|
|
Noi
donne, stanche di guerre
di
Tiziana Plebani, storica
Rete delle donne per la pace di Venezia-Mestre
Ho sempre
amato la storia, sin da bambina. E di ciò che trovavo
sconvolgente nella storia, quella catena di guerre e di violenze,
ho sempre chiesto ragione. Le risposte, che risuonano tuttora
nel discorso comune, rinviavano a una fatalità dolorosa
e ineluttabile, prodotta dal demone che si nasconde nella natura
umana e che se risvegliato spinge alla distruzione, alla violenza.
Negli ambienti intellettuali e politici le ragioni delle guerre
e delle sopraffazioni sono invece trovate con acute argomentazioni
nelle logiche economiche, nella tirannia del profitto e del
mercato che ora qualcuno chiama impero. E non v'é dubbio
che tutto questo abbia un suo peso. Tuttavia, come mi sono sempre
ribellata all'idea che un demone oscuro si nascondesse dentro
di me e nei miei conoscenti così le analisi dei politologi
tanto più oggi mi paiono circoscrivere la questione ma
non affrontarla davvero.
E forse oggi più che mai la povertà dei discorsi
e degli atti di guerra e di terrore è nuda, visibile.
E noi siamo stanche di guerre e di inganni e quelle risposte
che chiedevo da bambina le conosciamo da tempo. " E' una
ferita intollerabile essere in tante e vedere il mondo distrutto
da pochi" ha scritto Robin Morgan nel prezioso libro Il
Demone amante. Sessualità del terrorismo. E' dunque ora
che la nostra voce ponga in campo ciò che si gioca oggi
come ieri nelle guerre e negli atti di terrorismo: non è
uno scontro tra Occidente e Oriente bensì un conflitto
di culture, di simbologie, di pratiche del fare società
diverso per le donne e per gli uomini o per una parte di uomini.
Clara Jourdan in un recente articolo sul Manifesto ha scritto
che questa guerra "sembra più un attacco della civiltà
occidentale alla civiltà femminile, la civiltà
delle città, delle case" esprimendo un sentire diffuso
delle donne presenti al convegno sulla storia promosso dalla
Libreria delle donne di Milano ma anche circolante tra tante
di noi, dovunque, e la rete internazionale che ci lega ci restituisce
ogni giorno lo stesso sentire delle donne palestinesi, afgane,
americane, israeliane, là dove i conflitti sono più
aspri.
Non è una novità ma forse oggi emerge senza paludamenti
proprio perchè più netta è la miseria che
regge il linguaggio della guerra, un raccogliticcio bagaglio
che non riesce a far fronte alla complessità del mondo
e a una società promiscua e fa ancora leva sul peggio
che l'identità maschile ha costruito nell'ordine patriarcale:
virilismo, militarismo, sessualità coatta che si esprime
nelle armi e nel dominio sugli altri.
Lo scrittore Tariq Ali, in un interessante articolo apparso
qualche giorno fa su Il Manifesto riferiva il commento di un
ex generale pakistano che come molti altri ufficiali aveva collaborato
con gli americani "Il Pakistan era il profilattico che
serviva agli americani per penetrare l'Afghanistan". Si
tratta di una metafora assai esplicativa della simbologia sessuale
che pulsa purtroppo ancora in molti uomini, soprattutto in coloro
che non a caso si concentrano nei vertici dei comandi militari.
Essa si ripropone costantemente in associazione con l'idea di
patria, territorio inviolabile o violabile secondo gli schieramenti,
e di virilità da sfoderare, riproponendo una concezione
di maschio aggressivo e violento di fronte a una donna natura-patria.
In questa situazione forte risuona nel linguaggio e nelle pratiche
il richiamo del branco, così da rendere possibile atti
che un giovane uomo da solo non si sentirebbe di fare ma di
cui insieme ad altri si sente autorizzato.
Sulla guerra, sul suo linguaggio il conflitto di genere, di
civiltà, di cultura tra chi dà la vita e la cura
nell'opera quotidiana e chi la toglie, la spreca, la violenta,
è sempre stato occultato dalle lacrime delle donne, dalla
loro paura e dalla loro necessità di mettere in salvo
i bambini, i vecchi, se stesse, le case, l'indispensabile alla
sopravvivenza.
Ma il panorama è ormai cambiato. Non so se davvero il
patriarcato è morto, come è stato affermato, certo
se la passa piuttosto male: la consapevolezza femminile dell'opera
di civilizzazione resa dalle donne nella storia si è
diffusa dovunque e meno donne subiscono la seduzione del dominio,
poche ancora stanno a fianco dell'eroe; e molto abbiamo guadagnato
nella riflessione e nella pratica anche nei luoghi dei conflitti.
L'identità maschile ha subito un terremoto epocale e
molti sono gli uomini che si sottraggono, consapevoli della
distruttività di questo procedere nella storia, molti
semplicemente fuggono, disertano dalla virilità violenta
e aggressiva scegliendo di assumersi una soggettività
differente; molti tuttavia, e tra questi coloro che sono attratti
dalla politica come strumento di dominio e di potere sugli altri,
ancora non fanno i conti con ciò che pulsa dentro di
loro nell'ebbrezza e nella fascinazione delle armi e dello scontro,
nelle loro pulsioni negative e mortifere.
C'è bisogno che il pensiero e l'amore femminile per il
mondo si faccia largo a ristabilire il senso del valore del
vivere che molti uomini hanno smarrito, sempre più soli
e arroccati, incapaci di affrontare ciò che la nostra
epoca ci sta richiedendo, al di là delle appartenenze,
delle ideologie, delle religioni: la nostra singola responsabilità
di uomini e di donne di fronte alla vita, alla cura dei luoghi
di vita.
Se guardiamo alla storia vediamo che società basate sullo
scambio e la comunanza tra donne e uomini hanno prodotto stagioni
di grande fertilità culturale e sociale, movimenti di
riforma sia in Occidente che in Oriente mentre società
gerarchizzate, separatiste, misogine hanno spezzato il filo
che nutriva la circolazione delle idee, impoverito la vita quotidiana,
creato sistemi asfittici e rancorosi, tribunali inquisitori,
guerre e persecuzioni e paure. Le università medievali
aperte solo a giovani maschi oblati ci hanno consegnato una
elaborazione ostile, ossessiva, fantasmi violenti che si sono
riversati sulle città che infatti temevano questa gioventù
disordinata e aggressiva. Un mondo che espelle le donne dalla
cultura e dalla compartecipazione e che bandisce il valore fondativo
di civiltà dell'amore diviene un luogo poco abitabile.
Ben diversamente la stagione della nascita delle città,
che consacrava il valore della vicinanza e dell'affrancamento,
in cui spirava la cultura dell'amore cortese, che andava a "educare"
i giovani cavalieri ancora sa comunicarci la comunanza, lo scambio,
l'amore femminile come istanza civilizzatrice, valori di cui
sono intrisi i nostri grandi poeti. La lunga e dimenticata esperienza
dei monasteri doppi protratta sino al XIV secolo che vedeva
uomini e donne riuniti in una stessa comunità, retta
spesso da una badessa, oppure la cultura delle corti rinascimentali,
lo scambio di saperi tra padri umanisti e figlie sono alcuni
altri momenti fecondi di civiltà che costituiscono un
patrimonio prezioso da evocare contro la chiusura degli spazi,
mentali e fisici, contro l'angustia dei sentimenti.
Se come è stato ricordato da Ida Dominijanni riferendo
le opinioni dell'antropologo Lionel Tiger le azioni dei terroristi
talebani sono frutto di una cultura segregazionista, sessualmente
repressiva che spinge i giovani maschi a immolarsi nella distruzione
di se stessi e degli altri, vorrei ricordare che nella storia
dovunque i giovani uomini sono stati separati dall'elemento
femminile, strappati dalla cura e dall'ambiente materno sono
divenuti un rischio per la sicurezza delle città, documentati
nella storia e nelle denunce per gli schiamazzi notturni, i
riti carnevaleschi violenti come il charivari, gli strupri collettivi,
le bande che razziavano il contado e nel racconto delle città
costantemente si rintracciano i tentativi di arginare e incanalare
le pulsioni di un'età turbolenta e instabile, anche con
la creazione di società di giovani.
.
Questo mondo e questi uomini soli hanno bisogno di (ri)apprendere
ad amare e rispettare la vita, imparare la mescolanza, anche
nel conflitto, senza confusione di identità ma con empatia,
abbandonando l'uso della forza. La strada maestra esiste già,
sta nella voce materna che è inscritta in tutti noi.
Se è smarrita, noi donne, stanche di guerre, la terremo
viva.
|