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a Incontro alla Triennale con Shirin Neshat
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Questo articolo
sta in Via Dogana, maggio, 2000, come Il viaggio di
Shirin Neshat; lo pubblichiamo con gentile concessione dell'autrice

Valentina
Berardinone, Antroque remugit, 1996, intervento su foto.
Cartoline per Napoli
Sull'immagine
epica/simbolica come forma di distacco indispensabile per parlare
della storia e dei conflitti
di Valentina Berardinone
Nella maturazione
artistica di Shirin Neshat il viaggio e il soggiorno del 1990
nel paese d'origine, l'Iran, hanno contato moltissimo. Aveva
lasciato il suo paese, l'Iran, all'età di diciotto anni,
dopo la rivoluzione khomeinista, per trasferirsi negli USA,
In seguito a quel viaggio la sua arte è diventata una
ricerca intorno alle "figlie di Allah" - come lei
stessa ha chiamato le donne del mondo islamico - per intendere
e fare intendere una condizione umana che non obbedisce ai codici
dominanti e che troppo spesso non si riesce a decifrare. Oggi
Shirin è un'artista riconosciuta internazionalmente.
Viaggio e ricerca: con quali mezzi, con quale linguaggio ?
Shirin Neshat è un'artista visiva. Le sue prime opere
sono fotografie di visi di donne che portano, dipinti sul volto,
calligrafie di poesie persiane, sul volto oppure sulle mani,
sulle palpebre, sulle braccia, come se la donna muta volesse
offrire alla poesia il supporto del proprio corpo. Il titolo
di questi lavori è appunto Le donne di Allah. Nel 1997
comincia ad usare il video << come estensione del mio
lavoro fotografico (
) non più immagini singole
ma anche coreografie d'immagini>>, come ha spiegato in
un'intervista.
Realizza Turbulent, che viene premiato con il Leone d'Oro
alla Biennale di Venezia del 1999. Si tratta di due video proiettati
simultaneamente su due pareti opposte: da una parte c'è
un uomo in camicia bianca e pantaloni neri che canta una canzone
tradizionale davanti ad un pubblico tutto di uomini, tutti vestiti
come lui; dall'altra, una donna avvolta nel nero del chador,
canta da sola, al vuoto, una canzone senza parole.
Di quest'opera dice ancora Shirin <<Qui ogni elemento
è stato concepito per enfatizzare la nozione di opposizione;
bianco/nero, maschile/femminile, razionale/irrazionale, teatro
pieno/vuoto. E' un modo per sottolineare la profondità
del contrasto tra maschile e femminile nella società
iraniana>>. E' interessante come noi spettatrici e spettatori,
in queste proiezioni contrapposte, ci troviamo posti anche fisicamente
al centro di un dialogo o, meglio, di un conflitto, e come ci
risulti impossibile rimanere neutrali. Quest'opera è
un continuo rimbalzo visivo e sonoro tra le due situazioni,
le due musiche, i due sguardi
Ancora più complesso di Rupture, un video (ma
l'autrice preferisce parlare di film) girato in Marocco, cui
bisogna aggiungere una serie di foto scattate durante le riprese.
Per realizzare Rupture (in italiano vuol dire "estasi",
"rapimento") Neshat ha utilizzato oltre duecento comparse,
divise fra donne e uomini. L'azione si svolge, anche qui, in
due situazioni simmetriche e contrapposte: il gruppo degli uomini
è chiuso all'interno di una fortezza di pietra, e si
muove in uno spazio circolare, cinto da un muraglione. Il gruppo
delle donne, invece, si aggira all'aperto, in un vasto luogo,
come una landa desolata, da cui poi si sposta verso il mare,
sciamando nei veli neri verso una piccola imbarcazione al largo.
L'azione è muta e i gesti dei due gruppi sono enigmatici.
Gli uomini sembrano obbedire ad un rito, sembrano occupare lo
spazio in modo assurdo, senza compiere alcuna attività
specifica, mentre le donne si raggruppano, si sciolgono, corrono
lungo la spiaggia
Ancora, gli uomini sono tutti vestititi
uguali, camicia bianca e pantaloni neri, le donne tutte uniformamente
avvolte nel nero del chador. Un nero denso, totale. Come è
totale il bianco delle camicie maschili. Già così,
semplicemente, si pongono dei confini. Senza eccezioni.
Queste immagini
sono fortissime per l'uso coreografico delle masse e per la
stringatezza del linguaggio, che va dritto allo scopo: l'azzurro
del cielo, il giallo della pietra, il bianco e nero degli abiti
sono gli unici elementi della visione, costituendo una struttura
visiva di grande sapienza e forte emozione. I movimenti dei
gruppi opposti di uomini e donne, assumono nel loro svolgersi,
un andamento epico e simbolico, come un profondo richiamo a
una lunga storia. Di tutte le donne. Di tutti gli uomini. Alla
fine le donne, sempre fasciate nel nero profondo del loro abito,
si sciolgono dal gruppo e si aprono nella corsa verso il mare.
I piedi sbucano dai veli, le gambe sottili si scoprono nella
corsa, il chador si solleva, svolazza e quel nero diventa una
forza maestosa. Vanno nere e forti verso il mare.
Nel panorama dell'arte di questi anni - soprattutto per quel
che riguarda la fotografia - la posizione di Shirin Neshat è
molto particolare. Condivide con molti artisti (Serrano, Cindy
Sherman, Moriko Mori, Taylor-Wood
) il ricorso alla messa
in scena, non si fotografa cioè per "catturare"
un'immagine, ma si registra un'immagine prefabbricata per essere
fotografata. Questo procedimento opera il distacco nei confronti
dell'apparenza di realtà della fotografia tradizionale.
Ma mentre gli altri artisti/e mettono in scena sé stessi
trasformati/travestiti in altro da sé o (nel caso di
Serrano) corpi osservati al limite di immagini da autopsia,
lei volge lo sguardo più lontano, non su di sé
ma intorno, sul mondo.
Così dunque la "messa in scena" che Shirin
Neshat organizza nello spazio, non pone tanto il problema dell'identità
(del vero/falso), ma piuttosto una riflessione sull'immagine
epica/simbolica come forma di distacco indispensabile per parlare
della storia e dei conflitti.
"I parallelismi e i conflitti tra tradizione e contemporaneità,
dice l'artista, sono stati al centro del mio lavoro: una delle
ragioni del mio interesse per l'Islam, è la sua perenne
continuità tra vecchio e nuovo". (intervista a G.Romano,
Flash Art, febbraio, 2000)
Si fronteggiano, infatti, vecchio e nuovo, in un conflitto-dialogo
tra donne e uomini al quale ella non si sottrae, assumendosene,
con sapienza di artista, tutto il carico e la consapevolezza.
Perché il problema non è quello di schierarsi
o denunciare o rivendicare, ma quello di capire, di riflettere
e di spostare il punto di vista rispetto ai luoghi comuni sulla
donna musulmana. E' questo che - un po' enigmaticamente, un
po' metaforicamente, molto artisticamente - ci propone Shirin
Neshat
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