Donne e conoscenza storica
    



 



Università delle donne di Brescia

donne creatrici di politica
incontro fra diverse generazioni
22-1-2006

a cura di Aurora Sorsoli e Oriella Savoldi, dell'Università delle Donne di Brescia -

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Bibliografia


BREVE STORIA DEL MOVIMENTO FEMMINISTA BRESCIANO
estratto della tesi di Pamela Marelli

"I percorsi del neofemminismo a Brescia. L'Udi e i collettivi femministi"

Il movimento delle donne a Brescia ebbe caratteristiche comuni al neofemminismo nato in Italia, ma presentò anche delle proprie particolarità.
I primi collettivi femministi nacquero a Brescia nel 1974, con un ritardo
considerevole di tre, quattro anni rispetto alla situazione nazionale.
Le cause di ciò possono essere indicate sia nella realtà sicuramente più provinciale di una piccola città, che visse con ritardo anche la contestazione, sia nella diffidenza delle donne a fare politica solo tra di loro, come emerso da alcune interviste. Alcune delle future femministe infatti erano convinte che la loro militanza fosse uguale a quella maschile, che donne e uomini avessero pari valore in quanto esseri umani.
La nascita ritardata del movimento femminista bresciano fece si che esso scandì i propri ritmi di mobilitazione e riflessione indipendentemente dalle svolte e dalle crisi vissute a livello nazionale, pur prestando attenzione agli input che provenivano dalle altre città.
Il femminismo bresciano nacque dal desiderio delle donne di ritrovare se stesse intere nei diversi ambiti in cui erano attive. Le femministe bresciane erano per lo più donne che avevano partecipato al '68 o avevano militato in ambiti di sinistra quali il Pci, i gruppi della sinistra extraparlamentare e del cattolicesimo cristiano di base. Successivamente o parallelamente a queste esperienze nacque il bisogno di una politica nuova nella quale i problemi vissuti da una donna a livello personale avessero un riconoscimento collettivo e politico. La volontà di fare qualcosa per sé ed insieme alle altre, trovò un fertile terreno nel clima diffuso di passione civile, delineatosi a Brescia dopo la strage di piazza Loggia. Un articolo della rivista "Noidonne", dedicato alle aderenti bresciane dell'Udi, Unione donne italiane, fu significativamente intitolato "Siamo nate di maggio".
Il 1975 fu caratterizzato a Brescia dalla visibilità del movimento delle donne. Tra i primi due gruppi sorti, il Collettivo femminista 8 marzo, già Collettivo per la liberazione della donna, e l'Udi si riscontrarono diversità ed affinità. Una differenza si manifestò nel diverso modo di organizzarsi. Il Collettivo 8 marzo, appartenente all'area movimentista e spontanea, era formato da donne sia militanti nel Manifesto-Pdup che da esponenti della borghesia bresciana. Per loro fondamentale era il partire dalla propria condizione di donna, al di là delle differenze di classe.
L'Udi si configurò invece come organizzazione strutturata in maniera più istituzionale, con suddivisione in circoli e sezioni, una segreteria, una funzionaria responsabile ed il tesseramento delle iscritte. L'Unione donne era vicina al Pci e praticava una politica rivolta a tutte le donne, con tendenza al proselitismo.
Tra i due gruppi si avvertiva il peso della differente collocazione politico-partitica. L'Udi rappresentava l'area dei partiti, della politica istituzionale, del riformismo mente il Collettivo 8 marzo era collocabile, vista la componente di donne del Manifesto-Pdup, nell'area delle sinistra extraparlamentare, fortemente critica verso il ruolo del Pci nel suo avvicinamento, tramite il compromesso storico, al partito di governo: la Dc.
Nonostante queste differenze, a Brescia si verificò un'anomala collaborazione tra le aderenti all'Udi e le militanti del Collettivo femminista 8 marzo, anomala poiché in molte altre città c'era una divisione netta e radicale tra le femministe e le donne dell'Udi, ovvero tra coloro che lottavano per la propria liberazione, per vasti e rivoluzionari cambiamenti della condizione della donna, e coloro che sostenevano l'emancipazione, strada perseguente diritti ed ottenimento di leggi.
Vania Chiurletto, militante dell'Udi nazionale, schematizzò in una poesia la contrapposizione tra l'Udi ed il femminismo.
"Noi avevamo sedi // Loro si riunivano nelle case
Noi avevamo una gerarchia esplicita// Loro si incontravano per gruppi alla pari
Noi venivamo dalla Resistenza // Loro venivano dal '68
Noi facevamo interventi // Loro parlavano
Noi ci rapportavamo alle istituzioni // Loro erano anti
Noi facevamo analisi socio-politiche // Loro facevano autocoscienza
Noi cercavamo consenso // Loro facevano scandalo
Noi eravamo nazional-popolari // Loro guardavano agli States
Noi filavamo faticosi processi // Loro erano qui e ora
Noi parlavamo di politica // Loro parlavano di sessualità
Noi accusavamo la società maschile // Loro se la prendevano con i maschi
Noi rappresentavamo le donne // Loro si rappresentavano".
La particolare collaborazione bresciana era dovuta in larga parte alle relazioni di amicizia che legavano alcune delle donne dei due gruppi. Questi legami sfociarono pubblicamente nell'organizzazione comune di diversi dibattiti, nella preparazione della giornata dell'8 marzo, e nella stesura, dal marzo 1977, di una pagina mensile sul quotidiano "Bresciaoggi".

Nel 1976 il movimento femminista bresciano visse una forte espansione: si svilupparono numerosi collettivi sia negli istituti superiori che nei quartieri e nacquero collettivi femministi marxisti.
Nelle scuole bresciane, come l'Ipf, il Calini, l'Abba, il Ballini e in maniera minore il Gambara, si attivarono i collettivi femministi grazie alle ragazze che appartenevano ai vari gruppi della sinistra extraparlamentare, all'interno dei quali le donne iniziavano a dar vita a propri collettivi. L'idea dei collettivi di donne a volte era spontanea, altre era sollecitata dal direttivo dei gruppi extraparlamentari.
Le studentesse del collettivo femminista del Ballini curarono un numero unico di una rivista chiamata "Cappuccetto rosso". Il sottotitolo recitava: "è per la cultura perché non crede nell'ignoranza; è per la politica perché la politica è la vita; è per cambiare il mondo perché è possibile farlo; è per te."
Le studentesse affrontarono svariate tematiche: dall'educazione imposta alla donna alla maternità, dalla storia femminile all'occupazione. La riflessione più interessante riguardò il rapporto di queste giovani militanti con i loro compagni di lotta. Questo aspetto fu importante e molto discusso all'epoca in quanto ci si chiedeva se il femminismo fosse un movimento di sinistra, se non avesse portato alla rottura del fronte della lotta di classe. La difficoltà di trasmettere ai maschi del movimento i propri desideri di indipendenza e riconoscimento portò a conflitti e tensioni. In parecchi casi le donne uscirono dai gruppi misti dando vita a collettivi separatisti, come accede ai gruppi femministi marxisti. Uno di questi, il Collettivo La metà del cielo fu composto da donne militanti nell'area della sinistra extraparlamentare che spontaneamente sentirono l'esigenza di far parte di un collettivo di sole donne. Il collettivo nato come gruppo di autocoscienza, teneva conto anche della discriminante di classe. Nel collettivo, la cui sede era in via Chiusure, erano confluite tante donne che erano uscite da Lotta continua e dai gruppi extraparlamentari. Il gruppo diede vita a varie iniziative sul territorio, quali performance teatrali fuori dai supermercati o questionari porta a porta su tematiche concernenti la condizione della donna.
Legati all'esperienza dei gruppi extraparlamentari furono il Collettivo di Via Montello e il Collettivo 6 dicembre. Il primo si formò alla fine del 1975 per iniziativa di militanti di Avanguardia operaia e del Movimento lavoratori per il socialismo, dall'età compresa tra i sedici e i ventidue anni. Organizzò mostre sulla condizione della donna, dibattiti sull'aborto, sui consultori, sulla carenza di servizi sociali.
Il Collettivo 6 dicembre fu costituito dalle militanti di Lotta continua che privilegiavano le attività sul territorio. La data che dà il nome al gruppo si rifà ad un episodio successo a Roma nel dicembre del 1975, quando le femministe di Lotta continua vissero un momento di scontro dirompente con i loro compagni. In occasione della manifestazione del 6 dicembre 1975, ventimila donne sfilarono per chiedere l'aborto libero, gratuito ed assistito. Agli uomini fu chiesto di fermarsi ai margini del corteo. I giovani del servizio d'ordine di Lotta continua, in nome dell'unità di classe e contro il separatismo, aggredirono il corteo, spingendo le donne e picchiandone alcune. Immediata fu la reazione della componente femminile di Lotta continua: le donne invasero la riunione del comitato centrale, chiedendo le dimissioni del segretario e dando dei fascisti ai loro compagni. In seguito tentarono la strada dell'autonomia. Evidentemente l'uso di tale nome indicò il percorso indipendente delle militanti bresciane.
Nel 1976 e 1977 si costituirono anche collettivi femministi maggiormente attenti all'ambito locale in cui operavano, non a caso nella loro denominazione spesso compariva il quartiere in cui si mobilitavano: Collettivo donne di Sant'Eufemia, Collettivo femminista Badia, Gruppo donne Lamarmora, Collettivo del mercoledì poi denominato Collettivo della terza circoscrizione.

La crescita di gruppi del 1976 portò con sé differenze ed arricchimenti ma anche incompatibilità e conflitti. La prima contrapposizione tra i gruppi bresciani avvenne in occasione di un corteo per la liberalizzazione dell'aborto indetto per il 7 febbraio 1976 dai collettivi extraparlamentari 6 dicembre, di via Montello e da quello studentesco del Calini. Durante il corteo alcuni collettivi femministi bruciarono dei pupazzi raffiguranti il Papa ed esponenti democristiani, alcuni militanti della sinistra extraparlamentare, stando alla cronaca dei quotidiani, ruppero le vetrine di una libreria cattolica e spintonarono una suora. L'Udi ed il Collettivo 8 marzo, che non avevano partecipato all'iniziativa, condannarono sia il rogo e gli atteggiamenti antireligiosi che avrebbero potuto allontanare le donne cattoliche dalle battaglie del movimento femminista, sia il non riconoscimento, da parte degli uomini della sinistra extraparlamentare, dell'autonomia del movimento delle donne.
Nel febbraio del 1976 il movimento bresciano si configurò delineato in aree. Da una parte l'Udi ed il Collettivo femminista 8 marzo si battevano per un'organizzazione di massa delle donne, questo significava un'apertura verso tutte le donne. L'Udi, già da tempo aveva tra le sue iscritte donne di diversi ceti sociali e di diverse età; il Collettivo 8 marzo, essendo composto da anime diverse, era abituato a gestire le diversità ed a guardare, quindi, con spirito d'apertura anche alle donne cattoliche.
I collettivi studenteschi e femministi, invece, erano composti da donne, per lo più giovani, unite dalla stessa visione politica, provenendo tutte dalla sinistra extraparlamentare. Queste ragazze erano più predisposte ad un'analisi di lotta di classe, quindi allo scontro diretto, al conflitto basato su posizioni nette e contrapposte: da una parte le cose da combattere, tra cui le istituzioni come la Chiesa, dall'altra la loro lotta radicale e non mediatrice.
Dai collettivi femministi marxisti l'Udi era vista come organizzazione troppo collaterale al Pci, questo, come già osservato in parte per l'8 marzo, comportava tensioni e la non considerazione di queste donne come compagne di strada.
Diverso è il discorso nei confronti dell'8 marzo, collettivo femminista al cui interno lavoravano militanti extraparlamentari, quindi politicamente più in sintonia con i vari gruppi della sinistra non istituzionale. Al di là del settarismo politico del periodo, ciò che divideva le femministe era una diversa concezione della lotta. I collettivi femministi marxisti avevano la predisposizione a fare un discorso più di classe, mentre l'8 marzo portava avanti un'analisi più basata sulla contraddizione uomo-donna. Inoltre l'appartenenza interclassista e trasversale all'8 marzo anche di donne dell'alta borghesia bresciana allontanava quelle più attente al discorso di classe.
L'esistenza di due aree non significò una divisione netta del movimento che comunque si mobilitò unitariamente in alcune occasioni. Ad esempio, comune a tutti i collettivi femministi, da quelli marxisti all'8 marzo, fu l'organizzazione di una due giorni di festa delle donne, che, nell'estate del 1976, animò Piazza Rovetta ed il castello attraverso mostre, giochi e spettacoli, tesi ad affermare che "donna è bello". Un altro momento di collaborazione tra donne di diversi collettivi femministi fu la trasmissione radiofonica Spazio donna, tenuta a Radio popolare dal 1976. Su parole d'ordine comuni si riusciva, in alcuni casi ad armonizzare le dissonanze.
L'interazione tra le diverse anime del movimento delle donne, seppur con conflitti e contrasti, seppe creare una vivace visibilità nella città. Infatti pur aggregando all'inizio un piccolo gruppo di donne, il femminismo bresciano riuscì a coinvolgerne centinaia, mobilitatesi per iniziative di piazza quali la giornata dell'8 marzo e le manifestazioni contro l'aborto clandestino e contro la violenza sessuale.

Un luogo importante per il movimento femminista bresciano fu il Centro della donna di via Volturno 36, piccola casa occupata che divenne sede di numerosi collettivi, tra cui si ricorda il Collettivo La cenere negli occhi, nato nel 1978, da donne che facevano riferimento all'area della sinistra extraparlamentare e si rappresentavano come ala rivoluzionaria delle donne, tendente a radicalizzare lo scontro contro tutto ciò che veniva identificato come maschile.
La sede di via Volturno ospitò anche gli intercollettivi ovvero le riunioni a cui partecipavano tutte le donne del movimento bresciano, comprese alcune appartenenti all'Udi.
Col tempo i collettivi che si trovavano al Centro delle donne cambiarono, alcuni finirono ed altri nacquero, ma la sede rimase un punto di aggregazione importante per i gruppi bresciani fino al 2003, anno del suo trasferimento in Via Villa Glori.

Il 1978 segnò un anno di svolta per il movimento delle donne bresciane. Il movimento femminista aveva affermato e rivendicato che il personale è politico; aveva creato crisi e fratture in diversi ambiti, dalla coppia ai gruppi misti; aveva delineato una possibilità di essere donne in modo diverso. Dopo essere cambiate ed aver ribaltato la loro vita, dopo aver ottenuto alcune leggi, quali quella sull'aborto, le femministe, alla fine degli anni Settanta si ritrovarono di fronte ad un problema: quello di relazionarsi alla società e ad un modo di fare politica che aveva riassorbito e snaturato le loro lotte, ma non era da queste stato rivoluzionato. In questo nodo irrisolto nacque la crisi, il dilemma del rapporto con le istituzioni, la volontà di essere ancora antagoniste ad una società modellata unicamente al maschile. A ciò si sommavano le difficoltà di vivere il periodo dei cosiddetti anni di piombo, caratterizzato dalla diffusione della lotta armata nella penisola. Il clima caratterizzato da scontri, violenza e repressione influì sulle diverse modalità politiche non istituzionali. La risposta statale al terrorismo colpì indistintamente tutte le forme di dissenso sociale non tradizionali.
All'inizio del 1978 i vari gruppi femministi decisero di organizzare un convegno sulla sessualità e la salute della donna, toccante varie tematiche: dalla maternità alla contraccezione, alla legislazione sull'aborto. L'11 e il 12 marzo il convegno fu indetto da una caratteristica locandina:in essa, sopra un disegno della città arricchito da numerose streghe, la didascalia citava "Se dise che ne l'anno 1978 tutte le strige de la Lombardia se dan convegno ne la tera de Brexa […] contro lo governo dei chierici et de li papi, per far malefici et incanalamenti".
Il convegno, la cui la partecipazione fu elevata, funse anche da momento di confronto collettivo fra le varie anime del movimento bresciano, nella consapevolezza della crisi che il movimento femminista stava vivendo. I motivi della crisi, seppur analizzati dal movimento stesso durante il convegno, non impedirono la dissoluzione dei primi collettivi nati.
Molti collettivi storici cessarono infatti di mobilitarsi, come successe per il Collettivo femminista 8 marzo, per i collettivi femministi marxisti e per quelli studenteschi.
Per ciò che concerne l'ambito studentesco spesso la fine dei collettivi coincise con il termine del corso di studi delle studentesse che li avevano animati. Nonostante le scuole non fossero più un luogo di aggregazione per i gruppi femministi, le studentesse che si erano mobilitate continuarono la loro attività in altri collettivi della città, come emerso da diverse interviste.
Per quanto riguarda la fine dell'8 marzo, il primo collettivo storico bresciano, le sue aderenti, durante le interviste hanno avanzato diverse ipotesi, tra le quali il problema della disparità dei ruoli. Il criticato ruolo di leader infatti provocò in alcune di loro la necessità di trovare altre modalità esterne al collettivo. Un'altra ipotesi è stata la crescente divergenza tra le anime interne al collettivo.
Le militanti di diversi collettivi, dall'8 marzo alla Metà del cielo passando per il Collettivo della Badia, hanno osservato che la fine del proprio collettivo fu legata sia alle vicende politiche che alle storie personali.
Un altro punto fondamentale nella svolta che visse il movimento femminista fu il rapporto con le istituzioni, sia perché questa si appropriavano delle tematiche femministe, sia perché per una parte delle donne si poneva la necessità di aprirsi alla politica istituzionale. Molti dei collettivi che nacquero alla fine degli anni Settanta furono infatti caratterizzati dal rapporto particolare instaurato con le istituzioni, anche perché spesso sorsero all'interno di queste, come accadde al Collettivo donne settore giustizia, al Coordinamento delle delegate metalmeccaniche, alle donne del pubblico impiego Cgil.

Alla fine degli anni Settanta presero spazio collettivi che si schierarono in maniera più netta, lasciandosi alle spalle il discorso dell'unità del movimento delle donne. Da una parte c'erano l'Udi ed alcuni collettivi di quartiere, affiancati da gruppi nuovi quali quelli nati all'interno del sindacato, più attenti alla politica istituzionale ed al discorso di portare in ogni ambito il sapere delle donne. Dall'altra parte c'erano le femministe di via Volturno, che accentuavano il discorso del femminismo come movimento antagonista allo stato, in un periodo di repressione attuata nei confronti dei movimenti extraparlamentari.
L'attività politica delle donne bresciane proseguì attivamente per la prima parte degli anni Ottanta, con la mobilitazione per il referendum e per la legge sulla violenza sessuale, in cui fu molto attivo il Collettivo per l'autodeterminazione della donna.
Alla fine degli anni Ottanta, presero forma nuove attività gestite dalle donne, meno caratterizzate dal movimentismo di piazza e più attente ad ambiti specifici della vita delle donne. Le femministe attive allora nei vari collettivi degli anni Settanta sono le stesse che hanno dato vita ad una serie di realtà diverse: la Casa delle donne di via San Faustino, centro di assistenza per donne maltrattate; l'Università delle donne "Simone de Beauvoir", che organizza seminari e gruppi di ricerca, riferendosi al pensiero della differenza sessuale; la sede di via Volturno, luogo di ritrovo di collettivi di donne attive nella realtà politica bresciana: si ricordino per tutte le mobilitazioni delle Donne in nero contro la guerra.

LE FONTI
Tra le fonti a stampa ho visionato i numeri del quotidiano "Bresciaoggi" dalla sua nascita, nell'aprile del 1974, fino al referendum sulla legge per l'interruzione di gravidanza, nel maggio 1981.
Per approfondire il tema delle mobilitazioni nelle scuole ho visionato alcuni giornalini studenteschi , dai quali comunque non sono emerse notizie riguardanti attività particolari delle studentesse. Le testate sono: "Con noi", "Lo spillo. Giornale di dibattito. Calini", "La riscossa. Giornale del movimento studentesco dell'Itis", "Lo specchio studentesco. Seconda serie", "Bollettino d'informazione del movimento studentesco medio bresciano".
Ho inoltre visionato alcuni giornalini prodotti da gruppi della sinistra extraparlamentare quali "Il manifesto per il comunismo", il "Bollettino della federazione bresciana del Pdup" e "Autoriduzione".
Tra le pubblicazioni dei gruppi femministi ho analizzato la serie completa de "La cenere negli occhi. Cenerentola è contro".

Per le fonti di archivio ho fatto ricorso sia ad archivi pubblici che privati.
L'archivio pubblico consultato è stato l'Archivio storico-Centro di documentazione "Bigio Savoldi- Livia Bottardi Milani" della Camera del lavoro territoriale Cgil di Brescia. In esso è conservato un fondo speciale dedicato alle carte dell'Unione donne italiane. Il fondo è stato raccolto e curato dalle stesse militanti dell'Udi di Brescia. Esso non è però stato catalogato ed è privo di inventario. Al suo interno si trova tutto il materiale prodotto e conservato dall'Udi bresciana: dalle lettere ai volantini, dalla rivista "Noidonne" ai manifesti. Oltre a ciò compaiono molti volantini i cui firmatari sono diversi collettivi femministi e studenteschi. Uno dei numerosi faldoni dedicati al movimento delle donne contiene materiale riguardanti i gruppi cattolici, la pubblicazione "Madre", ed il materiale del Movimento per la vita.
Il materiale del movimento femminista bresciano è stato raccolto una decina di anni fa da una militante, Piera Arbaltini e depositato presso l'Archivio Fondazione Luigi Micheletti. Nonostante ripetute richieste, non mi è stato possibile visionare il materiale perché la fondazione non è in grado di stabilire dove la documentazione sia stata collocata. Per supplire a tale carenza mi sono rivolta agli archivi personali delle donne da me contattate: solo poche hanno conservato il materiale. Quattro di loro, seppur tutte militanti nello stesso collettivo , hanno preservato materiale appartenente anche ad altri collettivi. Grazie alla cura da loro posta nei confronti dei documenti scritti, sono venuta a conoscenza dell'esistenza di altri collettivi non menzionati nei due lavori sopra citati sulle associazioni di donne. Queste donne sono: Piera Gandini, Delfina Lusiardi, Claudette Marangoni, Laura Mentasti e Marilena Sandrini. Piera Gandini, oltre ai volantini, ha conservato i manifesti dei collettivi femministi. Laura Mentasti, oltre alla produzione scritta, ha conservato una trentina di audiocassette con le registrazioni di una trasmissione radiofonica tenuta presso Radio Popolare dal 1976 al 1978. Su alcune cassette compaiono più puntate. Questo fondo -non completo, non catalogato e spesso non datato- è stato utilizzato per analizzare le tematiche trattate ed il rapporto con i mass-media.
Una parte del materiale scritto è stata recuperata presso le sedi dei collettivi bresciani tuttora esistenti. Ho attinto dal Centro delle donne di via Volturno il materiale riguardante sia il Collettivo La cenere negli occhi che i collettivi di via Volturno. Nella sede del Collettivo donne Sant'Eufemia ho recuperato buona parte del materiale da esso prodotto.

Un notevole apporto è quello derivato dalle fonti orali, il campione considerato conta trentacinque interviste alle militanti. L'intervista, della durata variabile dai quaranta minuti alle due ore, è stata registrata e sbobinata. Le interviste si sono svolte o nelle case delle dirette interessate o nei loro posti di lavoro. Una sola è stata registrata in un bar. Al momento della sbobinatura ho scelto di rendere pubbliche le parti più significative e più aderenti al tema trattato. In alcuni casi, su esplicita richiesta delle intervistate, ho lasciato che le confidenze fattemi rimanessero tali. Un terzo circa delle donne intervistate hanno riletto la parte da me sbobinata.
Le interviste sono state registrate nell'arco di tre mesi, dal novembre del 2001 al gennaio del 2002. Le registrazioni da me raccolte hanno dato vita ad un fondo sonoro, al quale ho affiancato un apparato critico-informativo, in modo da creare un piccolo archivio sonoro, da me conservato.