Donne e conoscenza storica
    



 



Università delle donne di Brescia

donne creatrici di politica
incontro fra diverse generazioni
22-1-2006

a cura di Aurora Sorsoli e Oriella Savoldi, dell'Università delle Donne di Brescia -

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INTERVENTO DI PAMELA MARELLI

Il percorso che mi ha portata alla tesi è stato segnato da diverse tappe intrecciate alla mia esperienza politica, iniziata al liceo, prima con l'iscrizione alla Fgci e dopo con la partecipazione ai collettivi studenteschi. Nel mio liceo, il Calini, per caso si creò un collettivo di sole studentesse, il Collettivo Ma chi vi ha autorizzato: attaccavamo quotidianamente cartelloni fatti da noi, molti dei quali sulle condizioni delle donne ed organizzammo, tra le altre cose, un vivace ed animato dibattito su omosessualità e lesbismo.
Con l'inizio dell'università, feci parte del Collettivo indipendente donne che si ritrovava ogni giovedì sera al centro sociale Magazzino 47. Per alcuni anni abbiamo discusso dei vari aspetti inerenti la sessualità, dagli attacchi all'omosessualità alla prostituzione, alle politiche familistiche regionali ed abbiamo organizzato incontri, mostre, produzioni scritte e partecipato a numerose manifestazioni.
Ho capito a fondo cos'erano l'energia e l'entusiasmo che mi venivano dal mio percorso politico con le donne, preparando la tesi. Mi sono laureata nel maggio 2002 all'Università statale di Milano con una ricerca dal titolo "I percorsi del neofemminismo a Brescia. L'Udi ed i collettivi femministi." Ho recuperato il materiale scritto, talvolta con fatica, consultando sia gli archivi pubblici, sia raccogliendo i vari documenti nelle case e nelle sedi delle militanti femministe.

Condivido l'opinione della storica Fiamma Lussana che ha definito arduo compito il dar conto della rivoluzione femminista degli anni Settanta, il tentativo "di far emergere e riconnettere fra loro i fili oscuri del vissuto individuale, dei desideri, delle aspirazioni, con la storia in carne ed ossa.[…] Dentro le pieghe del movimento c'è un groviglio intricato di storie vissute e riflessioni teoriche che è difficile rappresentare o anche semplicemente raccontare." Nessun documento scritto mi restituiva la ricchezza degli aneddoti che mi narravano alcune femministe bresciane che conoscevo prima della tesi. Decisi di lasciar narrare direttamente alle donne che avevano vissuto il femminismo, la loro esperienza, vista anche l'importanza data da quel movimento alla soggettività ed identità femminile, alla sfera del personale, del privato. Ho intervistate 35 donne, appartenenti ai diversi collettivi e gruppi che negli anni Settanta hanno animato la politica cittadina.
La reazione iniziale alla mia richiesta di intervista, dopo uno stupore diffuso tra le donne che non conoscevo, si è manifestata attraverso una esternazione di entusiasmo e di gratitudine per il lavoro di trasmissione che mi accingevo a compiere. Molte donne hanno espresso la sensazione di sentirsi "pezzi di storia". Alcune hanno paragonato il mio lavoro all'interesse che, all'epoca, loro avevano avuto per la vita delle partigiane. La mia sensazione, all'ascolto e riascolto delle interviste, era di immergermi in una realtà viva e pulsante, mobile e densa di intrecci, non rilevabili dai soli documenti o dalla lettura dei quotidiani. La sensazione dopo le prime interviste era quella di scoprire la ricchezza intraducibile delle storie di vita.

Un dato significativo e molto diffuso tra le diverse donne intervistate fu l'identificazione del periodo della loro vita legata al femminismo come una fase ricca ed intensa. Diverse intervistate hanno definito gli anni Settanta come il periodo più bello della loro vita, e confrontando la loro generazione con la mia, si sono ritenute molto fortunate ad aver vissuto un'esperienza del genere.
Al di là della generale tendenza a considerare gli anni della gioventù come i più belli, ciò che va sottolineato è la diffusa sensazione di aver appreso, grazie alla politica con le donne, un sapere che difficilmente potrà essere scalfito. L'inizio della consapevolezza di sé, della fiducia, dell'autostima per molte donne è databile in quegli anni. Al di là delle diversità esistenti tra le femministe bresciane, ciò che unifica le donne da me intervistate, è una consapevolezza che indietro non si torna, che il cammino da loro fatto sulla strada della consapevolezza di sé, dell'autodeterminazione non è cancellabile.

Nel dicembre 1974 il gruppo Donna e cultura del Collettivo per la liberazione della donna, sostenne che per attuare la propria liberazione una donna deve porsi come progetto."Porsi come progetto significa autorealizzarsi, autodeterminarsi, autogestirsi; significa reinventare linguaggi, espressioni, atteggiamenti, modi di essere, mediante i quali sia possibile non solo la sopravvivenza, ma la Vita nel suo molteplice divenire. Ancora significa avere coscienza della propria responsabilità verso l'avvenire e elaborare alternative. E' importante per la donna oggi raggiungere non soltanto l'indipendenza economica, ma anche uno spazio culturale all'interno del quale le sia possibile esprimersi e gestire la propria creatività."
Ed è proprio in questo senso che le femministe furono creatrici di politica, perché inventarono pratiche nuove ed affrontarono contenuti solitamente estranei all'ambito politico.
Il progetto di creare una modalità nuova di essere donna, più libera e più aderente alla realtà, portò il movimento delle donne ad affrontare tutte le tematiche e gli aspetti caratterizzanti la vita di una donna dell'epoca: dalla sessualità al lavoro, dalla doppia militanza nei collettivi e nei gruppi politici tradizionali, alla doppia presenza nell'ambito famigliare e professionale.
Nella rilettura che vi propongo ho individuato alcune pratiche che ritengo rappresentative ed originarie dei cambiamenti avvenuti grazie ai movimenti femministi. Le loro lotte hanno permesso alle donne come me, nate dopo gli anni Settanta, di godere di spazi di agibilità inediti ed impensabili per le donne delle generazioni precedenti, di vivere in un contesto in cui determinate libertà sono date per acquisite.

SESSUALITA'
Una tematica dirompente per gli anni Settanta fu la sessualità, nodo centrale, fondante ed originale, sviscerato dalle femministe attraverso riflessioni e gruppi di studio.
Miki Staderini, militante femminista romana, ha, in un saggio successivo agli anni Settanta, delineato molto chiaramente la tematica. "Nel femminismo si poneva l'accento soprattutto su due significati della parola sessualità: sessualità come differenza di genere: il maschile e il femminile; e sessualità come attività finalizzata alla ricerca del piacere. Quello che è importante a mio avviso tenere presente è che i due significati erano in qualche modo mescolati o sovrapposti: vale a dire che, parlando di sessualità, si parlava sia delle differenze di genere sia della ricerca del piacere da parte delle donne, o comunque fra le differenze di genere, quella centrale, forse la più importante, era quella che passava nei diversi modi di condizionamento e di approccio alla sessualità nella relazione tra uomini e donne. Per cui quando si dice di discutere di sessualità, di contraddizione uomo-donna, di differenza sessuale, si intendeva parlare di tutte le differenze sociali e culturali che ci sono tra i due sessi e che caratterizzano i ruoli sessuali, e allo stesso tempo si teneva sempre presente che è la sessualità, intesa come attività sessuale, il luogo dove la differenza si manifesta più fortemente, dove agisce a fondo la psicologia, l'educazione e la divisione del lavoro; il luogo alla radice dei modi in cui si vivono l'aborto, la contraccezione, la maternità, che condiziona le relazioni affettive e di amore tra i sessi e anche le relazioni affettive all'interno di uno stesso sesso; si pensava che da quel luogo bisognava partire per comprendere tutte le altre differenze di ruolo sessuale."

Aida Ribero, autrice di un interessante libro sul femminismo degli anni Settanta dal titolo "Una questione di libertà", sostiene che la centralità della sessualità "stava ad indicare ch'era avvenuto uno spostamento da una prospettiva politica maschile ad una prospettiva politica femminile. La prima faceva perno sulla divisione pubblico/privato e individuale/collettivo, la seconda coglieva il pubblico nel privato e il sociale nell'individuale."
Anche a Brescia il discorso sulla sessualità, intesa nella sua duplice accezione, funse da sfondo unificante, da bandolo della matassa da cui si dipanarono, come fili, le diverse tematiche: dal rapporto di coppia al ruolo della donna, dalla procreazione responsabile al rapporto col proprio corpo, dalla violenza maschile alla necessità dell'autodeterminazione, dal bisogno di consultori alla depenalizzazione dell'aborto.

Le femministe bresciane affrontarono tutti i temi legati alla contraddizione uomo-donna, molti dei quali erano, da sempre, stati considerati tabù. Bisogna sottolineare che le donne di quella generazione erano cresciute negli anni Cinquanta, periodo in cui esisteva un esasperato moralismo sessuale, ed in cui spesso l'etica religiosa era altamente sessuofobica.
"La sessualità è stato lo spartiacque -ha dichiarato chiaramente Grazia Ghio, militante nel Collettivo 8 marzo- le femministe ne han fatto un cardine: un discorso della sessualità della donna intesa come tratto della personalità, la dimensione del piacere non legata alla riproduzione, quindi il prendere coscienza dell'essere attive in un rapporto e non essere un oggetto di piacere sessuale. Questo ha implicato una presa di coscienza del proprio essere, del proprio esistere, di ciò che piace realmente alla donna e anche quello che non piace.[…] La sessualità intesa proprio come capacità di conoscersi, di sentirsi, di scoprire i sentimenti, di essere all'interno di una coppia in modo pedagogico educativo."
Accanto alla scoperta della dimensione personale c'era ovviamente il riscontro sociale e politico. Infatti, continua Grazia alla "battaglia sugli anticoncezionali, la pillola, l'aborto, la libertà di scelta, la libertà della procreazione era legato tutto il discorso dell'investimento sociale ovvero cosa significava riprodurre e riprodursi e cosa significava anche negarsi questa cosa. Questo ruolo che veniva dato socialmente alla femmina del maschio è stato completamente ribaltato e quindi la coppia è entrata in crisi per forza. Ma entrando in crisi la coppia è entrato in crisi davvero un sistema dominante in cui le categorie erano date per assolute." Le femministe prendendo la parola ed iniziando a dire da sole ciò che erano e cosa volevano, scardinarono la concezione di maschile e femminile diffusa nella mentalità del tempo.

Anche Laura Mentasti, redattrice della trasmissione radiofonica Spazio donna, ha individuato nelle argomentazioni riguardanti l'aborto, la tematica più dirompente del movimento femminista. Infatti la battaglia per la liberalizzazione dell'aborto implicava, secondo Laura, il richiamo alla "possibilità di decidere questa cosa e di deciderla da sole. Ciò evocava direttamente un potere delle donne inteso come responsabilità autonoma, come libertà di scelta e capacità di determinare per sé, che credo sia stato l'elemento trasversale che interviene su qualsiasi altro, perché parlare di capacità di decidere per sé e possibilità di scelta interviene su tutti gli aspetti, da quello della sessualità a quello del lavoro. L'altro elemento che la questione dell'aborto inevitabilmente evocava direttamente era il controllo sulla sessualità che abbiamo scoperto che voleva dire, controllo del potere procreativo ma anche controllo del piacere."
Tutti gli aspetti legati alla sessualità sono frutto di valutazioni fatte dai collettivi di donne, nel corso degli anni, grazie ad un'acquisizione continua di consapevolezza. Negli anni Settanta, l'approccio alla tematica della sessualità avvenne con sfumature diverse a seconda dei gruppi. Le donne dell'Udi, mobilitatesi affinché la maternità diventasse una scelta libera e non un destino imposto, puntarono l'attenzione più sui servizi e l'informazione riguardanti il funzionamento del corpo, sollecitando ad esempio la distribuzione di contraccettivi e la creazione dei consultori.
Le donne dei collettivi, pur riconoscendo l'importanza dei servizi, diedero priorità al discorso sul corpo, al modo in cui vivevano la sessualità. Le femministe partivano da sé, da bisogni non appagabili tramite la creazione di strutture, ma attraverso un cambiamento dei rapporti interpersonali, in particolare di quelli con l'uomo. Per questo i collettivi femministi bresciani in un volantino unitario del giugno 1976, dal titolo "Donna è bello", denunciarono una situazione dove "la famiglia è il marito che torna stanco e innervosito da un lavoro sempre uguale; dove l'amore non è che un rito sempre uguale ogni sera, la paura di rimanere incinta ogni volta". Le mobilitazioni delle femministe avevano come scopo anche la conquista di una sessualità senza colpa e senza angoscia.

SELF-HELP
Strettamente collegato alla tematica della sessualità fu il discorso sul corpo e la salute della donna. In Italia, nei primi anni Settanta, iniziarono a formarsi gruppi di self-help ovvero gruppi di donne che si incontravano per studiare ed esaminare i problemi riguardanti la conformazione e la funzione degli organi sessuali e riproduttivi femminili, scambiandosi informazioni ed esperienze. Il self-help si configurava come sorta di gruppo di autocoscienza in cui però si dava maggior rilievo alla fisicità del corpo. Le donne infatti si visitavano tra di loro, spogliando il proprio corpo dai tabù in cui per anni era stato avvolto, scoprendolo, conoscendolo ad acquisendo così maggior sicurezza di sé. Il corpo e la sessualità diventavano per le donne un momento importante per affermare le proprie potenzialità ed i propri desideri. Conoscere il proprio corpo significava conoscere il funzionamento dei propri organi, essere quindi più coscienti di sé, rispettarsi maggiormente e pretendere rispetto, saper utilizzare metodi contraccettivi, evitare di subire la biologicità del proprio corpo.
Anche a Brescia, alcune donne dei collettivi attuarono il self-help. Delfina Lusiardi del Collettivo femminista 8 marzo, ha individuato come grossa questione quella "del controllo della fecondità cioè la consapevolezza del corpo femminile. La mia generazione ha vissuto con quasi ebbrezza, il fatto di poter fare l'amore senza temere di restare incinta, era una cosa inedita, storicamente mai avvenuta. Io non credo che sia un caso che la generazione che ha fatto meno figli in assoluto sia proprio questa. Perché noi abbiamo fatto scorrere gli anni fecondi in questa ebbrezza, in questo sollievo quasi, avevamo forse dentro di noi inconsciamente secoli di paura. Questa generazione si è trovata sulle spalle queste cose, la possibilità di fare l'amore tranquillamente e nello stesso tempo dover far fronte a donne che non accedevano a questo o accedevano a mezzi meno sicuri e quindi restavano incinta. Tutta questa grande battaglia che si è fatta sull'aborto, sul diritto al controllo della maternità, non è stata qualcosa fatta per altre, ma era qualcosa che sentivamo come qualcosa che ci toccava da vicino, che sentivamo molto fortemente. Una delle pratiche, una delle esperienze, io la chiamerei così, era quella del self-help. Per cui mi ricordo che tutte eravamo fornitissime di speculum di plastica, questi piccoli speculum con i quali noi imparavamo a vederci in questa parte interna. Mi ricordo una sera in questo appartamento che imparavamo con una che era ginecologa a guardare e riconoscere. Io ci vedevo un gran poco però c'era tutta questa atmosfera che sembrava quasi di capirci un po' di più di questo corpo. La maggior parte di noi veniva da un'educazione degli anni '50, nel mondo cattolico, nelle campagne, io credo siano stati gli anni più repressivi in assoluto, nel senso che c'era proprio una specie di ossessione del sesso, della purezza. Quindi c'era questa intimità che si scambiava che a noi evocava certe esperienze infantili molto ingenue, molto oneste, molto pure. In effetti lo ricordo come un momento di grande divertimento, non direi con grande risultato dal punto di vista dell'educazione sanitaria, nel senso che se poi capitava qualcosa si andava ancora dal medico. C'era proprio una scoperta del corpo delle potenzialità ma anche della possibilità di controllarlo, ed anche un senso di grande trasgressione, di lasciarci alle spalle molta pesantezza anche di non educazione sessuale, sentimentale e del corpo."

AUTOCOSCIENZA
Un'altra creazione innovativa inventata dal movimento femminista degli anni Settanta fu la pratica dell'autocoscienza. Essa consisteva nel ritrovarsi in piccoli gruppi formati unicamente da donne, nei quali si discuteva di vari argomenti: ogni donna interveniva parlando di sé. L'esperienza dell'autocoscienza fu molto diffusa anche a Brescia, dove toccò praticamente tutti i collettivi, dai gruppi di studentesse alle donne dell'Udi.
Il luogo di incontro era spesso la casa di una delle partecipanti. Questo luogo ebbe una funzione positiva: essendo un posto familiare metteva a proprio agio le donne, favorendo la comunicazione, lo scambio, l'intimità. Le familiari stanze risuonarono di numerose voci femminili, appartenenti a donne gioiose di ritrovarsi e scambiarsi, di dedicare una parte di tempo solo a se stesse. La casa divenne un luogo di socialità dove la consueta pratica femminile del parlare tra donne delle proprie cose assunse una dignità politica. Grazie alle riunioni dei piccoli gruppi, le case divennero, per la prima volta, dei luoghi di attività politica, simbolizzando l'unione tra la sfera del privato e quella del politico, che i discorsi delle donne andavano intrecciando.

Le donne discutevano dei rapporti con gli uomini, del senso di impotenza e di disvalore che vivevano, della estraneità dal mondo modellato al maschile, delle difficoltà quotidiane a gestire ambiti diversi quali il lavoro, la casa, la famiglia.
Marilena Sandrini del Collettivo donne di Sant'Eufemia ha così ricordato: "Siamo partite con questa mezza consapevolezza di un disagio nelle nostre vite legato al fatto che non volevamo essere imprigionate nel solito ruolo, che la famiglia o la società o il modo del lavoro ci rimandava. E volevamo riprenderci in mano le nostre vite e dare loro la forma che meglio ci sembrava opportuna per noi. Non sapevamo ancora bene la forma da dare, sapevamo solo che la forma che la cultura, la società, il pensiero maschile aveva delineato non ci andava bene. Ci sembrava stretta. L'obiettivo era quindi di essere persone fino in fondo, per tutto quello che eravamo, anche nelle nostre diversità, nel far sentire la nostra voce, il nostro pensiero in ogni campo della nostra vita."
Fiorenza Fortunato, attiva in diversi collettivi, ha individuato come un grande pregio il fatto che "inventavi tutto da capo, stavi proprio creando, cominciavi a voler parlare di te ma senza nessuno che ti dicesse come dovevi fare o un metodo, lo inventavi in base alla tua spinta emotiva rispetto a quello che sentivi, a quello che ti metteva a disagio quando riuscivi a individuarlo."
Lo scambio di esperienze fu vissuto in maniera molto liberatoria: le difficoltà che ogni donna sentiva come proprie, come causa di incapacità personale, si rivelarono condizione comune e condivisa. Questa scoperta portava alla gioia di non essere l'unica, ma anche alla rabbia per la situazione discriminante vissuta dalle donne ed alla voglia di cambiare, sostenuta dalla forza identificatoria che il gruppo dava.
L'autocoscienza non fu però solo un momento di scoperte che donavano forza, fu una pratica anche dai risvolti tormentosi. Accanto alla profonda gioia del delineare da sé la propria identità, di aderire ad un nuovo soggetto donna, più libero, più creativo, più reale, c'erano anche tante lacrime, dolore e sofferenza dovuti alle difficoltà di reinventarsi da capo nelle relazioni che si intrecciavano.

L'identificarsi in un "noi" comporta anche la definizione di un altro da sé, di un "loro" identificato all'epoca in tutto ciò che era caratterizzato dal maschile come valore dominante: la società, le istituzioni, i partiti. Nella realtà quotidiana il maschile era incarnato dai singoli uomini: i padri, gli amici, i professori, i fidanzati, i fratelli, i compagni di lotte politiche. La radicalità della politica femminista cambiò la vita personale delle donne. L'autocoscienza portò a grandi sconvolgimenti: si lasciarono i mariti, le famiglie d'origine, e talvolta, scoprendo l'omosessualità, ci si fidanzò con altre donne. Paola Riviera attiva nell'Udi ha osservato che "all'interno della famiglia, tu prendevi coscienza di una certa cosa che non accettavi più, ponevi delle questioni al marito che diceva 'ma che cosa succede, che cosa c'è?' Era una cosa dove vedevi, proprio calandoti nelle situazioni, stavi male, era una cosa che faceva molto soffrire. Il cambiamento che volevi partiva da te e quindi eri molto in crisi."
La messa in dubbio di loro stesse portò le donne a mettere in discussione tutto ciò che le circondava, spesso con effetti destabilizzanti ed irreversibili. Le donne, distanziandosi dalla politica tradizionale, affermarono che "la 'rivoluzione' avviene anzitutto nelle singole coscienze, attraverso l'evoluzione della consapevolezza di sé che ogni donna è capace di raggiungere."
Lea Melandri, storica femminista milanese, ha osservato che l'autocoscienza è stata essenzialmente il desiderio, la capacità di "riscrivere, ripensare la propria vita, riattraversando gli annodamenti, ancora oscuri, che hanno stretto insieme, sovrapponendoli, divaricandoli, dati fisiologici, sogni, affetti, costruzioni intellettuali, configurazioni simboliche: un innesto di elementi diversi, che si tratta di scomporre e analizzare, far riemergere attraverso lo scavo paziente di ogni donna dentro di sé e l'ascolto collettivo."
Parlare di sé, delle proprie esigenze, dei propri desideri, del proprio immaginario, diede una crescente forza alle donne per cambiare la loro situazione. Si iniziò ad utilizzare il linguaggio della quotidianità in opposizione a quello astratto della politica.
Partendo da sé, dal proprio vissuto, le donne si guardarono, per la prima volta autonomamente, svincolandosi dallo sguardo e dai valori maschili. Condivisero le limitazioni dovute all'oppressione, ora identificata e comunicabile, e cercarono di cancellare dentro di sé i condizionamenti della cultura patriarcale. Il partire da sé, pratica caratterizzata dalla soggettività portò ad un nuovo tipo di sapere alternativo a quello maschile, autonomo e sovversivo. Le femministe innovativamente intesero con il termine "privato" tutta la problematica relativa all'essere donna in una società a dominio maschile. Lo slogan che definì questo nuovo concetto fu "il personale è politico."

RUOLO AMICIZIA
L'importanza avuta dai rapporti amicali nella formazione di tutti i collettivi è un aspetto del movimento bresciano emerso con prepotente visibilità. Diverse donne hanno osservato che senza le relazioni di amicizia il loro collettivo non sarebbe nato. La pratica del partire da sé comportava il bisogno di avere fiducia e disponibilità nei confronti dell'altra per poterle narrare i fatti più intimi della propria vita. Molte amicizie si sono approfondite grazie alla pratica politica comune, altre sono nate. Si è anche registrata la sensazione contraria ovvero, ad esempio, il trovarsi a riunioni con numerose donne sconosciute e provare difficoltà e blocchi nel fare autocoscienza. Ciò che è emerso è che la pratica tra donne non funzionò come la politica mista o maschile nella quale bastava l'adesione ad un ideale comune per essere compagni di lotta. Era necessario qualcosa in più, quell'unione, dal femminismo scoperta, di personale e politico, di privato e pubblico che faceva di una femminista, sì, una militante in lotta per determinati obiettivi, ma la cui pratica innovativa stava anche nell'uso dell'affettività e dell'identificazione con le proprie simili come strumento di cambiamento politico.
Quando, più tardi, si scoprì la forzatura ideologica dello slogan "siamo tutte sorelle", quando si scoprirono e vissero differenze e conflittualità anche tra donne, non venne comunque meno l'importanza dei rapporti personali. Quasi tutte le intervistate hanno sottolineato che la gioia della scoperta di una socialità tra donne è un tratto caratterizzante la propria vita. Molte donne sono rimaste in contatto tra di loro, altre si sono perse di vista, ma ciò che emerge è il legame forte che le ha unite in un momento di presa di consapevolezza della loro vita.

SCIOPERO CONTRO VIOLENZA SESSUALE
Un altro esempio di creatività politica è stato da me individuato nelle mobilitazioni del maggio del 1979: i collettivi femministi bresciani indissero uno sciopero contro le violenze carnali. Ciò costituì un fatto di originalità del femminismo bresciano, infatti non era mai stata proclamata un'astensione dal lavoro per presenziare ad un processo di violenza sessuale. Lo sciopero fu organizzato con copertura legale in tutti gli ambiti lavorativi, dalla scuola alle fabbriche, agli uffici. Altra caratteristica originale fu l'estensione dello sciopero alla casa, ovvero si propose l'astensione dal lavoro domestico in concomitanza col processo. L'uso di un metodo politico quale lo sciopero acquista un nuovo significato se utilizzato per denunciare violenze ed intimidazioni con cui, come si legge nel volantino di indizione, "ci vogliono togliere ogni spazio autonomo di vita, ci vogliono impedire di muoverci, di organizzarci, di divertirci, di progettare la nostra liberazione collettiva."

continua