BREVE STORIA
DEL MOVIMENTO FEMMINISTA BRESCIANO
estratto della tesi di Pamela Marelli
"I
percorsi del neofemminismo a Brescia. L'Udi e i collettivi femministi"
Il
movimento delle donne a Brescia ebbe caratteristiche comuni al neofemminismo nato
in Italia, ma presentò anche delle proprie particolarità.
I
primi collettivi femministi nacquero a Brescia nel 1974, con un ritardo
considerevole
di tre, quattro anni rispetto alla situazione nazionale.
Le cause di ciò
possono essere indicate sia nella realtà sicuramente più provinciale
di una piccola città, che visse con ritardo anche la contestazione, sia
nella diffidenza delle donne a fare politica solo tra di loro, come emerso da
alcune interviste. Alcune delle future femministe infatti erano convinte che la
loro militanza fosse uguale a quella maschile, che donne e uomini avessero pari
valore in quanto esseri umani.
La nascita ritardata del movimento femminista
bresciano fece si che esso scandì i propri ritmi di mobilitazione e riflessione
indipendentemente dalle svolte e dalle crisi vissute a livello nazionale, pur
prestando attenzione agli input che provenivano dalle altre città.
Il
femminismo bresciano nacque dal desiderio delle donne di ritrovare se stesse intere
nei diversi ambiti in cui erano attive. Le femministe bresciane erano per lo più
donne che avevano partecipato al '68 o avevano militato in ambiti di sinistra
quali il Pci, i gruppi della sinistra extraparlamentare e del cattolicesimo cristiano
di base. Successivamente o parallelamente a queste esperienze nacque il bisogno
di una politica nuova nella quale i problemi vissuti da una donna a livello personale
avessero un riconoscimento collettivo e politico. La volontà di fare qualcosa
per sé ed insieme alle altre, trovò un fertile terreno nel clima
diffuso di passione civile, delineatosi a Brescia dopo la strage di piazza Loggia.
Un articolo della rivista "Noidonne", dedicato alle aderenti bresciane
dell'Udi, Unione donne italiane, fu significativamente intitolato "Siamo
nate di maggio".
Il 1975 fu caratterizzato a Brescia dalla visibilità
del movimento delle donne. Tra i primi due gruppi sorti, il Collettivo femminista
8 marzo, già Collettivo per la liberazione della donna, e l'Udi si riscontrarono
diversità ed affinità. Una differenza si manifestò nel diverso
modo di organizzarsi. Il Collettivo 8 marzo, appartenente all'area movimentista
e spontanea, era formato da donne sia militanti nel Manifesto-Pdup che da esponenti
della borghesia bresciana. Per loro fondamentale era il partire dalla propria
condizione di donna, al di là delle differenze di classe.
L'Udi si
configurò invece come organizzazione strutturata in maniera più
istituzionale, con suddivisione in circoli e sezioni, una segreteria, una funzionaria
responsabile ed il tesseramento delle iscritte. L'Unione donne era vicina al Pci
e praticava una politica rivolta a tutte le donne, con tendenza al proselitismo.
Tra i due gruppi si avvertiva il peso della differente collocazione politico-partitica.
L'Udi rappresentava l'area dei partiti, della politica istituzionale, del riformismo
mente il Collettivo 8 marzo era collocabile, vista la componente di donne del
Manifesto-Pdup, nell'area delle sinistra extraparlamentare, fortemente critica
verso il ruolo del Pci nel suo avvicinamento, tramite il compromesso storico,
al partito di governo: la Dc.
Nonostante queste differenze, a Brescia si verificò
un'anomala collaborazione tra le aderenti all'Udi e le militanti del Collettivo
femminista 8 marzo, anomala poiché in molte altre città c'era una
divisione netta e radicale tra le femministe e le donne dell'Udi, ovvero tra coloro
che lottavano per la propria liberazione, per vasti e rivoluzionari cambiamenti
della condizione della donna, e coloro che sostenevano l'emancipazione, strada
perseguente diritti ed ottenimento di leggi.
Vania Chiurletto, militante dell'Udi
nazionale, schematizzò in una poesia la contrapposizione tra l'Udi ed il
femminismo.
"Noi avevamo sedi // Loro si riunivano nelle case
Noi
avevamo una gerarchia esplicita// Loro si incontravano per gruppi alla pari
Noi venivamo dalla Resistenza // Loro venivano dal '68
Noi facevamo interventi
// Loro parlavano
Noi ci rapportavamo alle istituzioni // Loro erano anti
Noi facevamo analisi socio-politiche // Loro facevano autocoscienza
Noi cercavamo
consenso // Loro facevano scandalo
Noi eravamo nazional-popolari // Loro guardavano
agli States
Noi filavamo faticosi processi // Loro erano qui e ora
Noi
parlavamo di politica // Loro parlavano di sessualità
Noi accusavamo
la società maschile // Loro se la prendevano con i maschi
Noi rappresentavamo
le donne // Loro si rappresentavano".
La particolare collaborazione bresciana
era dovuta in larga parte alle relazioni di amicizia che legavano alcune delle
donne dei due gruppi. Questi legami sfociarono pubblicamente nell'organizzazione
comune di diversi dibattiti, nella preparazione della giornata dell'8 marzo, e
nella stesura, dal marzo 1977, di una pagina mensile sul quotidiano "Bresciaoggi".
Nel
1976 il movimento femminista bresciano visse una forte espansione: si svilupparono
numerosi collettivi sia negli istituti superiori che nei quartieri e nacquero
collettivi femministi marxisti.
Nelle scuole bresciane, come l'Ipf, il Calini,
l'Abba, il Ballini e in maniera minore il Gambara, si attivarono i collettivi
femministi grazie alle ragazze che appartenevano ai vari gruppi della sinistra
extraparlamentare, all'interno dei quali le donne iniziavano a dar vita a propri
collettivi. L'idea dei collettivi di donne a volte era spontanea, altre era sollecitata
dal direttivo dei gruppi extraparlamentari.
Le studentesse del collettivo femminista
del Ballini curarono un numero unico di una rivista chiamata "Cappuccetto
rosso". Il sottotitolo recitava: "è per la cultura perché
non crede nell'ignoranza; è per la politica perché la politica è
la vita; è per cambiare il mondo perché è possibile farlo;
è per te."
Le studentesse affrontarono svariate tematiche: dall'educazione
imposta alla donna alla maternità, dalla storia femminile all'occupazione.
La riflessione più interessante riguardò il rapporto di queste giovani
militanti con i loro compagni di lotta. Questo aspetto fu importante e molto discusso
all'epoca in quanto ci si chiedeva se il femminismo fosse un movimento di sinistra,
se non avesse portato alla rottura del fronte della lotta di classe. La difficoltà
di trasmettere ai maschi del movimento i propri desideri di indipendenza e riconoscimento
portò a conflitti e tensioni. In parecchi casi le donne uscirono dai gruppi
misti dando vita a collettivi separatisti, come accede ai gruppi femministi marxisti.
Uno di questi, il Collettivo La metà del cielo fu composto da donne militanti
nell'area della sinistra extraparlamentare che spontaneamente sentirono l'esigenza
di far parte di un collettivo di sole donne. Il collettivo nato come gruppo di
autocoscienza, teneva conto anche della discriminante di classe. Nel collettivo,
la cui sede era in via Chiusure, erano confluite tante donne che erano uscite
da Lotta continua e dai gruppi extraparlamentari. Il gruppo diede vita a varie
iniziative sul territorio, quali performance teatrali fuori dai supermercati o
questionari porta a porta su tematiche concernenti la condizione della donna.
Legati
all'esperienza dei gruppi extraparlamentari furono il Collettivo di Via Montello
e il Collettivo 6 dicembre. Il primo si formò alla fine del 1975 per iniziativa
di militanti di Avanguardia operaia e del Movimento lavoratori per il socialismo,
dall'età compresa tra i sedici e i ventidue anni. Organizzò mostre
sulla condizione della donna, dibattiti sull'aborto, sui consultori, sulla carenza
di servizi sociali.
Il Collettivo 6 dicembre fu costituito dalle militanti
di Lotta continua che privilegiavano le attività sul territorio. La data
che dà il nome al gruppo si rifà ad un episodio successo a Roma
nel dicembre del 1975, quando le femministe di Lotta continua vissero un momento
di scontro dirompente con i loro compagni. In occasione della manifestazione del
6 dicembre 1975, ventimila donne sfilarono per chiedere l'aborto libero, gratuito
ed assistito. Agli uomini fu chiesto di fermarsi ai margini del corteo. I giovani
del servizio d'ordine di Lotta continua, in nome dell'unità di classe e
contro il separatismo, aggredirono il corteo, spingendo le donne e picchiandone
alcune. Immediata fu la reazione della componente femminile di Lotta continua:
le donne invasero la riunione del comitato centrale, chiedendo le dimissioni del
segretario e dando dei fascisti ai loro compagni. In seguito tentarono la strada
dell'autonomia. Evidentemente l'uso di tale nome indicò il percorso indipendente
delle militanti bresciane.
Nel 1976 e 1977 si costituirono anche collettivi
femministi maggiormente attenti all'ambito locale in cui operavano, non a caso
nella loro denominazione spesso compariva il quartiere in cui si mobilitavano:
Collettivo donne di Sant'Eufemia, Collettivo femminista Badia, Gruppo donne Lamarmora,
Collettivo del mercoledì poi denominato Collettivo della terza circoscrizione.
La
crescita di gruppi del 1976 portò con sé differenze ed arricchimenti
ma anche incompatibilità e conflitti. La prima contrapposizione tra i gruppi
bresciani avvenne in occasione di un corteo per la liberalizzazione dell'aborto
indetto per il 7 febbraio 1976 dai collettivi extraparlamentari 6 dicembre, di
via Montello e da quello studentesco del Calini. Durante il corteo alcuni collettivi
femministi bruciarono dei pupazzi raffiguranti il Papa ed esponenti democristiani,
alcuni militanti della sinistra extraparlamentare, stando alla cronaca dei quotidiani,
ruppero le vetrine di una libreria cattolica e spintonarono una suora. L'Udi ed
il Collettivo 8 marzo, che non avevano partecipato all'iniziativa, condannarono
sia il rogo e gli atteggiamenti antireligiosi che avrebbero potuto allontanare
le donne cattoliche dalle battaglie del movimento femminista, sia il non riconoscimento,
da parte degli uomini della sinistra extraparlamentare, dell'autonomia del movimento
delle donne.
Nel febbraio del 1976 il movimento bresciano si configurò
delineato in aree. Da una parte l'Udi ed il Collettivo femminista 8 marzo si battevano
per un'organizzazione di massa delle donne, questo significava un'apertura verso
tutte le donne. L'Udi, già da tempo aveva tra le sue iscritte donne di
diversi ceti sociali e di diverse età; il Collettivo 8 marzo, essendo composto
da anime diverse, era abituato a gestire le diversità ed a guardare, quindi,
con spirito d'apertura anche alle donne cattoliche.
I collettivi studenteschi
e femministi, invece, erano composti da donne, per lo più giovani, unite
dalla stessa visione politica, provenendo tutte dalla sinistra extraparlamentare.
Queste ragazze erano più predisposte ad un'analisi di lotta di classe,
quindi allo scontro diretto, al conflitto basato su posizioni nette e contrapposte:
da una parte le cose da combattere, tra cui le istituzioni come la Chiesa, dall'altra
la loro lotta radicale e non mediatrice.
Dai collettivi femministi marxisti
l'Udi era vista come organizzazione troppo collaterale al Pci, questo, come già
osservato in parte per l'8 marzo, comportava tensioni e la non considerazione
di queste donne come compagne di strada.
Diverso è il discorso nei confronti
dell'8 marzo, collettivo femminista al cui interno lavoravano militanti extraparlamentari,
quindi politicamente più in sintonia con i vari gruppi della sinistra non
istituzionale. Al di là del settarismo politico del periodo, ciò
che divideva le femministe era una diversa concezione della lotta. I collettivi
femministi marxisti avevano la predisposizione a fare un discorso più di
classe, mentre l'8 marzo portava avanti un'analisi più basata sulla contraddizione
uomo-donna. Inoltre l'appartenenza interclassista e trasversale all'8 marzo anche
di donne dell'alta borghesia bresciana allontanava quelle più attente al
discorso di classe.
L'esistenza di due aree non significò una divisione
netta del movimento che comunque si mobilitò unitariamente in alcune occasioni.
Ad esempio, comune a tutti i collettivi femministi, da quelli marxisti all'8 marzo,
fu l'organizzazione di una due giorni di festa delle donne, che, nell'estate del
1976, animò Piazza Rovetta ed il castello attraverso mostre, giochi e spettacoli,
tesi ad affermare che "donna è bello". Un altro momento di collaborazione
tra donne di diversi collettivi femministi fu la trasmissione radiofonica Spazio
donna, tenuta a Radio popolare dal 1976. Su parole d'ordine comuni si riusciva,
in alcuni casi ad armonizzare le dissonanze.
L'interazione tra le diverse anime
del movimento delle donne, seppur con conflitti e contrasti, seppe creare una
vivace visibilità nella città. Infatti pur aggregando all'inizio
un piccolo gruppo di donne, il femminismo bresciano riuscì a coinvolgerne
centinaia, mobilitatesi per iniziative di piazza quali la giornata dell'8 marzo
e le manifestazioni contro l'aborto clandestino e contro la violenza sessuale.
Un
luogo importante per il movimento femminista bresciano fu il Centro della donna
di via Volturno 36, piccola casa occupata che divenne sede di numerosi collettivi,
tra cui si ricorda il Collettivo La cenere negli occhi, nato nel 1978, da donne
che facevano riferimento all'area della sinistra extraparlamentare e si rappresentavano
come ala rivoluzionaria delle donne, tendente a radicalizzare lo scontro contro
tutto ciò che veniva identificato come maschile.
La sede di via Volturno
ospitò anche gli intercollettivi ovvero le riunioni a cui partecipavano
tutte le donne del movimento bresciano, comprese alcune appartenenti all'Udi.
Col
tempo i collettivi che si trovavano al Centro delle donne cambiarono, alcuni finirono
ed altri nacquero, ma la sede rimase un punto di aggregazione importante per i
gruppi bresciani fino al 2003, anno del suo trasferimento in Via Villa Glori.
Il
1978 segnò un anno di svolta per il movimento delle donne bresciane. Il
movimento femminista aveva affermato e rivendicato che il personale è politico;
aveva creato crisi e fratture in diversi ambiti, dalla coppia ai gruppi misti;
aveva delineato una possibilità di essere donne in modo diverso. Dopo essere
cambiate ed aver ribaltato la loro vita, dopo aver ottenuto alcune leggi, quali
quella sull'aborto, le femministe, alla fine degli anni Settanta si ritrovarono
di fronte ad un problema: quello di relazionarsi alla società e ad un modo
di fare politica che aveva riassorbito e snaturato le loro lotte, ma non era da
queste stato rivoluzionato. In questo nodo irrisolto nacque la crisi, il dilemma
del rapporto con le istituzioni, la volontà di essere ancora antagoniste
ad una società modellata unicamente al maschile. A ciò si sommavano
le difficoltà di vivere il periodo dei cosiddetti anni di piombo, caratterizzato
dalla diffusione della lotta armata nella penisola. Il clima caratterizzato da
scontri, violenza e repressione influì sulle diverse modalità politiche
non istituzionali. La risposta statale al terrorismo colpì indistintamente
tutte le forme di dissenso sociale non tradizionali.
All'inizio del 1978 i
vari gruppi femministi decisero di organizzare un convegno sulla sessualità
e la salute della donna, toccante varie tematiche: dalla maternità alla
contraccezione, alla legislazione sull'aborto. L'11 e il 12 marzo il convegno
fu indetto da una caratteristica locandina:in essa, sopra un disegno della città
arricchito da numerose streghe, la didascalia citava "Se dise che ne l'anno
1978 tutte le strige de la Lombardia se dan convegno ne la tera de Brexa [
]
contro lo governo dei chierici et de li papi, per far malefici et incanalamenti".
Il
convegno, la cui la partecipazione fu elevata, funse anche da momento di confronto
collettivo fra le varie anime del movimento bresciano, nella consapevolezza della
crisi che il movimento femminista stava vivendo. I motivi della crisi, seppur
analizzati dal movimento stesso durante il convegno, non impedirono la dissoluzione
dei primi collettivi nati.
Molti collettivi storici cessarono infatti di mobilitarsi,
come successe per il Collettivo femminista 8 marzo, per i collettivi femministi
marxisti e per quelli studenteschi.
Per ciò che concerne l'ambito studentesco
spesso la fine dei collettivi coincise con il termine del corso di studi delle
studentesse che li avevano animati. Nonostante le scuole non fossero più
un luogo di aggregazione per i gruppi femministi, le studentesse che si erano
mobilitate continuarono la loro attività in altri collettivi della città,
come emerso da diverse interviste.
Per quanto riguarda la fine dell'8 marzo,
il primo collettivo storico bresciano, le sue aderenti, durante le interviste
hanno avanzato diverse ipotesi, tra le quali il problema della disparità
dei ruoli. Il criticato ruolo di leader infatti provocò in alcune di loro
la necessità di trovare altre modalità esterne al collettivo. Un'altra
ipotesi è stata la crescente divergenza tra le anime interne al collettivo.
Le
militanti di diversi collettivi, dall'8 marzo alla Metà del cielo passando
per il Collettivo della Badia, hanno osservato che la fine del proprio collettivo
fu legata sia alle vicende politiche che alle storie personali.
Un altro punto
fondamentale nella svolta che visse il movimento femminista fu il rapporto con
le istituzioni, sia perché questa si appropriavano delle tematiche femministe,
sia perché per una parte delle donne si poneva la necessità di aprirsi
alla politica istituzionale. Molti dei collettivi che nacquero alla fine degli
anni Settanta furono infatti caratterizzati dal rapporto particolare instaurato
con le istituzioni, anche perché spesso sorsero all'interno di queste,
come accadde al Collettivo donne settore giustizia, al Coordinamento delle delegate
metalmeccaniche, alle donne del pubblico impiego Cgil.
Alla
fine degli anni Settanta presero spazio collettivi che si schierarono in maniera
più netta, lasciandosi alle spalle il discorso dell'unità del movimento
delle donne. Da una parte c'erano l'Udi ed alcuni collettivi di quartiere, affiancati
da gruppi nuovi quali quelli nati all'interno del sindacato, più attenti
alla politica istituzionale ed al discorso di portare in ogni ambito il sapere
delle donne. Dall'altra parte c'erano le femministe di via Volturno, che accentuavano
il discorso del femminismo come movimento antagonista allo stato, in un periodo
di repressione attuata nei confronti dei movimenti extraparlamentari.
L'attività
politica delle donne bresciane proseguì attivamente per la prima parte
degli anni Ottanta, con la mobilitazione per il referendum e per la legge sulla
violenza sessuale, in cui fu molto attivo il Collettivo per l'autodeterminazione
della donna.
Alla fine degli anni Ottanta, presero forma nuove attività
gestite dalle donne, meno caratterizzate dal movimentismo di piazza e più
attente ad ambiti specifici della vita delle donne. Le femministe attive allora
nei vari collettivi degli anni Settanta sono le stesse che hanno dato vita ad
una serie di realtà diverse: la Casa delle donne di via San Faustino, centro
di assistenza per donne maltrattate; l'Università delle donne "Simone
de Beauvoir", che organizza seminari e gruppi di ricerca, riferendosi al
pensiero della differenza sessuale; la sede di via Volturno, luogo di ritrovo
di collettivi di donne attive nella realtà politica bresciana: si ricordino
per tutte le mobilitazioni delle Donne in nero contro la guerra.
LE
FONTI
Tra le fonti a stampa ho visionato i numeri del quotidiano "Bresciaoggi"
dalla sua nascita, nell'aprile del 1974, fino al referendum sulla legge per l'interruzione
di gravidanza, nel maggio 1981.
Per approfondire il tema delle mobilitazioni
nelle scuole ho visionato alcuni giornalini studenteschi , dai quali comunque
non sono emerse notizie riguardanti attività particolari delle studentesse.
Le testate sono: "Con noi", "Lo spillo. Giornale di dibattito.
Calini", "La riscossa. Giornale del movimento studentesco dell'Itis",
"Lo specchio studentesco. Seconda serie", "Bollettino d'informazione
del movimento studentesco medio bresciano".
Ho inoltre visionato alcuni
giornalini prodotti da gruppi della sinistra extraparlamentare quali "Il
manifesto per il comunismo", il "Bollettino della federazione bresciana
del Pdup" e "Autoriduzione".
Tra le pubblicazioni dei gruppi
femministi ho analizzato la serie completa de "La cenere negli occhi. Cenerentola
è contro".
Per
le fonti di archivio ho fatto ricorso sia ad archivi pubblici che privati.
L'archivio
pubblico consultato è stato l'Archivio storico-Centro di documentazione
"Bigio Savoldi- Livia Bottardi Milani" della Camera del lavoro territoriale
Cgil di Brescia. In esso è conservato un fondo speciale dedicato alle carte
dell'Unione donne italiane. Il fondo è stato raccolto e curato dalle stesse
militanti dell'Udi di Brescia. Esso non è però stato catalogato
ed è privo di inventario. Al suo interno si trova tutto il materiale prodotto
e conservato dall'Udi bresciana: dalle lettere ai volantini, dalla rivista "Noidonne"
ai manifesti. Oltre a ciò compaiono molti volantini i cui firmatari sono
diversi collettivi femministi e studenteschi. Uno dei numerosi faldoni dedicati
al movimento delle donne contiene materiale riguardanti i gruppi cattolici, la
pubblicazione "Madre", ed il materiale del Movimento per la vita.
Il
materiale del movimento femminista bresciano è stato raccolto una decina
di anni fa da una militante, Piera Arbaltini e depositato presso l'Archivio Fondazione
Luigi Micheletti. Nonostante ripetute richieste, non mi è stato possibile
visionare il materiale perché la fondazione non è in grado di stabilire
dove la documentazione sia stata collocata. Per supplire a tale carenza mi sono
rivolta agli archivi personali delle donne da me contattate: solo poche hanno
conservato il materiale. Quattro di loro, seppur tutte militanti nello stesso
collettivo , hanno preservato materiale appartenente anche ad altri collettivi.
Grazie alla cura da loro posta nei confronti dei documenti scritti, sono venuta
a conoscenza dell'esistenza di altri collettivi non menzionati nei due lavori
sopra citati sulle associazioni di donne. Queste donne sono: Piera Gandini, Delfina
Lusiardi, Claudette Marangoni, Laura Mentasti e Marilena Sandrini. Piera Gandini,
oltre ai volantini, ha conservato i manifesti dei collettivi femministi. Laura
Mentasti, oltre alla produzione scritta, ha conservato una trentina di audiocassette
con le registrazioni di una trasmissione radiofonica tenuta presso Radio Popolare
dal 1976 al 1978. Su alcune cassette compaiono più puntate. Questo fondo
-non completo, non catalogato e spesso non datato- è stato utilizzato per
analizzare le tematiche trattate ed il rapporto con i mass-media.
Una parte
del materiale scritto è stata recuperata presso le sedi dei collettivi
bresciani tuttora esistenti. Ho attinto dal Centro delle donne di via Volturno
il materiale riguardante sia il Collettivo La cenere negli occhi che i collettivi
di via Volturno. Nella sede del Collettivo donne Sant'Eufemia ho recuperato buona
parte del materiale da esso prodotto.
Un
notevole apporto è quello derivato dalle fonti orali, il campione considerato
conta trentacinque interviste alle militanti. L'intervista, della durata variabile
dai quaranta minuti alle due ore, è stata registrata e sbobinata. Le interviste
si sono svolte o nelle case delle dirette interessate o nei loro posti di lavoro.
Una sola è stata registrata in un bar. Al momento della sbobinatura ho
scelto di rendere pubbliche le parti più significative e più aderenti
al tema trattato. In alcuni casi, su esplicita richiesta delle intervistate, ho
lasciato che le confidenze fattemi rimanessero tali. Un terzo circa delle donne
intervistate hanno riletto la parte da me sbobinata.
Le interviste sono state
registrate nell'arco di tre mesi, dal novembre del 2001 al gennaio del 2002. Le
registrazioni da me raccolte hanno dato vita ad un fondo sonoro, al quale ho affiancato
un apparato critico-informativo, in modo da creare un piccolo archivio sonoro,
da me conservato.