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Invenzioni femminili di identità
sta in Il Messaggero on line

Mercoledì 30 Ottobre 2002
La prima s’innamorò del Sahara, la seconda dell’Australia degli aborigeni. Due libri raccontano le loro scelte radicali e incomprese
di MELANIA MAZZUCCO

ISABELLE Eberhardt era russa, Daisy Bates irlandese. Entrambe fuggirono l'Europa e non tornarono indietro. Isabelle scoprì il deserto a vent'anni, nel 1890; Daisy Bates a più di quaranta, nel 1905. La prima scelse le dune di sabbia grigia del Sahara algerino, la seconda quelle di sabbia rossa del deserto australiano. Isabelle morì a ventisette anni, originando con la sua scomparsa tragica un mito di fuga, radicalismo e morte à la Rimbaud; Daisy Bates a più di novanta, venerata e dimenticata, al punto che tutti la ritenevano già morta. Le accomuna l'esigenza, assoluta come una chiamata religiosa e una vocazione mistica, di vivere la propria identità femminile al di fuori e contro gli schemi prefissati, di reinventarsi un'esistenza libera nell'unico spazio incontaminato dalla civiltà occidentale e a essa strenuamente antagonista - il deserto.
Sette anni nella vita di una donna, appena ristampato da Guanda, è una ricognizione completa della vita intensa e della caotica produzione letteraria di Isabelle Eberhardt. Costruito dalla curatrice Eglal Errera in forma di collage (lettere, brani di diario, articoli, reportage e frammenti di novelle), restituisce alla donna e alla scrittrice tutto il suo fascino e tutta la sua inquietudine. La sua biografia è ricca di enigmi e punti oscuri: la stessa Eberhardt, che fin dall'adolescenza si era attribuita altre identità, ben presto cominciò a modificarla. Si inventò un padre (era figlia illegittima), e una genealogia. Quando da Ginevra (dove era cresciuta nell'ambiente degli esuli russi, nichilisti, idealisti e anarchici), si trasferì con la madre in Algeria, si convertì all'Islam. Parlava perfettamente l'arabo, vestiva come un ragazzo, avvolta nel burnus, e divenne lo studente Si-Mahmoud. Iniziò un'esistenza sradicata e nomade. Cavalcava con esattori delle tasse, spahi (soldati indigeni arruolati dagli occupanti francesi), sceicchi, marabutti e beduini. Tutti credevano o fingevano di credere che fosse chi voleva essere. In una contrada remota dell'Algeria orientale, perduta nella grigia immensità delle dune del Sahara, scoprì El Oued. La mobile, desolata e violenta solitudine dell'oceano prosciugato la ammaliò: vi si riconobbe. Al fratello scrisse «Amo il Sahara di un amore oscuro, misterioso, profondo, inspiegabile ma reale e indistruttibile». Si stabilì nell'oasi, con un giovane spahi, vivendo del gramo stipendio di lui.
Dava scandalo. Era un ragazzo, ma conviveva con un soldato. Pregava Allah con fede autentica, ma beveva alcol. Si teneva alla larga dai bianchi, ma non viveva come le donne musulmane. L'integralismo religioso mascherava a stento le aspirazioni indipendentiste degli arabi, e le autorità francesi considerarono presto con sospetto quella russa anarchica che frequentava le confraternite religiose musulmane.
Con analogo sospetto finirono per considerarla anche gli islamici - della cui comunità lei credeva di far parte. Un fanatico tentò di assassinarla, aggredendola con una sciabola. Isabelle Eberhardt si salvò. Perdonò il suo aggressore, ma la comunità - bianca e indigena - non perdonò lei. Il processo al tentato assassino divenne il processo a una donna eccentrica, scomoda per gli uni come per gli altri. I francesi la espulsero dal paese - come agitatrice e spia. Ricacciata in Europa, tre volte esule (dalla Russia che non avrebbe mai visto, dalla Svizzera che odiava, dall'Algeria che sentiva come vera patria), sopravvisse a Marsiglia nella miseria più nera, tentando di costruirsi una carriera come giornalista. Riuscì a tornare in Algeria solo sposando il suo spahi, e diventando cittadina francese. Non riuscì mai a tornare nel Sahara. Ne costeggiò i margini, accompagnandosi ai militari francesi che aveva odiato e che tentavano di piegare le ultime resistenze arabe, esplorando con loro scuole coraniche, villaggi ribelli, fortini arroccati tra le montagne e stazioni ferroviarie popolate dai relitti del popolo libero e nomade che amava, contaminati dal contatto con la civiltà occidentale: prostitute, alcolizzati, mendicanti. Passò da una malattia all'altra, fra delusioni, illuminazioni e un'impenetrabile solitudine. Alla fine si insediò in un desolato avamposto a sud di Orano, Aïn Sefra - "sorgente gialla".
Nell'ottobre del 1904 l'Uadi straripò e l'acqua sommerse il quartiere indigeno. Ci furono 27 vittime. Una era Isabelle Eberhardt. Nella sua casupola poverissima non c'era nulla da salvare, solo una cassa con i suoi manoscritti. Esumati dal fango, apparvero negli anni successivi: alcuni dei suoi racconti - Yasmina e Nel paese delle sabbie - sono pubblicati anche in Italia, dalla casa editrice Ibis.
Anche Daisy Bates, quando lasciò l'Europa e quella parodia dell'Europa che era la società bianca australiana di fine Ottocento, si costruì un'altra identità. Cancellò il passato, e lo sostituì con i suoi desideri. Si raccontò benestante (era orfana, e forse per sopravvivere fu costretta prima alla prostituzione e poi all'emigrazione), vedova (aveva due mariti), tacque sul figlio che aveva abbandonato, e andò alla scoperta di un altro mondo, quello degli aborigeni. Per qualche tempo lo fece alla maniera dei bianchi - collaborando a una missione luterana e con un antropologo positivista. Fu mandata ad assistere gli aborigeni sulle isole in cui li avevano deportati i nuovi padroni dell'Australia: morivano a migliaia, delle malattie dei bianchi e di tristezza. Daisy Bates li seppellì e li aiutò a morire. Poi cercò di aiutarli a vivere. Per sedici anni si accampò in una tenda, tra le sabbie rosse del deserto. Le mancavano talmente i colori che fissava per giorni il gambo di un cavolo appoggiato a un'acacia per ritrovare un po' di verde. Con lei, oltre a lucertole spinose e formiche carnivore, c'erano una quarantina di neri - «la mia gente». La iniziarono ai loro riti e la nominarono custode dei loro totem. La ribattezzarono Kabbarli, la nonna. Le rivelarono che nei Tempi Antichi era stata un uomo, un anziano della tribù, e adesso non era né una donna né un uomo, ma un essere soprannaturale oltre i confini del sesso. I bianchi la consideravano solo una strega, molesta perché attirava i neri. Daisy Bates viveva tra i due mondi: alle sue spalle correva la ferrovia che avrebbe contribuito a fare dell'Australia una terra orfana, sterminando gli ultimi aborigeni, attirati dal «serpente di ferro» a rinnegare la loro esistenza; davanti a lei l'abbacinante, magico deserto rosso popolato di canti e fantasmi. Eppure quel paesaggio desolato divenne il suo paradiso, e quando ne fu scacciata - dai bianchi - tentò con tutte le sue molte energie di tornarci.
Settantenne, ottantenne, peregrinò fra ospedali, fattorie e sobborghi, cercando la sua gente e accendendo fuochi per richiamarla a sé: ma erano tutti morti, e alla fine rimase sola. La sua figura di visionaria e battagliera bugiarda rivive con tutte le sue contraddizioni nel bellissimo libro di Julia Blackburn, racconto di viaggio e insieme romanzo, Daisy Bates nel deserto - Tra gli Aborigeni di passaggio (Instar Libri). La Blackburn ricostruisce l'esistenza della Bates inseguendola in accampamenti sperduti sepolti dalle sabbie, fra i diari e le lettere sepolti nelle biblioteche, nei ricordi dei testimoni. La Bates vide il “passaggio" degli Aborigeni - inghiottiti dall'alcolismo, dalla prostituzione, dal dolore. Tentò di salvare le loro leggende, i loro miti, i loro linguaggi - trascrisse canti, vocaboli, nomi. Anche lei lasciò solo una cassa piena di scritti disordinati. Julia Blackburn le costruisce un monumento più solido della targa sepolta dalla sabbia che la ricorda a Ooldea, dedicandole un ritratto insieme commovente e spiritoso. E rinnova il carisma di una donna dal passato oscuro, capace di sopravvivere alla nostalgia, alla solitudine e alla fame, sorretta solo da un'inesauribile passione per la fantasia, per la scrittura, e per la bellezza irripetibile delle parole.