Donne e conoscenza storica  

 

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La ragion di stato monacale nel pensiero di Arcangela Tarabotti incontro con Nicoletta Lissone

di Elena Urgnani

Al Circolo Giordano Bruno di Milano Nicoletta Lissone ha presentato la sua tesi di laurea su La ragion di stato monacale nel pensiero di Arcangela Tarabotti. Il dramma delle monacazioni forzate e la critica alle strutture patriarcali nell'Italia della Controriforma. La mia conoscenza del pensiero e della vita di Arcangela Tarabotti era stata fino ad ora abbastanza superficiale, un nome e nulla più.

Nicoletta ci ha raccontato che Arcangela era la prima figlia di una famiglia veneziana "per bene" e che a quel tempo le famiglie seguivano una strategia politica e demografica ben precisa: per non disperdere il patrimonio si sposava una sola figlia, di solito la più giovane, così i genitori potevano continuare più a lungo a fruire del patrimonio, oppure la più bella.

Arcangela nacque primogenita e lievemente zoppa. Il convento le fu destinato fin da piccola. La storia è molto simile a quella di Gertrude, la monaca di Monza di cui parla Manzoni, e il fenomeno delle monacazioni forzate era ben noto anche alle gerarchie ecclesiastiche, che infatti introdussero con il Concilio di Trento (nell'ultimo capitolo delle risoluzioni) delle contromisure: colloqui con il vescovo per garantire l'autenticità della vocazione, possibilità di un "ripensamento" per i casi di coscienza più gravi, purché questo fosse richiesto entro 5 anni dal pronunciamento dei voti, ecc.

Queste misure restarono però in buona parte sulla carta, perché nei fatti chi conduceva i monasteri era del tutto connivente con la famiglia di provenienza, per cui le pressioni morali e materiali esercitate nei confronti delle novizie che avrebbero dovuto farsi monache erano all'ordine del giorno. Il convento ci guadagnava ogni volta una dote che, pur essendo inferiore a quella richiesta per un matrimonio, era sempre abbastanza consistente e poi le novizie si sarebbero mantenute con diversi lavori: ricami, dolci, manufatti vari, insomma per i conventi era un vero affare al quale difficilmente rinunciava.

La famiglia invece si guadagnava la "sistemazione decorosa" per la figlia. Mantenere in casa una figlia zitella, se la madre era in vita, sarebbe stato invece alquanto indecoroso. Piuttosto che rinunciare ai voti delle converse le badesse e i vescovi erano disposti a chiudere un occhio su eventuali scappatelle. Anche Arcangela prese i voti, ma poi la sua insubordinazione si rivelò subito nella passione per la lettura di libri "profani", che le erano procurati da suo cognato (il marito di una delle sorelle). Spesso la sua cella fu perquisita e i libri profani trovativi furono dati alle fiamme.

Infine lei trovò l'escamotage di dichiarare di avere avuto una visione, in cui Dio stesso le aveva detto che doveva scrivere. E così scrisse quella sua trilogia sulla vita dei conventi:
Il Paradiso monacale(pubblicato)
Il Purgatorio delle malamaritate (opera perduta)
L'inferno monacale (manoscritto che fu portato via dal convento ma che lei stessa non ebbe il coraggio o l'opportunità di pubblicare e che dunque è stato ritrovato e ripubblicato soltanto nel nostro secolo, a cura di Francesca Medioli, L'inferno monacale di Arcangela Tarabotti).

Di un altro scritto di Arcangela si è occupata anche Elissa Weaver, un'italianista che ho conosciuto in USA, davvero molto in gamba. Nei suoi libri Arcangela descrive con accuratezza di particolari l'orrore della vita in convento, gli scherzi pesanti delle monache anziane nei confronti delle novizie (episodi di nonnismo), le rivalità, la totale mancanza di vocazione di quasi tutte le sue sorelle, fattesi monache per i motivi più disparati.

Ma, dice Nicoletta, Arcangela va oltre, non si limita alla denuncia di uno stato di cose, ma analizza e comprende la ragione politica di quello che succede: l'ordine patriarcale che si esprime nella connivenza fra il padre e il confessore, un ordine di cui la madre è la prima garante. Le madri infatti ben sapevano che le figlie venivano monacate a forza, ma si guardavano bene dall'intervenire.

In teoria esisteva la possibilità di un ripensamento, ma una volta uscite, di cosa avrebbero vissuto? La famiglia non le avrebbe mai riprese, non avrebbero saputo come vivere, e per questo probabilmente Arcangela non provò neppure quella strada.

I casi di "ripensamento accettato" erano infatti pochissimi, uno di questi avvenne qui a Milano, nel Seicento, protagonista una certa Teresa Pietra, che però aveva alle spalle un inglese che la sostenne nelle spese del processo e la sposò quando finalmente riuscì a lasciare il monastero.