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Libri del 2001

 

Il Manifesto 7, 12,2001

Novecento, il secolo in nero
SIMON LEVIS SULLAM

Una delle categorie più di frequente utilizzate nella discussione sul Novecento, che è ripresa col nuovo secolo pur di fronte ad atti di inaudita violenza e nuove guerre, è senza dubbio quella di "totalitarismo": una nuova e peculiare forma di politica - secondo certi, una nuova mentalità - che caratterizzò alcuni regimi politici di massa nell'Europa tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta, trovando espressione in modo diverso nei fascismi italiano e tedesco, e nel comunismo sovietico. Nel totalitarismo nazista, e ad un certo punto anche in quello fascista, si colloca la barbarie suprema del Novecento: la tentata distruzione degli ebrei d'Europa, la shoà. Ad alcuni di questi temi, e ai dibattiti che essi hanno suscitato e ancora suscitano, sono dedicati due piccoli libri recenti: la densa sintesi interpretativa di Simona Forti, Il totalitarismo (Laterza, pp. 149, L. . 18.000); e il bel saggio di David Bidussa, La mentalità totalitaria. Storia e antropologia (Morcelliana, pp. 115, L. . 15.000).
La maggior parte degli storici ha sempre mostrato una certa diffidenza verso la categoria di totalitarismo. Tuttavia è indubbio che essa sia stata dapprima presente nel dibattitto e nello scontro politico europeo a partire dagli anni Venti, e che abbia poi attraversato con intensità la discussione storica, filosofica e politologica sul Novecento, per diversi decenni fino ad oggi - una discussione il cui spartiacque fu segnato, esattamente cinquant'anni fa, dalla pubblicazione dello studio di Hanna Arendt, Le origini del totalitarismo.

Non molti sanno, d'altra parte, - sebbene sia ormai piuttosto noto - che il termine totalitarismo nacque con ogni evidenza proprio in Italia, e venne probabilmente usato per la prima volta dal liberale antifascista Giovanni Amendola, sulle pagine del Mondo nel 1923. Pur riconoscendone inizialmente la paternità ai propri avversari, il termine "totalitarismo" fu presto adottato anche dal fascismo italiano per definire la propria nuova politica, e rivendicato con orgoglio dallo stesso Mussolini, e da Giovanni Gentile con la cui ideologia politico-filosofica esso ben si sposava.
A partire almeno dallo studio di Alberto Acquarone, L'organizzazione dello stato totalitario del 1965, anche nella storiografia italiana fu avviata una riflessione circa l'opportunità e l'appropriatezza della definizione di regime totalitario applicata al fascismo: di recente, Emilio Gentile ha riconosciuto che il fascismo fu indubbiamente un "processo" o un "esperimento totalitario", ricostruendo quella che ha chiamato La via italiana al totalitarismo (è questo il titolo di un suo volume del 1995). Il fascismo italiano fu dunque un "progetto" e un "processo" totalitario, nel senso che tentò di realizzare, a partire da un'ideologia antidemocratica, e attraverso un regime a partito unico, basato sulla repressione politica, il controllo dei mezzi di informazione e la violenza, una trasformazione radicale della società italiana, non solo nella sfera pubblica, ma anche in quella privata della vita dei singoli e della coscienza individuale. In seguito, nell'ideologia del fascismo rientrò anche il razzismo di stato e infine la persecuzione della vita fisica di una parte della popolazione - gli italiani ebrei -, con la cooperazione del fascismo ricostituito, nel 1943-45, alla politica nazista dello sterminio di massa.
Il discorso sul totalitarismo riguarda dunque in modo consistente anche l'Italia - dov'esso appunto nacque in reazione al fascismo - ma si è soprattutto sviluppato nell'analisi del nazismo tedesco e, in una prospettiva comparativa, del comunismo sovietico (da vedere a questo proposito anche il volume recente a cura di Marcello Flores, Nazismo, fascismo, comunismo. Totalitarismi a confronto, Bruno Mondadori 1998). La dettagliata ricostruzione di Simona Forti ci conduce a ripercorrere le tappe della discussione sul totalitarismo che impegnò gli intellettuali europei fin dagli anni Trenta. Questa discussione, in realtà, seguì quasi da principio due direzioni: da una lato essa riguardò l'evoluzione della politica in Germania e l'instaurazione, gli sviluppi e le conseguenze della dittatura di Adolf Hitler (e per un altro verso l'evoluzione del regime staliniano in Unione Sovietica); dall'altro costituì molto presto - in ambito filosofico, e con l'impegno di alcuni dei maggiori pensatori europei del secolo scorso - un punto di osservazione, analisi, e disincantata riflessione sull'evoluzione e il destino della politica e dello stesso pensiero dell'Occidente, quale si era sviluppato a partire almeno dall'Illuminismo e dalla Rivoluzione francese.

La riflessione sul nazismo come totalitarismo - che trovò i suoi primi spunti, più che altro letterari, già in alcuni scritti di Ernest Jünger, in cui veniva colta la "dimensione totalizzante della politica" inaugurata dalla prima guerra mondiale - prese l'avvio all'interno stesso del movimento nazista ad opera del filosofo Carl Schmitt, con i suoi scritti dedicati nei primi anni Trenta al "totaler Staat", trasformazione dello Stato sovrano tradizionale, a cui soggiace anche la dimensione privata, e che realizza un coinvolgimento "totale" dei cittadini. Molto presto anche Hitler e Göbbels iniziarono a parlare di "stato toralitario", e Schmitt precisò che esso doveva riconoscere l'autorità che derivava al suo Capo dall'"essere in rapporto con una comunità di popolo "razzialmente" omogenea", fondendo quindi concezione totalitaria e ideologia razzista.
Ma fu a Parigi in quegli stessi anni che l'analisi del totalitarismo si sviluppò in chiave antifascista per il nazismo, e socialista eretica per il comunismo. Fu probabilmente Victor Serge a parlare per primo di regime "totalitario" per l'Unione Sovietica di Stalin già nel 1933, e a denunciare poi nel suo Destin d'une revolution del 1937 i pericoli insiti nelle degenerazioni del socialismo sovietico e nel tradimento della rivoluzione di Lenin, che per certi versi recava già in sè alcuni dei germi ideologici e statolatrici del regime staliniano. Nella Francia degli anni Trenta si mossero anche figure come Raymond Aron, Georges Battaille, Simon Weil, che rifletterono sulla inquietante ed oscura dimensione religiosa del totalitarismo, il primo parlando esplicitamente, per questo nuovo tipo di regime, di "religione secolare", nella sua forma "iperrazionalistica", espressa nel socialismo e nel marxismo, e in quella "irrazionalistica" del nazionalsocialismo.

Alla diaspora tedesca negli Stati Uniti appartengono invece opere sul totalitarismo nazista come Doppio stato di Ernest Fraenkel, Behemoth di Franz Neumann, e la Rivoluzione permanente di Sigmund Neumann, uscite tutte a New York nel 1941-1942, proprio mentre in Europa stava prendendo l'avvio lo stermino degli ebrei, cui questi stessi autori erano scampati. Sulla scia di questa tradizione di studi - che è per certi versi anche quella su temi affini di Adorno e Horkheimer, cioè della "scuola di Francoforte" - si pose in modo del tutto originale, nell'immediato secondo dopoguerra, la stessa Hanna Arendt, col suo celebre studio sulle Orgini del totalitarismo. Esso prendeva l'avvio da un'analisi storica dei fenomeni tardo ottocenteschi dell'antisemitsmo e dell'imperialismo, come aspetti cruciali della trasformazione degenerativa dello Stato-Nazione, nato originalmente sul concetto di cittadinanza della Rivoluzione francese. Centrale nell'analisi arendtiana era anche il ruolo nel totalitarismo dell'ideologia, in grado di modificare la realtà e di affermare l'esistenza di un "nemico oggettivo" nel corpo della comunità nazionale. Questo "nemico" era destinato all'annientamento nel campo di sterminio - "epitome del totalitarismo" -, il luogo in cui il regime totalitario nazista non solo azzerò l'ordine giuridico e morale, e ogni forma di libertà, ma cancellò la stessa vita umana di milioni di individui.

Il secondo filone di riflessioni sul totalitarismo - la parte forse meno conosciuta di questo dibattito perchè apparentemente meno legata al tema specifico, ma qui originalmente ripresa da Simona Forti - si intreccia naturalmente ad alcune di queste analisi storico-politologiche, ma ha carattere più spiccatamente filosofico. Questo tipo di riflessione, in buona parte slegato da un'indagine diretta di nazismo e comunismo, si interroga a partire dal totalitarismo - visto come momento e condizione di "crisi metafisica", radicale e senza precedenti dell'umanità - sul destino nichilistico della politica e della razionalità dell'Occidente. A questo filone appartengono diversi pensatori di formazione heideggeriana (e tra l'altro anch'essi di origine ebraico-tedesca) come Leo Strauss, Karl Löwith, Emmanuel Levinas. Essi da un lato misero in luce, già a partire dagli anni trenta ma particolarmente nel decennio successivo, il carattere distruttivo e irrazionalistico dei regimi totalitari (in particolare del nazismo), dall'altro suggerirono che in questi regimi si realizzassero e venissero portate al massimo grado "alcune premesse razionalistiche implicite nella modernità". In entrambe le ipotesi il totalitarismo si sposava con un "trionfo scatenato e travolgente della tecnica". Il totalitarismo dispiegava una inedita e micidale combinazione di arcaismo, progresso razionalistico e tecnologico, mistica ed ideologia semireligiosa, nichilismo: la "dialettica dell'Illuminismo" metteva inoltre in discussione le dicotomie consolidate di razionalismo/irrazionalismo, di progresso/reazione, persino di soggetto/oggetto.

Alcuni aspetti di queste diverse tradizioni sono ripresi e rielaborati da David Bidussa nel suo saggio sulla Mentalità totalitaria. Secondo Bidussa il totalitarismo può essere pensato come un'esperienza politica - potenzialmente ancora attuale - fondata su due fattori: da un lato un ordine gerarchico che garantisce una dimensione di salvezza quasi religiosa, in particolare per mezzo dell'affidamento ad un capo redentore; dall'altro, una domanda di sicurezza e semplificazione sociale e culturale, che in quest'ordine gerarchico e totalizzante trova quiete. Da un punto di vista storico, la categoria del totalitarismo descrive dunque sia una evoluzione delle forme politiche dell'Occidente, che una trasformazione della mentalità collettiva, iniziata con la Rivoluzione francese e passata attraverso il lungo Ottocento e la prima guerra mondiale.
La "mentalità totalitaria" è, per Bidussa, "quella sensibilità mentale che produce un immaginario di desiderabilità dell'ordinamento sociale fortemente controllato, caratterizzato da aggressività e caricato di vittimismo persecutorio". Essa è il risultato della complessificazione sociale prodotta dalla crisi dell'Ancien régime e del conseguente stato di ansia collettiva di fronte al rischio del sovvertimento sociale e politico. I suoi procedimenti mentali sono le spiegazioni complottarde, e la ricerca di una condizione di coercizione e sudditanza.

Ricorrendo agli strumenti della critica letteraria oltre a quelli delle scienze sociali, con l'intento di studiare i "timori della modernità" su cui il totalitarismo si radica, Bidussa analizza inaspettatamente, e con un percorso del tutto originale, la letteratura ottocentesca sui vampiri - da Frankestein di Mary Shelley, al Vampiro di Polidori, a Dracula di Bram Stocker, ma risalendo fino alla voce Vampires di Voltaire nell'Encyclopédie - come una sorta di "palinsesto" della coscienza collettiva europea. I vampiri e le loro storie sono interpretati qui come metafore delle destabilizzanti trasformazioni economiche e sociali seguite alla "doppia rivoluzione" (politica ed economica) tra Sette e Ottocento; ma sono anche, secondo Bidussa, figure del "diverso", dell'"alieno", in cui si esprimono in realtà i timori della società moderna di essere "posseduti da forze esterne". Su queste dinamiche della coscienza collettiva si innesta il sorgere del totalitarismo: su queste condizioni cioè di incertezza e ricerca di sicurezza, e sulle spiegazioni complottarde e oscure della storia e della società che ne derivano; anche a partire da esse il totalitarismo deve cercare al suo interno un "nemico", e - come notava già Hanna Arendt - necessariamente sterminarlo.
La categoria di totalitarismo - ci spiegano Forti, Bidussa, o Enzo Traverso in Le Totalitarisme. Le XXe siècle en débat (Seuil 2001, in corso di traduzione per Bruno Mondadori) e nell'intervista rilasciata a Fedrico Rahola e pubblicata su queste pagine il 4 dicembre - è dunque probabilmente ancora oggi necessaria per storici, filosofi, politologi che scrutano il volto oscuro della modernità, si interrogano - senza preconcetti, ma tenendo ferme le distinzioni tra i fenomeni storici - sulla natura della politica nel Novecento, riflettono sulla stessa condizione umana quale si è venuta manifestando e determinando nei momenti più bui ed atroci del nostro recente passato.