Donne e conoscenza storica

 

 


Presentazione di 'Presente Remoto' di Gloria Zanardo alla Libreria delle Donne di Bologna
1 giugno 2001

di Donatella Franchi

Il segreto della vita è stare al posto giusto?
Presentazione di "Presente Remoto" di Gloria Zanardo

Libreria delle Donne di Bologna, 1 giugno 2001

Ho sempre sentito la necessità di creatività femminile, ne sono sempre stata affascinata, e sono convinta che adoperarsi per diffonderla, sostenerla e incoraggiarla, condividerla e sentirsene responsabile, sia una pratica fondamentale nelle nostre vite, è una pratica che mi piace molto esercitare, ed è per questo che sono diventata zia di questo libro.

Da quando ho conosciuto Gloria ho subito ammirato la sua capacità di narrare.
Anche la storia più semplice e banale raccontata da lei, a tavola, o in qualsiasi altra circostanza, diventa divertente per un senso particolare dell'ironia e una grazia, sempre inequivocabilmente sue.
Forse spinta da questa ammirazione Gloria mi ha dato un giorno alcuni suoi racconti da leggere a cominciare da quello intitolato "A qualcuno piace Camst", e mi sono subito detta, ecco, finalmente una donna che narra la Bologna degli anni '70, "i generosi anni '70", come lei li chiama. Ne ho parlato quindi a Luciana Tufani, ho suggerito a Gloria di spedirle dei racconti ed è nato il testo che sto tenendo in mano non senza un certo orgoglio.
La voce narrante di questi scritti, che per me, come tutti quelle /i che la conoscono, è anche proprio il suono della sua voce che racconta, non è quella di un io narrante che occupa tutta la scena, ma che si mette a lato, con eleganza. Il racconto è tessuto in modo da lasciare spazio a chi legge e ascolta permettendogli/le di intrecciare la sua esperienza.
Insomma, sia nelle storie "epiche" che in quelle "ordinarie", come lei stessa le chiama nella dedica che ha scritto sulla mia copia, mi è capitato di vedere affiorare, o di trovare posto per collocare, momenti della mia stessa storia esistenziale e politica, con il suo brusio di voci: le assemblee e i gruppi di donne, e vocianti manifestazioni sullo sfondo, i microcosmi familiari di zie e nonna paterna che parlavano in dialetto veneto nella casa di Udine, dove sono nata, il periodo di metamorfosi della scuola media con il mistero delle compagne che non potevano più fare ginnastica in determinati giorni del mese. Storie immerse in uno stupore affettuoso.


I racconti sono come dei tasselli che compongono una visione d'insieme: l'autoritratto di Gloria, la sua storia.
Il racconto che apre la raccolta si chiama: "E per tema, un tema natale", Bologna, come città della costruzione di sé, viene associata alla nascita, anche in senso letterale. Gloria inizia il racconto infatti con la data della propria nascita.
La Bologna degli anni '70 è una città dalle case sempre aperte alle convivenze più improbabili, che si percorre in lungo e in largo alla ricerca di sé e delle altre e anche degli altri, paesaggio sentimentale, come lo intendevano le Preziose nella Carta del Paese di Tendre, dove, seguendo il Fiume dell'Inclinazione, e cioè il proprio desiderio, si tesse la propria vita in un perenne andirivieni e incrociarsi di incontri, di relazioni, in un continuo discorrere, dialogare, arrovellarsi tentando di capire e capirsi in un'altalena di slanci e di ricadute, cercando di mettere in parola, darsi forma, e anche difendersi dall'irrompere delle emozioni.
Questi racconti mi risuonano nel profondo.
Anch'io come Gloria, sebbene in anni diversi (erano infatti gli anni '60), sono vissuta a Bologna da universitaria fuori sede. Bologna è la città dove anch'io ho scoperto il senso della politica attraverso il movimento delle donne, e il significato di una storia che non mi fosse più estranea, dove potevo sentirmi al posto giusto, cosa che non mi era capitata invece nel '68.
Una città, insomma, vissuta intensamente, dove per la prima volta ci siamo misurate con il mondo, gioie e ferite roventi.
Gloria tiene a bada questo materiale incandescente decantandolo e sfumandolo attraverso il filtro del suo linguaggio lieve, affettuosamente ironico.

Il primo racconto è un piccolo concentrato di storia personale e politica delle relazioni negli anni '70. C'è il femminismo e i rapporti tra donne, l'università occupata, le diete vegetariane, il rubare i libri da Feltrinelli, quell'eterno parlare dei propri vissuti che per molte era sfociato nella pratica dell'autocoscienza, i continui oscillamenti di stati d'animo. Potrebbe essere un concentrato esplosivo di emozioni, ma il sorriso un po' commosso smorza ogni eccesso. Il dispositivo ironico di distanziamento è la fissazione per l'astrologia, che diventa l'ordito su cui Gloria intesse il racconto. Serve a controllare le tempeste emotive, a stemperare la malinconia, a mantenere le distanze dalla delusione per lo sfumare del sogno collettivo, per una realtà in fondo mai all'altezza del proprio desiderio.
La sensazione che mi rimane è questo andirivieni tra sé e sé e gli altri, le altre, in una città dove ognuno appare "impegnato a cercarsi l'anima", come lei dice, e tutto alla fine sembra spegnersi sommessamente e diventare lontananza.
( Qui parla Gloria)

Pur passando giornate intere all'università occupata, Gloria accenna appena di sfuggita ai drammi e alle violenze accadute in quell'anno, ( penso al corteo dell'8 marzo con le donne caricate dalla polizia, preludio alle violenze dell'11 marzo culminate con l'uccisione di Francesco Lorusso), il dramma non è nelle sue corde, e non dà mai forma al suo racconto.
Uno dei termini che più mi viene in mente è affetto.
E nel delizioso racconto "A qualcuno piace Camst" è affetto e riconoscenza per una città che dava nutrimento reale oltre che simbolico ( il bellissimo racconto breve "Il filosofo, una leggenda bolognese" parla di nutrimento simbolico), che sapeva accogliere anche offrendo il cibo "come si offre un dono, senza chiedere niente". Nonostante la sua scarsa appetibilità era pur sempre disinteressato nutrimento, che faceva "subito infanzia". E il compagno Zangheri, in quelle circostanze, era un padre magnanimo che pensava a nutrire gli studenti nonostante stessero occupando l'Università.
Il cestino Camst , nella sua totale e ambigua uniformità di sapori diventa un simbolo di ospitalità e tolleranza, un dono della città, un dono che crea incontro. E' la possibilità di incontrarsi il nutrimento vero, quello di cui tutti, donne e uomini, avevano reale bisogno.
Per questo motivo i cestini Camst di via Centotrecento sono degni di entrare nella storia, e vi sono entrati grazie alla capacità di narrare di Gloria Zanardo.
(Lettura del racconto)


Secondo me le quattro storie bolognesi di Gloria costituiscono una vera e propria epica di quegli anni. ( Diana Sartori chiama "Il segreto della vita è stare al posto giusto" manifesto politico di un'intera generazione politica di donne")

"L'appuntamento era con la storia ….", ma il segreto, appunto, era stare al posto giusto. "Il segreto della vita è stare al posto giusto" è il titolo del racconto sulla storica manifestazione del settembre 1977.
Dopo interminabili discussioni (e qui mi si apre la visione della sala bianca, a lettere, dove si incontravano i gruppi femministi) il movimento delle donne aveva deciso di non occupare nessun posto simbolico all'interno del grande corteo, perché sarebbe stato un doversi adattare al linguaggio altrui, quello maschile.
Il racconto inizia perciò in uno spazio interno, nella casa di via dell'Unione dove Gloria viveva con altre donne. Si sta sparecchiando la tavola cercando di apparire indifferenti ad ogni richiamo. Tutte sembrano in modo più o meno sofferto essersi adeguate alla decisione di non partecipare, ma da porta San Vitale cominciano ad arrivare gli echi dell'immenso corteo e con uno sguardo d'intesa Gloria e Marina sono già in strada.
La manifestazione appare come una festa gigantesca, un inarrestabile flusso vitale, una promessa di felicità, le due amiche se ne sentono irresistibilmente attratte e seguono il loro desiderio scartando inopportune coerenze ideologiche. Ma in realtà, per tutto il pomeriggio il loro sarà un continuo entrare e uscire dal corteo alla ricerca impaziente del posto giusto dove potersi affiancare a delle interlocutrici o almeno degli interlocutori adatti a loro, senza riuscirvi mai, rischiando di veder sfilare dal marciapiede tutta l'allegra vociante fiumana.
Questo racconto è giocato tutto sulla sfasatura tra realtà e desiderio.
Il desiderio ha poi la meglio sulla realtà, la ricrea narrandola. Il racconto, l'invenzione, diventa più reale della realtà e Gloria lo dichiara. Quando le due amiche arrivano finalmente in piazza Otto Agosto mentre la manifestazione stava per concludersi, dice:" Già Marina ed io ne raccontavamo le gesta agli amici, finalmente incontrati…Il cortocircuito della nostra presenza, intermittente e fuori posto, aveva trasformato da subito tanto inappagato vigore in racconto, un racconto che ci ha divertito per anni ripetere e risentire, sempre infarcendolo di particolari inediti e di istantanee afferrate per i capelli prima che si dileguassero. Di invenzioni, anche, per stare alla realtà di quella mitica giornata di settembre." E' la realtà del narrare a dare forma al desiderio, il posto giusto è il racconto, la manipolazione creativa della realtà è indispensabile per vivere.
Così, per me questo è un racconto sul rapporto tra realtà e desiderio, e sul rapporto con la propria creatività, la ricerca del linguaggio, qualsiasi esso sia, con cui esprimere la propria vita. La ricerca del posto giusto significa trovare il posto, e cioè la forma giusta per il proprio desiderio.

Il movimento delle donne negli anni '70 si è continuamente rischiato nel tentativo di trovare il posto giusto, dove non ci fosse più lo scarto tra realtà e desiderio.
Non è certo impresa facile colmare questo scarto, ma in quei "generosi anni ", abbiamo certamente trovato la strada giusta.