Donne e conoscenza storica

 

 

sta in Il Manifesto 25 settembre 2001
A scuola con i taleban
Reportage da Jamia Haqqania, una delle scuole coraniche più famose del Pakistan
GIULIANA SGRENA - INVIATA A ISLAMABAD


Ad Akora Khattak, non lontano da Peshawar si trova la madrasa Jamia Darul Uloom Haqqania, è una delle scuole coraniche più famose del Pakistan: da qui è uscito il 90% degli studenti afghani appartenenti al movimento dei taleban che ora controllano la maggior parte dell'Afghanistan, recita orgoglioso il depliant di presentazione. E tra gli ex studenti famosi troviamo il vicepresidente afghano Molvi Kabir Haqani e il capo della corte suprema Noor Mohammed Saddi. Del resto tra le specializzazioni della scuola vi è la compilazione delle fatwa, sentenze religiose che sostituiscono le leggi. Qui ne sono state compilate 50.000, come sottolinea moulana Rachid ul Haq, uno dei quattro figli del più famoso Sami ul Haq. Superate le prime resistenze riusciamo a entrare nella roccaforte che ospita la madrasa da una porticina posteriore, poi, essendo donne, ci fanno passare furtivamente in una stanza lontana dagli occhi indiscreti di "studenti" e visitatori. Nel cortile, sotto un colonnato, in una libreria a vetrina sono custoditi libri del corano e di diritto coranico (fiqh) tutti rilegati e titolati con lettere in oro. Solo gli uomini, compresi alcuni giornalisti occidentali, possono bivaccare in quella zona e salutare i vari religiosi di passaggio. Il grande moulana Sami ul Haq che oltre a dirigere questa madrasa è anche leader del partito islamista Jamat Ulema e Islami e presidente del Consiglio di difesa per il Pakistan e l'Afghanistan, recentemente creato da 35 organizzazioni islamiste. Con uno dei quattro figli del moulana, Rachid, inizia una lunga ed estenuante trattativa per poter parlare con il leader. I pretesti per impedircelo sono diversi: i giornalisti occidentali danno una visione distorta della realtà, e poi i numerosi impegni del moulana, ma il vero problema è che siamo donne. Chiediamo allora di poter accedere alla madrasa femminile: sono duecento, dicono, le donne che vengono qui per imparare i comportamenti religiosi. Ma le donne sono ancora più recluse dei maschi, inoltre è assolutamente vietato fotografarle. Del resto le fotografie sono incompatibili con l'ordine islamico anche per moulana Rachid, proprio come a Kabul. Tuttavia i vari leader o aspiranti tali della madrasa non possono esimersi dal farsi riprendere, sostengono, per motivi di comunicazione.

Aule blindate
Anche la parte maschile è superblindata, soprattutto in questi giorni di "invasione" della stampa occidentale e di forte tensione in attesa dell'annunciato attacco degli Stati uniti. Sono 2.500 - ma il loro numero è destinato ad aumentare quando saranno terminati i nuovi edifici in costruzione dentro l'"enclave" - gli studenti della madrasa, la maggior parte afghani, ma ce ne sono anche pakistani e altri provenienti dalle repubbliche dell'Asia centrale e dalla Turchia. Qui è tutto gratis, ospitalità e studi. Preferiscono ammettere i bambini piccoli, cinque-sei anni, in modo da dare loro una impostazione fin dalla scuola primaria, anche perché sostiene Rachid ul Haq, sebbene vengano insegnate diverse materie - filosofia greca, geografia, matematica, computer - l'Islam indirizza tutti gli insegnamenti. Ma molti sostengono che non di sola teoria si tratta, qui i taleban verrebbero addestrati anche militarmente. Moulana Sami ul Haq nega: "ci limitiamo a insegnare che se il nemico attacca bisogna rispondere, è un insegnamento di vita". Così come nega di aver inviato ragazzi della madrasa a combattere con i taleban contro l'Alleanza del nord, anche se "qui i ragazzi vengono per studiare ma se quando tornano combattono per la loro patria è forse sbagliato?".

"Colpa dei sionisti"
Le lezioni sono finite, arriva qualche studente, poi il moulana che dopo un giro di diffidenza, sorpreso dalla presenza di donne, si siede di fronte alle telecamere dell'americana Nbc. E' fatta, poco per volta abbiamo superato l'ostruzionismo, all'inizio sembrava che l'unica concessione possibile fosse quella di assistere a botta e risposta tra maschi, ma poi il potere dei media ha infranto anche le regole della rigida madrasa. Per chi attribuisce tutti i problemi dell'Afghanistan alla propaganda occidentale che provoca fraintendimenti, e lo fa anche Sami ul Haq, l'occasione di sferzare l'occidente non può essere persa. Il tono del moulana è calmo quando rivolgendosi soprattutto agli Stati uniti sostiene che è tempo di dialogo. "Noi siamo contro il terrorismo ma vogliamo le prove delle responsabilità di bin Laden, Bush sa che i nemici sono dentro gli Stati uniti, ma non può dirlo perché questi sono forti". Il riferimento è ancora una volta agli ebrei, tutti gli islamisti in Pakistan, e non solo, sostengono che l'attacco alle torri e al pentagono è opera dei sionisti. La prova? Quel giorno 4.000 ebrei erano assenti dal lavoro, nelle torri, ripetono tutti gli islamisti che incontriamo: dal manifestante fino al leader politico. Qualcuno, come il vicedirettore della madrasa Markaz Uloom Islamia, Sayedul-Arifin, di Rahatabad (vicino Peshawar), rincara la dose allargando il campo a un complotto hindu-sionista: non bisogna dimenticare che qui il principale nemico resta l'India. Su Osama bin Laden, che ormai è diventato un eroe, il moulana di Haqqania è più possibilista di altri: occorrono prove sulla sua responsabilità e solo allora potrebbe essere portato davanti a una corte neutrale. Ma ormai all'ordine del giorno non è né la trattativa né una corte neutrale, di fronte al probabile attacco Usa ci si prepara alla jihad (guerra santa). I suoi studenti si stanno mobilitando? "Questa è una scuola, i corsi continuano normalmente", anche se "tra venti giorni cominciano le previste vacanze che durano due mesi", risponde Sami ul Haq. "Ma se viene lanciata la jihad permetterà ai suoi studenti di partire?", incalziamo. "Se gli Usa attaccano l'Afghanistan, la jihad sarà un dovere per tutti, pakistani e afghani, gli studenti non avranno bisogno della mia autorizzazione per partire, i giovani non avranno bisogno del permesso dei padri e le mogli dei mariti". E quale jihad immagina per le donne afghane con il burqa che non hanno nessuna possibilità di muoversi autonomamente, di lavorare, di studiare?, chiediamo. Evidentemente contrariato, Sami ul Haq risponde che "le donne in Afghanistan godono di tutte le libertà, hanno già partecipato alla jihad e possono svolgere qualsiasi ruolo nella società, senza restrizioni". Quando insistiamo che questa non è certo la situazione che abbiamo visto a Kabul, sempre più stizzito afferma: "noi abbiamo una diversa moralità rispetto all'occidente: le donne devono allevare i bambini, preparare da mangiare al marito...".

I tifosi dei taleban
Non tutte le madrasa sono così tristemente famose, ma in tutte quelle che abbiamo visitato, a Peshawar e Islamabad, l'ammirazione per i taleban è sconfinata: rappresentano l'unico vero modello di Islam. Ed è quello che nelle madrasa viene insegnato. Sicuramente agli studenti di Haqqania, ma anche ai 250 (il 60% aghani e il 40% pakistani) di Markaz Uloom Islamia, che si accalcavano alle balconate della madrasa con evidente morbosità di fronte all'insolita presenza di donne, peraltro tutte coperte e velate, in un luogo di segregazione sessuale che provoca una inevitabile frustrazione sulla quale agiscono gli islamisti per alimentare il loro fanatismo. Al-Seikh Rahat Gul, che aveva autorizzato la nostra entrata, ma soprattutto il suo vice, Sayedul Arifin, hanno peraltro approfittato dell'occasione per ribadire che tutto quello che si dice sui taleban, gli islamisti più estremisti, compresi i massacri in Algeria, sono solo propaganda occidentale. Per questo aveva la pretesa di dettarci le sue deliranti dichiarazioni, che non lasciavano certamente spazio a qualsiasi visione tollerante dell'Islam. Solo alla Jamia Saddiqa, in un quartiere anonimo di Islamabad, abbiamo potuto avere contatto con insegnanti e studenti. Anche perché si tratta di una madrasa femminile (400 ragazze), ma è frequentata quotidianamente anche da 200 bambini tra i cinque e gli otto anni che sono distribuiti in classi miste. Ma fin da piccoli è d'obbligo una tristissima divisa islamica: le bambine sono già oppresse da un abito con velo o ciador color cachi e i bambini vestono un kamis dello stesso colore e copricapo bianco. Accalcati in classi numerosissime, seduti su sgabelli, studiano a memoria il corano con un movimentocontinuo e convulso del capo, che appare come un segno di assenso o asservimento. Per le ragazze più grandi è invece giorno di compito in classe: accovacciate per terra su stuoie di raffia, devono dare prova di conoscere i versetti del corano e gli hadith del profeta. Per i bambini piccoli è previsto un insegnamento di tutte le materie, mentre per le ragazze è solo religioso. La vivacità che comunque è irrefrenabile tra i più piccoli, si spegne man mano che aumenta l'età. Le ragazze vivono qui, la scuola fornisce cibo e abiti. La quota di iscrizione è minima (500 rupie al mese, vale a dire 15.000 lire) e non bastano certamente a coprire le spese, cui si fa fronte con donazioni, private e locali secondo i dirigenti della madrasa, che naturalmente sono maschi. Ma quasi tutte le madrasa sono finanziate da organismi internaziona
li. L'unica nota di vivacità in questo edificio squallido e triste sono gli abiti colorati delle insegnanti, una di loro con civetteria porta persino un velo traparente. Segno che non sono totalmente asservite alle interpretazione più oscurantiste dell'islam? Speriamo.