Donne e conoscenza storica  

 

 

Rosa senza frontiere

Carri in sfilata per le strade, come discoteche ambulanti, l’arcobaleno che ricopre ogni centimetro, gogo con corpi spalmati d'olio che chiedono sesso… Siamo a New York, Berlino, Madrid? È lo stesso, la gay way of life si diffonde a macchia d'olio in ogni angolo del pianeta.

Il capitalismo globale impone un processo di omogeneizzazione politica e culturale mascherata di diversità. Una diversità, però, che occulta il modello unico a cui fanno capo le diverse identità. Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno trasformato i concetti di spazio e di tempo. Attualmente possiamo seguire in diretta un avvenimento che ha luogo dall'altra parte del mondo: così è facile che ci sia familiare una determinata immagine di New York, mentre ignoriamo ciò che succede a due passi da casa. Sulla stessa linea, il capitalismo globale depatologizza l’omosessuale e la tribade, creati dalla medicina, e favorisce la diffusione della lesbica e del gay, non nel loro aspetto di movimento di liberazione, ma in quello di comunità come soggetto di consumo. ¡Afírmate! ¡Consume rosa! diceva uno slogan che qualche anno fa riempiva i locali di ritrovo gay a Barcellona.

La trasformazione dei concetti di spazio e di tempo e i meccanismi di generazione del consumo favoriscono la diffusione di identità deterritorializzate, ci permettono di sentirci parte di una comunità universale di lesbiche — spesso intesa come sottogruppo della comunità gay — con la quale condividiamo una simbologia: K.D. Lang, Jodie Foster, le mutande con l'elastico alto, ecc.

E così, lesbiche e gay – soprattutto questi ultimi – da agenti di trasformazione sociale, quali erano visti qualche anno fa, diventano segmento di mercato in espansione, visione basata sulla figura del DINK (double income, no kids o ‘doppio reddito nessun figlio’). Come se non sapessimo che molte lesbiche sono anche madri e che le donne hanno un salario medio tendenzialmente basso; che molti gay sieropositivi devono destinare gran parte delle loro entrate a spese sanitarie o vivono di una pensione perché non possono più lavorare; oltre al fatto che molte lesbiche e gay non hanno compagna/-o, oppure sono in pensione, non hanno lavoro o svolgono un lavoro precario. Ma in questo mercato rosa non c'è spazio per la rivendicazione. Al massimo, ce n'è per parlare di diritto al matrimonio — e, soprattutto negli USA, di diritto a "servire" nell'esercito —, oltre che per azioni benefiche contro l'AIDS, come lo 0,7% degli incassi destinati a questa causa da una discoteca di Barcellona, mega mix di tavolo per la raccolta di fondi per la lotta contro i tumori e ONG. Il capitale rosa crea un soggetto edonista, focalizzato su se stesso, acritico e impossibilitato alla comunicazione, dove il sesso è una masturbazione a due. E i mezzi di comunicazione rosa, per non parlare degli altri, diffondono con forza il messaggio per cui l'unica cosa che conta è stare bene e divertirsi, affermando che i gruppi di rivendicazione vivono nel passato e fuori dalla realtà. Questo modello di sessualità gay si sta imponendo giorno dopo giorno, come il fast-food o la cultura Disney, con referenti universali e totalizzatori, anche se tinti di una nota che si vuole locale (!?), e che nel nostro caso passa attraverso la canzone spagnola e il folclorismo di ispirazione andalusa, The Rociera Party.

Il mercato rosa ha bisogno di un territorio dove vendere i propri prodotti e servizi. Ha come unico luogo possibile le grandi città, in particolare dei territori circoscritti al loro interno, come il Gaixample a Barcellona. Questa concentrazione territoriale non favorisce solo il consumo, ma anche il controllo dello Stato sulla popolazione e la messa al bando della lesbica e del gay visti, dalla maggior parte della popolazione, come degli esiliati nel regno altrui, un regno in cui sono frequenti la misoginia, le discriminazioni e le aggressioni contro le lesbiche. E mentre nel Gaixample fioriscono Narcisi, a Barcellona aumenta la violenza contro le lesbiche e i gay. Le politiche imposte dagli agenti del capitalismo globale portano alla privatizzazione dei servizi pubblici e alla riduzione dello stato sociale. In conseguenza di ciò, le donne devono farsi in quattro per coprire i bisogni di assistenza degli altri; soprattutto le lesbiche, per le quali si dà per scontato che non hanno "obblighi familiari" o che, se ce ne hanno, questi possono passare in secondo piano. Per questo stesso motivo siamo maggiormente colpite dalle politiche di "flessibilità" sul lavoro, per i turni, i giorni di festa, le ferie, ecc. In una situazione di feroce competitività lavorativa e in condizioni di assoluta deregolamentazione, molte lesbiche che vivono in modo conflittuale la propria scelta sessuale, per lo stigma che essa rappresenta, sono destinate alla disoccupazione, ai lavori precari e all'esclusione.

Ah, sì, dicono che la mondializzazione porta anche ad accordi internazionali sui diritti umani. Peccato che nessuno di questi accordi prenda in considerazione la violazione dei diritti per motivi di scelta sessuale, salvo la Convenzione Europea per la Tutela dei Diritti Umani e dei Diritti Fondamentali; e peccato anche che la politica della Banca Mondiale renda praticamente nulla in molti paesi la possibilità di svolgere campagne di sensibilizzazione e di educazione sulla scelta sessuale. Molti paesi "poveri" hanno già dovuto eliminare le politiche di pianificazione familiare per pagare il debito estero, mentre le campagne di educazione per le donne, messe in atto dalla Banca Mondiale, sottolineano il loro ruolo di madri e assistenti, esclusivamente eterosessuali. I grandi agenti della mondializzazione alimentano anche l'omofobia feroce di Mugabe nello Zimbabwe, il quale proclama che gay e lesbiche sono frutto della colonizzazione dell'Occidente; e quella della destra religiosa negli Stati Uniti, che afferma che gay e lesbiche vivono troppo felici e contenti; e chissà che cosa ci aspetta in Catalogna.

La mondializzazione ha come conseguenza sempre più diffusa il fatto che i "rappresentanti" riconosciuti dei movimenti sociali siano le grandi organizzazioni gerarchizzate e interessate a mantenere lo status quo, mentre per le piccole organizzazioni di base la sopravvivenza diventa più difficile. Per quanto riguarda le lesbiche, vorremmo far notare che tali organizzazioni, che sulla carta sono generalmente a carattere misto (gay, lesbiche, bisessuali, transessuali…), sono dominate dai gay. Sono le organizzazioni con le posizioni più conservatrici, alleate del capitale gay e delle multinazionali dell'alcool, insieme a cui organizzano i mega festini dell'orgoglio. Ci vogliono far credere che abbiamo solo bisogno di vederci riconoscere il diritto al matrimonio per poter vivere tranquille, cullate da un sogno rosa.

Ma ovunque crescono villaggi che resistono ancora e sempre all’invasore: dal carrello del supermercato che l'anno scorso ha sbarrato il passo ai carri della sfilata nella piazza Sant Jaume di Barcellona fino alla Rete Europea delle Lesbiche, alle Gay Shame di New York e San Francisco, al GALZ dello Zimbabwe… Ma questo sarebbe un altro articolo.


Grup de Lesbianes Feministes (Barcellona)
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CATALONIA