Donne e conoscenza storica

Bibliografia essenziale sulla civiltà dei salotti

e

link al documento di presentazione del Convegno con altre segnalazioni bibliografiche

Collegamenti del sito a Ipertesti:

I salotti del Seicento

cfr. I salotti italiani in Trame femminili nel processo dì indipendenza italiano

In Rete:
il programma del Convegno nel sito della Unione femminile nazionale

Nel sito di Gabriella Alù dedicato alla Recherche in
Amici e conoscenti
dei salotti della Parigi di Marcel Proust:
il salotto di Matilde Bonaparte a cui si ispira il quadro in alto, presentato nel depliant del convegno.


Giuseppe de Nittis, Il salotto della principessa Matilde, 1883

Salotti e ruolo femminile in Italia tra fine seicento e primo novecento

Milano Palazzo Greppi e Palazzo Dugnani
23-24-25 gennaio 2003

di Marirì Martinengo

Sono uscita dai tre giorni di convegno, organizzato dall’Università Statale di Milano Dipartimento di scienze della storia e della documentazione storica e dal Comune di Milano Cultura Musei e Mostre Raccolte storiche, molto soddisfatta.

Gli interventi, numerosissimi, hanno coperto l’arco di tempo tra il ‘700 e la prima guerra mondiale che ha provocato la fine dei salotti; come sempre la violenza, la guerra, interrompe l’opera di civiltà, lo sviluppo e l’evoluzione di forme di convivenza. Il fascismo si è affermato perché è venuta meno l’influenza femminile?

Raramente gli interventi manifestavano una posizione personale, un taglio interpretativo deciso; si attenevano scrupolosamente ai documenti, offrendo un panorama vastissimo e, diciamo, obiettivo, della realtà-salotti; se, da una parte questa posizione neutrale, a me estranea, appiattisce e livella le peculiarità delle varie realtà, dall’altra consente a chi ascolta di interpretare liberamente, senza indirizzi o suggerimenti quanto gli viene sciorinato davanti. Le relatrici erano nella stragrande maggioranza donne e ciò dava già garanzia di orientamento: l’attenzione era tutta rivolta alla presenza e al protagonismo femminile nella storia.

Il convegno ha rivelato che anche in Italia il fenomeno-salotti (di derivazione francese: l’usanza fu portata da noi all’inizio del ‘700; Muratori ne segna addirittura la data precisa, il 1707), ebbe una diffusione rapida e capillare, anche perché da noi non fu un’assoluta novità perché si innestò sulla tradizione arcadica. Il salotto si imperniava sulla figura centrale indispensabile, di una donna, questa circostanza li differenzia dalle accademie a presenza esclusivamente maschile (dove pare che gli uomini si annoiassero moltssimo).

Quasi tutte le regioni italiane furono interessate dal fenomeno e non solo i capoluoghi, Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Venezia, Napoli, Genova, ma anche centri minori come Vicenza e Rovereto. I salotti nelle diverse città e nelle varie epoche si differenziavano fra loro: vi erano salotti, dove prevalevano i giochi, i balli, la musica, quelli invece impegnati nelle conversazioni letterarie, filosofiche, politiche. Di tutti la caratteristica era il tessuto di relazioni che si instaurava e veniva favorito. La sede era fastosa, le famiglie aristocratiche aprivano e mettevano a disposizione delle degli ospiti le loro sale di rappresentanza più ricche ed eleganti, gli strumenti musicali, i servizi.

Nella sezione dedicata al ‘700 mi ha particolarmente interessato l’interpretazione della figura del cicisbeo, la cui assidua presenza, accanto alla signora, era talora prevista nei contratti di nozze; mi ha interessato perché ricorda da vicino, ricreandola, la figura del cavaliere in epoca cortese; la figura del cicisbeo è probabilmente d’invenzione femminile: il giovane aveva l’incarico di accompagnare la signora, quando il marito era altrove, di corteggiarla, di farla sentire desiderata; inoltre, poiché la sua funzione era istituzionalizzata e quasi legalizzata, sortiva l’effetto di smorzare la gelosia maschile, che spesso dava origine a risse e a duelli mortali; io penso che il disprezzo e il discredito che la borghesia successivamente gettò sul “cavalier servente” sono segno di mancanza di intelligenza e di senso di “come va il mondo”.

La padrona di casa, la salonnière, era sempre di famiglia aristocratica, Falconieri, Caminer, Sabanti, Savio, Pozzolini, Peruzzi, Maffei, Sarfatti, Spalletti Rasponi, Caetani Lovatelli, Rospigliosi, ed era sposata, qualche volta vedova o separata, mai nubile; in genere era bella, intelligente e colta, elegante, parlava in modo spigliato e spiritoso, conosceva le lingue europee.

Una costante dei salotti era l’apertura a rappresentanti di ceti sociali diversi, richiesta imprescindibilmente era invece la cultura. I frequentatori di spicco erano quasi tutti uomini, musicisti, poeti, scienziati, archeologi, letterati, e poi, nell’’800, patrioti, socialisti, e parlamentari. Gli stessi uomini, a volte, frequentavano salotti di varie città. Il ruolo della salonnière era quello di accogliere, aprendo uno spazio di conversazione agli e alle ospiti, favorendo le relazioni; promuoveva giovani ingegni, ne favoriva la maturazione e poteva lanciarli. Sovente raccontava nelle lettere - ampliandone così la circolazione e la diffusione, e nei propri diari - l’argomento delle conversazioni, la creatività, la presenza dei vari ospiti, i divertimenti, i giochi, gli abiti, le acconciature eccetera, ed è soprattutto attraverso questi scritti che le relatrici hanno costruito i loro puntuali interventi. Un’altra fonte documentaria sono i romanzi o i racconti che scrittori e romanzieri dedicarono ai salotti, valga per tutti il noto esempio di Visconti Venosta, cantore del salotto della contessa Maffei.

La signora si trovava al centro di una rete di relazioni che dal suo salotto si allargava ad altri luoghi simili e ad altre città. I salotti dovevano rispondere a un canone: erano tali se erano retti da una donna, se gli incontri erano regolari, se raggiungevano la notorietà; si presenta spontanea la figura di un cerchio: queste riunioni producevano al loro interno cultura, idee, usanze, costumi, modi civili e raffinati, che venivano esportati al di fuori e infine vi ritornavano rafforzati da un’opinione pubblica che li aveva accolti e fatti propri. Attraverso i contesti salottieri di questi secoli si segue la storia politica e culturale dell’Italia, il passaggio dalla frammentazione all’unità, dal ruolo dominante aristocratico a quello dominante borghese alla presa di coscienza della necessità dell’istruzione femminile sfociante nel disegno emancipazionista fino all’emergere e all’imporsi delle urgenze filantropiche e sociali. Il ruolo centrale femminile e il suo essere motore della storia, nelle sue più varie, appariscenti e meno evidenti sfaccettature, appare evidentissimo.
Roberta Fossati ha ben disegnato nel suo intervento, dando proprio il senso del graduale mutamento storico, il passaggio, avvenuto a fine ‘800, dai salotti alle congregazioni femminili, quali l’Unione per il bene o l’Unione Nazionale Femminile, dove la priorità era la conquista dell’emancipazione e l’acquisizione dei diritti da parte delle donne, mai però disgiunta da istanze di riscatto dei ceti disagiati.

I contesti dei salotti sono stati una madre: nel loro grembo sono nate e maturate le idee, i progetti, che poi si sono tradotti concretamente in quelle realizzazioni che noi, nella tradizione corrente, conosciamo come la storia (per esempio, l’unità d’Italia o la nascita del socialismo), senza averne conosciuto l’origine e la gestazione; in questo senso, cioè nell’aver valorizzato le fasi della creazione e della maturazione, ritengo che questo convegno segni una svolta nella storiografia, anche perché, forse inconsapevolmente, mostra come una serie di contesti faccia storia (vedi gli Atti del Convegno Cambia il mondo cambia la storia. La differenza sessuale nella ricerca storica e nell’insegnamento, a cura di Marina Santini, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle Donne di Milano, 2002).

Per quel che riguarda gli ultimi tempi, nteressante e fuori del comune il salotto, più studio che salotto, di Anna Kuliscioff, a Milano, nel quale si ritrovavano Filippo Turati e i loro amici socialisti; data la presenza di Anna, il clima era impregnato di femminismo. Particolari i due salotti, uno a Roma e l’altro a Milano, delle sorelle Lombroso; le due sorelle furono segnate, come era naturale, dall’ingombrante influenza paterna che trasmise loro un messaggio contradditorio: l’inferiorità costituzionale femminile e la necessità che anche le donne siano istruite; questa ambivalenza si mantenne viva negli scritti di una delle figlie che proponevano il salotto piuttosto che l’università, come luogo di acculturazione femminile. A me questo suggerimento è piaciuto molto, ma non posso negare che al momento possa esser stato percepito come un freno all’istruzione superiore e all’emancipazione femminile.

Alla fine della prima giornata, alla Tavola Rotonda, ha parlato Benedetta Craveri, autrice di La civiltà della conversazione (Adelphi, 2001), profonda conoscitrice dei salotti francesi del XVII e XVIII secolo: la studiosa ha tracciato magistralmente un profilo della storia, della lingua e della cultura francesi dell’epoca, che furono modellate dalle salonnières. Benedetta Craveri ha visto un nesso tra la civiltà del grand siècle e la civiltà d’oc: le dame francesi furono così influenti e ascoltate perché alle loro spalle avevano la cultura cortese (e l’autorità delle Trovatore, aggiungo io), che aveva riconosciuto la differenza femminile e la sapienza dell’amore propria delle donne.