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sta in Il Piccolo giornale di Trieste 11.11.2002

RAZZISMO Ellen Ginzburg Migliorino ha dedicato un libro alle abolizioniste americane prima della Guerra civile
Donne contro la schiavitù, già nel lontano Ottocento

Ma la battaglia dei neri, dice la docente universitaria, somiglia a una «marcia immobile»

 

Uno dei suoi libri precedenti, dedicato alla storia nei neri americani dal 1770 al 1970, l’aveva intitolato «La marcia immobile». A significare che in fondo in fondo, in tutto questo tempo, sulla via dell’effettivo abbattimento delle barriere e dei pregiudizi razziali, negli Stati Uniti di strada se n’è fatta piuttosto pochina.
Ellen Ginzburg Migliorino, nata vicino a Filadelfia da madre romana e da un padre originario di Odessa, cittadina statunitense ma anche italiana, vive da quasi vent’anni a Trieste, dove insegna Storia dell’America del Nord alla facoltà di Lettere e filosofia della nostra Università. Il suo nuovo libro s’intitola «Donne contro la schiavitù», sottotitolo «Le abolizioniste americane prima della Guerra Civile» (Piero Lacaita Editore, pagg.160, euro 8).
«Ho preso in esame - spiega l’autrice - l’importante contributo dato da alcune donne nella lotta per abolire la schiavitù negli Stati Uniti nei tre decenni prima dell’inizio della Guerra civile. Donne animate da un notevole spirito di attivismo politico, che si batterono con coraggio e tenacia per protestare contro le ingiustizie di cui erano vittime gli afroamericani».
Femministe ante litteram?
«Erano altri tempi. Ma dall’analisi delle fonti emerge che c’erano delle diversità di vedute, tra uomini e donne che lottavano con gli stessi ideali, sul ruolo da riservare alla donne all’interno del movimento. Alcuni uomini volevano relegarle a un ruolo subalterno, altri erano d’accordo perchè fossero impegnate attivamente nell’attività antischiavista».
Era la metà dell’Ottocento, ma il movimento antischiavista ci ha messo più di un secolo per ottenere risultati tangibili...
«Da questo punto di vista sono pessimista. In realtà in tutto questo tempo di risultati se ne sono ottenuti ben pochi. Qualsiasi gruppo etnico, col passare delle generazioni, finisce per integrarsi. Ma quando il colore della pelle è diverso, il processo è molto più lungo e difficile».
I ghetti, insomma, esistono ancora.
«Certo. E la situazione in questi anni è semmai peggiorata. Colin Powell è uno, Condoleeza Rice è una, a fronte di milioni e milioni di persone che ancora sono discriminati per il colore della loro pelle. Certo, la situazione negli Stati Uniti è sempre stata preferibile a quella del Sudafrica, dove le divisioni e le discriminazioni erano legalizzate. Ma i ghetti negli States esistono ancora e periodicamente saltano pure per aria, come avviene quando sulle reti televisive nazionali finiscono per caso le immagini di poliziotti bianchi che bastonano cittadini neri...».
Dove si è sbagliato?
«Non lo so. Di certo si poteva fare di più. E il tentativo di creare un crogiuolo di razze e di gruppi etnici non può dirsi riuscito. Negli anni Sessanta ho insegnato nel ghetto nero di Filadelfia. Ricordo il racconto di esperienze drammatiche, ricordo ragazzi già cresciuti che non sapevano né leggere né scrivere per il semplice motivo che nessuno glielo aveva insegnato. Ricordo case cadenti, scuole carenti e servizi sociali inesistenti».
L’Italia il razzismo lo sta scoprendo adesso...
«In Italia, prima di trasferirmici definitivamente nel ’67, venivo in vacanza dai miei parenti. Ero una ragazza, ma ricordo che mi dicevano che qui il razzismo non esisteva e negli Stati Uniti sì. A parte che razzismo era anche il trattamento che molti italiani del Nord riservavano ai meridionali che si trasferivano per lavorare, quell’affermazione fotografava in realtà una situazione in cui ancora non erano arrivati gli immigrati con un diverso colore della pelle. Quando sono arrivati, la situazione è cambiata...».
Torniamo alle donne del suo libro. C’è qualche figura che emerge?
«Sì, per esempio Maria Stewart, una nera libera, che già all’inizio degli anni Trenta dell’Ottocento invitava la sua gente ad assumersi le proprie responsabilità per le condizioni in cui vivevano i loro fratelli e le loro sorelle. Lei ma anche tante altre erano donne all’avanguardia per quell’epoca. Esempi di grandi eroine, molto coraggiose, che sacrificavano la loro vita per un ideale».
Carlo Muscatello