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sta in Il Giorno 18,1,2003

l diritto d'essere scrittrici
di Francesca Amoni


Segni, impronte, figure della vita e dell'anima che l'hanno nutrita, scossa e aiutata a fare di sé «una donna che scrive» nell'ultimo libro di Grazia Livi «Narrare è un destino» (La Tartaruga, pp. 196, E 13,60). Un itinerario a ritroso, verso l'originarsi del desiderio di abitare il linguaggio scritto, come fosse la sua casa, quando per le donne la casa significava solo marito, figli, «compiacere» e «servire». Saggi, relazioni, articoli pubblicati negli ultimi 20 anni che delineano una sorta di autobiografia letteraria attraverso suggestioni, ritratti, reminiscenze di letture, che l'hanno rapita e chiarita nei suoi intenti, che la Livi chiama «il sentiero della mia maturazione».
Letture e incontri con altre scrittrici contaminano poi i suoi ricordi di bambina: la famiglia, il padre, «depositario di tutte le leggi e di tutti i principi», gli insegnanti severi che non la consideravano capace di un proprio sentire, il faticoso liberarsi di lacci, soggezioni, tremori di fronte all'autorità maschile, che allora (anni '50) tutto legittimava e da cui tutto discendeva. Soprattutto risaltano le sue compagne di viaggio, autrici nelle quali ha cercato ed accolto quei «segni» e quei «lampi» che contrassegnano, secondo la Livi, la via di chi scrive.
«In opposizione alla vita apparente, io li chiamo i segni della vita occultata che traspaiono più che altro dai diari, preziosi ripostigli, stupefacenti cantine, le cantine dell'identità», scrive, dove tutte le scrittrici da Virginia Woolf a Katherine Mansfield si sono rifugiate «per delineare la propria fisionomia, tentare un consolidamento della propria vita interiore». E dalla cantina, sono arrivate a pronunciare la parola «io e far uscire dall'ombra quel pronome per dargli risalto e situarlo in una diversa luce».
Un percorso che è anche il suo e lo svela attraverso incursioni nella vita e nelle pagine delle sue amate eroine. Anna Banti, la sua maestra, che «stava in alto con la corona della letteratura sul capo» e lei già laureata in filologia romanza con Gianfranco Contini a Firenze, sotto in basso, insicura, allieva in soggezione. Ma col tempo arriva a giudicare e criticare la maestra, perché troppo schematica e troppo legata a «un mondo di verità pronunziate dai padri». Mentre, a Milano, dove la Livi vive ormai da più di 30 anni, verso i primi anni '60 incontra Anna Maria Ortese. Scrive: «Volevo dirle la mia ammirazione ma non potei: parlò sempre lei, febbrilmente, come una reclusa d'estrema ricchezza interiore». Eppure voleva dirle che il racconto «Un paio di occhiali» (da «Il mare non bagna Napoli») l'aveva folgorata, aveva avvertito per la prima volta la «fecondità» della scrittura, «il racconto di una vita profondamente sentita», «la prosa che si dispone attorno a chi legge, come un grembo denso, amorevole, non come un edificio». Che poi è la peculiarità della scrittura di Grazia Livi che avvolge chi legge e allo stesso sollecita emozioni e apre orizzonti di conoscenza.