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sta in La Nuova Gazzetta sarda 11. 11. 2002

La giornalista d'origine algerina Assja Djebar traccia un imponente ritratto femminile nella «Donna senza sepoltura»
Vita di un'eroina nel cuore dell'Islam
La storia di Zoulikha, partigiana nella guerra d'indipendenza del'56

di Paola Pittalis

 

Sono sempre più numerose le donne di nazionalità non europea che scelgono una lingua europea per raccontare vicende che si sono svolte nel paese di origine e coinvolgere un pubblico più vasto. Accanto alle donne che scrivono in situazioni estreme, costrette alla clandestinità (è il caso di Zoya, autrice de «La mia storia. Una donna afgana racconta la sua battaglia») vi sono scrittrici ormai conosciute che vivono laicamente l'esperienza dell'insegnamento universitario e la militanza in difesa dell'emancipazione femminile nel mondo islamico. Le opere tradotte in italiano sono parecchie. Prima fra tutte lo straordinario libro di Fatima Mernissi «La terrazza proibita», pubblicato da Giunti nel 1996, dedicato ai confini visibili ed invisibili che delimitano l'universo dell'harem, isolandolo dalla società esterna. L'ultimo è il romanzo di Assja Djebar, «La donna senza sepoltura», dedicato alla storia di Zoulikha, considerata l'eroina della città di Cesarea, per il coraggio rivelato negli anni 1956-57, durante la guerra di indipendenza algerina.
Zoulikha è una figura storica, mentre gli altri personaggi femminili sono frutto di fantasia. L'intento dell'autrice è quello di creare un affresco vivo e mosso come quelli degli antichissimi mosaici di Cesarea in Mauritania. Djebar trae ispirazione dall'arte e dalla realtà, scrivendo un'opera nella quale la riflessione storica si accompagna all'emozione poetica. Lo stesso è avvenuto in «Donne di Algeri nei loro appartamenti» del 1988. In questo si parte dal quadro omonimo di Delacroix: le donne chiuse nell'harem vengono contemplate dallo sguardo di uno straniero che ne viola l'intimità e il mistero. Ad esse si affiancano le donne che vivono nella storia, nella transizione difficile dal passato ai problemi dell'oggi.
La vicenda del romanzo ha inizio quando una giornalista televisiva nata a Cesarea, ma da anni trapiantata in occidente (la stessa Djebar?), ritorna nella città della sua infanzia per indagare sul mistero della vita di Zoulikha, staffetta partigiana catturata e uccisa dai francesi, il cui corpo non è stato mai ritrovato. L'indagine viene avviata vent'anni dopo gli avvenimenti. Zoulikha ha saputo vivere in modo moderno in una società, quella islamica, che sa essere spietata nei confronti delle donne. Unica ragazza della sua regione ad ottenere il diploma in una scuola francese, veste all'occidentale, ma torna in un secondo momento agli abiti della sua terra, rifiutando però l'uso del velo. Dalle donne viene ammirata perché, di volta in volta, ha scelto liberamente i propri mariti (ne ha avuto tre) e «ha amato ciascuno di loro in modo diverso». Da tutti viene ammirata per il coraggio dimostrato in una città nella quale soffia «il vento della paura», umiliata dalla pratica delle delazioni, della tortura e della galera. Zoulikha tesse una «rete di donne» desiderose di sostenere la resistenza, fa la staffetta fra la città e la montagna per portare ai partigiani armi, medicinali e cibo, sceglie, infine, unica donna, la lotta clandestina sui monti. Muore a 42 anni dopo essere stata catturata e torturata dai francesi. La sua rivoluzione consiste nelle scelte di vita, prima ancora che nell'impegno politico. Ama guardarsi intorno, con sguardo libero e fiero, e comunicare apertamente i propri pensieri in una società nella quale per tradizione le donne sono state private dell'uso dello sguardo e della voce. Il velo rifiutato nella vita quotidiana viene usato durante gli spostamenti dalla città alla montagna, un'astuzia per sfuggire al nemico. Non è difficile cogliere il valore simbolico: in questo caso il velo, lungi dal cancellare la sua identità, diventa strumento di affermazione di sé attraverso la lotta politica.
L'originalità del libro deriva dal modo in cui le vicende vengono ricostruite: nell'intreccio dei punti di vista di donne che appartengono a generazioni diverse ed hanno un differente vissuto. A Lla Lbia, la "lavatrice di morti", ed alla vecchia zia Zohra Oudai vengono accostate le due figlie di Zoulikha: Hania "l'amica e sorella", cui Zoulikha, partendo per la montagna, affida i due figli più piccoli, e Mina che ha capito che i morti non sono mai veramente morti, ma continuano a "svelarsi" e a trasmettere ai vivi la propria esperienza.
Poco importa, dunque, sapere se e dove la madre è stata sepolta. Fra i personaggi che prendono la parola è anche lei, Zoulikha, che si racconta in alcuni monologhi, l'ultimo dopo la morte, per narrare ciò che nessuno può sapere. La tortura ha martoriato il suo corpo di donna nella parte più segreta, il sesso, l'unico "occhio" rimasto nascosto dopo l'eliminazione del velo: «la mia vagina elettrificata turbinava tutta, come un pozzo senza fondo». Ma è proprio il pensiero della sua identità forte di donna che ha provato il piacere e ha dato la vita a quattro figli a impedire, dice Zoulikha, che «il sangue, il pus e l'orina mi sporcassero l'anima».
L'intera vicenda si ricompone nello sguardo della giornalista tornata nei luoghi dell'infanzia: una "straniera non straniera", che vive in modo consapevole il delicato problema di tante donne occidentali. Come rapportarsi con interlocutori che sono vicini e al tempo stesso lontani? Sceglie la posizione del confronto, di chi "ascolta" e «parla vicino a» senza avere la pretesa di «parlare per conto di» o, peggio ancora, di «parlare di».
Nella storia algerina Zoulikha non è stata l'unica donna a meritare l'epiteto di "eroina". Altrove Assia Djebar ha ricordato la mitica berbera Kahina che nel VII secolo si oppose alla penetrazione araba nell'Africa settentrionale e la non meno mitica staffetta partigiana Giamila.
Zoulikha è, però, l'unica che rispecchia l'anima profonda di una nazione che non è stata solo martoriata dalla guerra, ma anche insultata da una classe dirigente incapace di elaborare un progetto chiaro. E' una "figura di tragedia" che illumina "il nostro spazio svuotato" ed interpreta la volontà di riscatto di un popol
o.