Sulla presenza
delle donne aguzzine nel carcere delle torture di Abu Ghraib sono
stata divisa fra più posizioni. Anzitutto quella che giudico
razionalista delle mie amiche più anziane, sono loro a declamare
che la questione delle foto delle torture è di scarso conto
essendoci sempre stata la violenza femminile e sadica nella storia
e riguardando la minoranza della minoranza delle donne. Queste amiche
si dichiarano infastidite per il clamore suscitato fra le donne che
scoprirebbero adesso che ci sono anche le donne cattive. Pensano inoltre
che la maggior parte delle donne siano assolutamente indifferenti
a quanto è successo o sta succedendo.
Contemporaneamente altre continuano implacabili a parlare. Anche se
danno fastidio a alcune con le loro parole forse sentimentali, forse
ingenue, alla ricerca di una motivazione, di una presa di distanza
che allo stesso tempo cerchi di fare i conti con un inconscio collettivo
e personale e comprenda la pulsione aggressiva che per forza abbiamo
vista in azione dentro di noi, fuori di noi. Difficile è prendere
le distanze perché siamo effettivamente troppo lontane spazialmente,
si pretende di fare i conti con un immaginario comune che non sa che
farsene di questi orrori per prendere coscienza; perché noi
abbiamo già visto 'la banalità del male', noi di appartenenza
europea cresciute e cresciuti con a fianco lo sterminio della popolazione
ebraica, avvenuto appena qualche anno prima che noi nascessimo, noi
che abbiamo saputo presto che esistevano i campi di concentramento,
le camere a gas, poi la bomba atomica, Hiroshima e eravamo adolescenti
di dodici, tredici anni, quattordici anni.
Eppure non si
riesce a smettere di pensarsi perché non abbiamo trovato risposta,
non ci sposta di un cm sapere quanto e come le donne entrano o sono
entrate nella perversione della violenza e neppure sapere che per
le soldatesse è un deterrente contro il nemico.
E anche se tutti gli argomenti che razionalizzano porgono effettive
risposte, queste si esauriscono di senso e di forza persuasiva appena
un'altra lettera di una donna appare in rete, un altro articolo circola,
un'altra dice e si interroga, inquadrando il problema là dove
si congiungono le questioni fra la politica delle donne e quella critica
e accusatrice verso le guerre e gli interessi dei governi.
Allora la vera
questione è che queste lettere, queste interrogazioni parlano
e richiedono di nuovo alle donne di pensarsi come soggetti politici,
come differenza. E se anche tutto ciò non cambia la situazione
che ci mette in mezzo a più posizioni, che ci fa dire che siamo
tutte nella coscienza di ciò che siamo così nella profondità
recondita del nostro inconscio, vale la pena non tacere, perché
la parola accosta quello che l'immagine nega, obbliga a prendere distanza
nella lontananza, la parola ricompone un'unità accettabile
e problematica e soprattutto la parola crea relazione, mette a fuoco
i significati obbligando a rivedere quello spazio lontano che c'è
fra coscienza e inconscio e a guardare nel vuoto o a riempire un già
pieno; secondo il gusto di come prendiamo la libertà a parlare
ci si impegna a misurare i rapporti e i valori nelle cose che stanno
accadendo, sono già accadute sapendo che eppure non sono mai
uguali. Perchè nella storia gli accadere non sono mai uguali.
In questa direzione
propongo in lettura la mia traduzione di Le
donne a Abu Ghraib di Stephanie Hiller che le donne della
Libera Università delle Donne hanno messo in rete nel loro
sito mirrorando il sito della rivista americana on line Awakened
Woman di cui l'autrice dell'articolo tradotto è la direttora.
A questo articolo nel sito della rivista americana si accompagna la
risposta di una soldatessa che spiega le sue ragioni di femminista
'pagana' irritata per ciò che è capitato a Abu Ghraib
e sicura che presto i nuovi soldati e le nuove soldatesse gentili
e rispettosi delle norme ringiovaniranno l'esercito americano. Il
femminismo a cui la soldatessa ispira il suo comportamento è
l'uguaglianza con gli uomini e - dice: questa pratica non puo' avere
fraintendimenti e mezze misure. Questa lettera non priva di intelligenza
mi ha richiamato un film di qualche anno fa di Ridley Scott Il
soldato Jane. Un film che nel 1998 avevo citato nella relazione
per la maturità con cui presentavo la mia esperienza didattica
su Donne e guerra per la cattedra di filosofia e storia in
una classe V del Liceo Scientifico L.Cremona. Il film era stato dibattuto
in classe. La relazione è attualmente leggibile nel sito dello
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nel sito della Libreria delle donne in La
posta in gioco con una lettera di Tiziana Plebani e altre