Donne e conoscenza storica

 

Discutere il femminismo


Pubblicato in Via Dogana, 58-59 novembre-dicembre, 2001

Stralci di
Che cosa ci sta capitando ?

di Luisa Muraro

[...] Insomma, c'è un significato di "maggioranza" che non è una questione di numeri ma di bisogni simbolici elementai, come quelli che si sono manifestati con il lutto popolare per la morte di Lady Diana Spencer. Già in quell'occasione l'ho pensato e adesso di nuovo: solo la politica delle donne sa leggere in questo significato di essere maggioranza, perchè è una politica che non si serve della gara elettorale e non usa il consenso per i propri scopi.

In questo "essere maggioranza" c'è una sofferenza e ci sono delle contraddizioni che la politica delle donne può riconoscere e condividere. Nurit Peled, che ha perso la figlia bambina in un attentato suicida, ha detto "la mia bambina è stata uccisa solo perchè era nata in Israele, da un ragazzo che si sentiva così disperato da assassinare e uccidersi solo perchè era nato palestinese". La chiamano "pacifista", un'identità che lei non rifiuta, ma quello che questa donna insegna è molto di più. Ci insegna apensare altro con l'altro. Vi sono avvenimenti che sono traumi e sconvolgono il paesaggio delle identità. Che cosa si fa in questi casi, come si risponde? Penso che la risposta sia: cedere all'enormità dell'avvenimento, consentendo all'"altro", qualunque cosa sia, di capitarci. Che vuole dire, circa: rompere gli schemi e ricongiungersi, nella presa di coscienza, con l'impatto emotivo ancora senza parole. Questo chiedo alla politica delle donne, dopo l'11 settembre, che mi aiuti a cedere e ad esserci, le due cose insieme.

[...]Una che conosco, Carla Turola, ha detto che per lei è stato un dolore scoprirsi di nuovo a pensare nei termini contrapposti di "noi" e "loro": "Ecco che ci risiamo, ancora ci si spacca a metà: il Bene da una parte, il Male dall'altra. Sento che faccio fatica a tenere insieme tutti i sentimenti, buoni e cattivi, a legarli l'uno all'altro senza doverene negare alcuno". La mia presa di coscienza ha preso, in sostanza, la stessa forma: è vano e ridicolo che io continui a pensare e a fare le cose giuste, e a darmi, o a farmi dare, ragione.

In questi trent'anni, a partire dalla presa di coscienza femminista, ho detto e fatto, insieme ad altre, cose che ci parevano giuste in quanto favorevoli alla libertà femminile.
Abbiamo avuto - come chiamarlo? - il dono o la fortuna di costatare che le cose andavano cambiando nel senso del nostro agire. Bene. Ma tutto questo ha creato in me l'abito mentale di una certa autosufficienza - quella cosa che ha preso un colpo tremendo con gli attentati dell'11 settembre. La mia tendenza sarebbe di insistere con l'abito mentale di avere ragione e, per esempio, mettermi a fare la critica della reazione ultrapatriottica del grosso degli americani o a polemizzare con quelli che si travestono da paladini delle donne afghane, ecc. Inutile dire che io continuo a pensare e a sentire quello che potete immaginare sulle bandiere, sui bombardamenti e sulla prepotenza con cui l'Occidente fa i suoi interessi nel mondo intero. Ma non è una risposta a quello che capita, è una difesa, una ripetizione, cioè un evitamento di risposta.

Ci capita qualcosa per cui non posso avere ragione ed è perfino ridicolo cercare di averla, in quanto l'essenziale è ancora da pensare e finora non c'è nessuno che possa dire di avere ragione, se non quelli che sono morti o si psendono per salvare vite umane.

Allora mi sono detta: grazie alla politica delle donne tu sei diventata una donna ricca, nel senso che hai un sapere e un'esperienza preziosi, ed ecco che cosa puoi fare: tutto quello che hai guadagnato con la pratica di relazione fra donne, metterlo in gioco, non diminuire di un ette quello che sai e quello che sei, ma non cercare riconoscimenti, metterti anche tu a pensare altro con altri modificano il tuo rapporto con l'altro sesso e praticando una relazione di scambio anche con uomini. E, attraverso questo scambio con donne e uomini, che non può escludere il conflitto, dare vita a nuovo pensiero, nuovi desideri, nuove idee, nuovi abiti mentali, qualcosa che non sia la dimostrazione che avevo, avevamo ragione, ma una intelligenza di quello che ci sta capitando e una risposta.

Era un'idea che già covava fra le donne con cui sono in rapporto d'impegno politico, come si ricav dall'ultimo numero di Via Dogana. Ma adesso le cose sono, come si dice, precipitate e la questione ha preso una radicalità imprevista. Così, quando mi trovo a parlare con altre dell'emergenza storica in cui ci troviamo, avanzo quest'idea e chiedo lorodi pensarci e di esserci in questa sfida: essere tutta con tutto senza restare attaccata a nessun contenuto, perchè i contenuti nascono dallo scambio e sono il frutto della mediazione volta per volta. Escluso - ha detto una che ascolto sempre - quel minimo, non più grande di un chicco di melagrana, che ciascuna di noi sente per sè "irrinunciabile".