Donne e conoscenza storica

 


Il Manifesto 18 luglio 2001

Rosolea, un fuoco sempre acceso


Palermo ha celebrato santa Rosalia, la Santuzza che salvò la città dalla peste nel 1624. Canti, rappresentazioni teatrali, danze, fuochi d'artificio e macchine sceniche barocche per un Festino che riecheggia il culto di antiche divinità femminili mediterranee, Tanit, Artemide, Atena e Vesta
di Iaia Vantaggiato

Fuoco, sudore e un'aria umida che sembra di nuotare. Palermo è un ricamo d'altri tempi, un po' sciupato ma di bellezza intatta. E nei vicoli assonnati del primo pomeriggio di un giorno di metà luglio - il 14 per la precisione, sempre lo stesso da quando, nel 1624, la città decise di stringersi intorno alla sua Santuzza e di ringraziarla per aver sconfitto la peste - vien voglia di tacere tanto gli altri sensi sono in continua all'erta. Colpiti dagli odori mediorientali che impregnano i muri della Vuccìria insieme all'afrore dell'olio con cui ovunque si friggono panelle (piccole frittelle di farina di ceci, le bistecche dei poveri come vengono chiamate qui), dai colori delle spezie - pepe e peperoncino, zenzero e capperi, rosmarino e finocchietto di montagna - che trasformano mercati altrimenti "poveri" in una festa di gusti e sapori. Poi più giù, verso il mare, verso la kalsa, sono le tinte del porto - e i suoi odori di alghe per troppo tempo lasciate al sole - che ti vengono incontro. E al tramonto, anziché scolorare, il cielo si accende mentre il pomeriggio ancora fatica a svegliarsi del tutto.
A questo punto fermarsi è impossibile. Palermo ti risucchia nei suoi vicoli, ti attira verso lo Spasimo, una costruzione a cielo aperto - ex cronicario, ex carcere - nel cui nome è racchiuso tutto il mistero della città. Che emoziona in ogni suo angolo, sia che la si guardi col naso all'insù cercando di catturarne i decadenti fregi barocchi sia che ne si assaporino i continui contrasti: lo sfarzo del palazzo delle aquile e la povertà dei quartieri, il sapore forte di una cucina preparata con ingredienti semplici, il mare che avanza a ridosso di un monte. Ed è proprio sul monte Pellegrino - luogo di culto dedicato a Tanit, dea della fertilità e alla Grande Madre - che, secondo la tradizione, Rosalia si manifestò a un cacciatore chiedendogli di portare le sue reliquie in processione per le strade di Palermo che così, dalla peste che l'aveva colpita, si trovò miracolosamente a guarire. Ma il vero miracolo di Rosalia, il suo prodigio sta - come ha scritto Pino Caruso, direttore di questa 377.a edizione del Festino - nel suo "esser santa per chi santa la crede e simbolo per chi non crede ai santi". Così il Festino mostra un altro contrasto, quello tra sacro e profano e snocciola quest'anno il suo "racconto in movimento" - l'arrivo della peste, la diffusione dell'epidemia, la guarigione e la redenzione - sui limiti di una narrazione pagana: Rosalia, anzi Rosolea come la chiamano ancora i palermitani, nell'interpretazione che ne hanno dato l'ideatore Valerio Festi e la regista Monica Maimone, diventa oggi l'erede dei grandi culti femminili del Mediterraneo, Artemide, Atena, Vesta e Tanit. La caccia, la guerra, il fuoco e la casa ma anche lo stato (perché la festa di Rosolea è anche un modo per confermare un patto sociale), la fertilità: "io sono la città, il mio nome è molti nomi", recita - in uno dei quattro "quadri" del Festino - Isabelle Huppert. Rosolea, insomma, è l'ennesimo nome della Grande Madre: nell'acqua è Tanit, nel fuoco è Vesta, nell'aria è Atena, nella terra è Artemide. Ma è anche tutti i "nomi" di Palermo, le sue anime, le dominazioni che l'hanno arricchita e impoverita, le tante etnie che ancora la abitano senza paura di contaminarsi l'un l'altra.
Poi finalmente, a sera, Palermo si risveglia e si riversa per strada: il corteo sta per partire, ad aprirlo un grande carro. E' la prima, grandiosa, macchina scenica barocca. Lo stupore è assicurato solo a guardare l'enigma - un grande uovo - custodito tra le fauci di un serpente. E sul carro vestali che danzano. Altre ne seguiranno, ognuna incorniciata - e vestita di bianco - in un quadro: piccoli carri, stavolta, ma ovunque fuoco. Palle di fuoco che pure danzano, alberi di fuoco che si accendono, mani che custodiscono il fuoco e che col fuoco giocano sicure. "E' la rigenerazione di una città - ci spiega Pino Caruso - che volevamo rappresentare, non più la peste simbolo di mafia". Una città nata a Piano Palazzo, nella roccaforte normanna, luogo della prima scena: una voce narrante, quella di Moni Ovadia, racconta l'inizio mentre una scala invisibile si anima di figure femminili in volo, l'acqua ricopre il Palazzo, sfere trasparenti - all'interno delle quali sono altre figure femminili danzanti - fendono la folla: le donne, in volo, "affermano il loro primato sugli uomini, i palazzi, la città. Sono le Patrone". Anche quest'anno il Festino è "fatto in aria": "Da bambino - dice Pino Caruso, ragazzo della Vuccìria ormai cresciuto - quando mio padre mi portava al festino stavo sempre col naso in su. Tutto era alto e mi sembrava enorme. Così ho pensato, molti anni dopo, a un Festino fatto per aria. Un po' per tornare bambino, un po' perché - simbolicamente - era un modo per consentire al pubblico, a tutto il pubblico, a tutta la Palermo popolare di salire verso lo spettacolo".
Di fronte alla Cattedrale, resa ancora più suggestiva dalla cascata di luci bianche che la illuminano e dai petali di rosa che si sollevano in volo, la seconda scena: Rosolea, la Rosa Mistica, si moltiplica in essenze femminili vestite d'aria, in decine di fanciulle, di sculture di verzura che raggiungono il corteo. La Cattedrale è bellissima e il coro che si leva dal suo giardino impone senza difficoltà il silenzio alle migliaia di persone presenti: meraviglia barocca che - nel custodire uno spettacolare sincretismo di stili - ha mantenuto vivo lo stupore.
Dalla Cattedrale ai Quattro Canti, scendendo giù per il Cassaro. Passerelle sospese nel vuoto e l'immagine di Isabelle Huppert riprodotta quattro volte. "Il mio nome è molti nomi" recita in un italiano incerto. Ma che importa, arriva il corteo, la "Santuzza" è vicina e la Francia è lontana insieme alla sua dominazione. Palermo è tutta qui e, accaldata, percorre, insieme al Cassaro, la sua ritualità civica: il sindaco Orlando non c'è, al suo posto sarà il Commissario Guglielmo Serio a consegnare alla santa il fiore della città. "Viva Palermo e Santa Rosalia", dirà. Ma poiché la festa è pagana è bene dire che sono tre giorni che - ad ogni brindisi - la stessa frase viene ripetuta. Meraviglie - questa volta assai poco barocche - di una città a cui piace bere e mangiare. Così che, assai faticosamente, tra bancarelle ricolme di ricci, frutti di mare e babbaluci (lumache, per carità, non escargots) si raggiunge Porta Felice, l'ultima tappa del corteo, proprio di fronte al mare.
Ovunque, ancora, è fuoco che, liberato dal limitato spazio del Cassaro cui era stato costretto, esplode. Una gigantesca colonna di fiamme si alza nel cielo, il mare è pieno di barche, la città è - per un attimo - muta: aspetta il suo artificio, quello vero. E il cielo esplode illuminato a giorno: è l'ora dei fuochi, tanti, colorati, interminabili; è l'ora più attesa dai palermitani. E sotto i fuochi tacciono anche le ultime note del concerto in onore di santa Rosalia. Un concerto, anch'esso, affidato alle voci di tre donne, Filippa Giordano, Lina Sastri e Mariluz Cristobal Caunedo che canta sulle note delle cornamuse di Hevia. Palermo sembra avere un nuovo volto, forse la peste è finita. Viva Rosolea e le donne di Palermo, sante taumaturgiche anch'esse.