La
spoliazione della femminilità, la rasatura, la perdita
delle mestruazioni, sono state un percorso comune a tutte
le donne.
Sì, ne abbiamo risentito tutte moltissimo. Io soffrivo
parecchio per le mestruazioni e ricordo che uno dei primi
pensieri arrivando lì dentro era stato: e quando
arriveranno le mestruazioni come farò? Non c'è
stato questo problema perché, vuoi per lo spavento,
vuoi per l'assoluta mancanza di cibo, vuoi perché
nell'orribile zuppa mettevano, come si diceva, del bismuto,
a quasi nessuna vennero più le mestruazioni, man
mano che il corpo perdeva le sue forme originali e si trasformava
in uno scheletro di vecchia. D'un tratto, là dove
c'era il seno non c'è più niente o, in certe
donne, solo un po' di pelle cascante. Le ossa delle anche
ti bucano la pelle, premendo come spunzoni sul tavolaccio
dove sei costretta a dormire senza poterti voltare, incuneata
nei corpi delle altre. Ti guardi le gambe e ti sembra impossibile
che ti possano sorreggere. Hai la testa rasata, non hai
uno specchio, non hai nulla. Sei una persona che non ha
più nulla. Non possiedi altro che quei pochi stracci
che ti metti addosso. Ricordo che avevo una giacca con la
fodera mezzo strappata, e quella fodera l'ho usata tutta
per andare in gabinetto. Anche queste cose, giorno dopo
giorno, vanno tutte a scapito della tua femminilità,
del tuo essere una donna che lotta per non abbrutirsi completamente.
Quando non hai un fazzoletto, come fai a soffiarti il naso?
Erano tutti passaggi che portavano via un pezzo di te.
Come si poteva, in quelle condizioni, tentare di mantenere
una sorta di integrità?
Ti racconto di quando mi hanno rasato i capelli. E' una
storia che racconto molto raramente. Come si vede nell'unica
fotografia che è rimasta di me a tredici anni, qualche
mese prima dell'arresto, avevo una massa enorme di capelli
neri, ricci, ribelli, proprio come mia figlia oggi. Quando
sono stata deportata ad Auschwitz erano già due mesi
che non potevo lavarmi la testa, però avevo un pettine
e una spazzola e cercavo di tenerli ravviati. Il giorno
del nostro arrivo a Birkenau vedo le altre che venivano
rasate, ed ero già pronta con la testa giù,
rassegnata al fatto che anche i miei capelli sarebbero caduti
lì, su quel pavimento. Passa una sorvegliante SS
e dice alla prigioniera addetta alla rasatura di non tagliarmi
i capelli, perché erano così belli che sarebbe
stato un peccato. Mi danno un fazzoletto da legarmi in testa.
Di tutto il gruppetto sceso dal treno, in quel gelo di Birkenau,
eravamo rimaste trenta ragazze non mandate a morte; tutte
le altre rasate, e io con i miei capelli. Non più
un pettine, non più una spazzola, non più
una doccia per tutto il tempo della quarantena. Avere i
capelli era un segno distintivo. Tutte le kapò, tutte
le prigioniere più anziane che evidentemente avevano
dei meriti, tutte le politiche avevano i capelli; eravamo
noi a non averli. Dopo quindici giorni mi scelgono per lavorare
nella fabbrica Union, e intanto la testa mi prudeva sempre
di più. Erano due o tre giorni che andavo in fabbrica,
e mi grattavo mentre ero al tavolo - mi avevano appena insegnato
che cosa dovevo fare con certi pezzi di munizioni - quando
mi sento camminare qualcosa sulla faccia, proprio sulla
guancia. Tocco, prendo in mano, è un pidocchio, quell'immondo
insetto che è il pidocchio e che io non avevo mai
visto nella mia vita. La prigioniera vicino a me - non era
italiana, non so chi fosse - rapata, come ha visto il pidocchio
ha chiamato la kapò e questa mi ha fatto subito uscire,
prendendomi il numero. Non sapevo che cosa mi sarebbe successo.
La mattina dopo mi hanno mandato in una baracca che si chiamava
la Sauna, dove mi hanno rapato a zero. La mia testa completamente
glabra era tremenda solo da toccare. Sono stata lì
tutto il giorno. Non so se posso dire che sia stato il giorno
più brutto della mia vita, perché ce ne sono
stati tanti, ma certamente uno dei peggiori. Sono rimasta
da sola per ore, nuda, aggrappata a una piccola stufa in
quella stanza gelida, enorme, con una finestra rotta. Fuori
c'era una tormenta di neve. Era febbraio. Non c'era da sedersi,
non c'era da mangiare, nessuno che mi dicesse una parola.
Ero veramente a un punto di non ritorno psichico quando
è entrata un'altra ragazza, anche lei nella mia stessa
situazione, appena rapata, in attesa che le disinfestassero
i vestiti. Poteva essere cecoslovacca, o polacca. Certamente
non ci capivamo, perché nessuna delle due aveva ancora
imparato il tedesco. Poteva avere sedici anni. E volevamo
così tanto comunicare, che ci facevamo dei segni,
ci salutavamo, ma non sapevamo come rivolgerci l'una all'altra.
Alla fine abbiamo trovato il latino. Mea familia pulchra
est. Mea patria pulchra est. E poi non so cos'altro ci dicessimo:
il mio cuore è triste
bello che tu sia qui
Pochissime frasi imbastite a fatica in quella specie di
esperanto dei colti, che abbiamo continuato a ripetere infinite
volte, perché dire la mia casa è lontana,
la famiglia è bella, il mio cuore è triste,
in quel contesto, nella nostra nudità - lì
sì, proprio rane, mentre continuavano a passare i
soldati che si sganasciavano dalle risate, che ci prendevano
in giro - ci dava una grande gioia.
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