il debito per il quale era stata erogata, non ha permesso ai prigionieri saldatori del conto di ritornare cittadini interi come è diritto di chi paga. Si è ancora al giorno uno di una storia bloccata, ma bloccata non solo per loro: di più per la pubblica salute di un paese che non si è più disintossicato dall'emergenza e continua a inventarsene, a spacciarne, a iniettarsele in vena. Siamo un paese di bambini invecchiati, bisognosi di mostri.