Donne e conoscenza storica
         

Nel sito: presentazione e testo di Mary e le altre

Le autrici

Ascoltare e immaginare la storia femminile: Mary e le altre di Margaret Rose e Emanuela Rossini

di Donatella Massara

 
Un radiodramma recitato con discrezione e buona educazione - come nel caso di Mary e le altre - insegna, fa opera di didattica. Il teatro, per la mia esperienza, è coinvolgimento di chi guarda su quel livello di emozioni per le quali non siamo chiamate/i in scena, però nel buio della sala ci commuoviamo o ridiamo per ragioni inaspettate e estranee alla nostra situazione reale. Siamo portate/i oltre ma allo stesso tempo purificate/i di qualcosa, un sentimento, un'angoscia, un desiderio che ci appartiene. Chiamare in gioco l'udito - come avviene attraverso il medium della radio - lascia fuori parti del corpo e al pensiero il messaggio arriva quindi per una via mediata, dolcemente distanziante. Quindi è urgente scorgere nel testo quanto ci assomiglia, identificarci per capire e entrare, piacevolmente, nel meccanismo della sceneggiatura. Anche attraverso questa mediazione non calda né estetica, come è al cinema, scorgiamo i tratti eseguiti della vita che ci riguarda. Forse sarà solo una scena che ci fa vedere un ritorno o una partenza, l'acredine di un sentimento di ingiustizia, l'incomprensione che adombra un disagio ben più grave ma sappiamo di esserci anche noi in questa scena chiamata a farsi guardare mentre il suo destino di nascita è legato alla sola voce, combinata all'immaginazione di chi ascolta.

Mary e le altre vuole rappresentare le condizioni diverse di donne emigrate in Scozia negli anni '40 del XX secolo e, attraversandone le generazioni successive, quindi la loro permanenza vediamo/sentiamo la temporalità della storia femminile in un succedersi di conflitti aperti e di assestamenti compiuti. (La storia del radiodramma è in rete (vai a Mary e le altre).
C'è dunque all'inizio la partenza che crea angoscia ma subito dopo la donna, sposata per procura, la scorgiamo a Glasgow con l'amica, resteranno in una terra straniera, fra ambientamento e estraneità, passando e superando il blocco della lingua, della politica e della guerra.
Assistiamo alla repressione che subiscono in Inghilterra questi emigrati, rappresentanti di una potenza nemica, rinchiusi in campi di prigionia. Sorte che subì chi era di nazionalità oltre che italiana anche tedesca, austriaca, giapponese. Vale la pena ricordare la cameriera che per fedeltà seguì la famiglia Freud, quando lasciò Vienna, e fu costretta alla prigionia una volta arrivata in Gran Bretagna. La storia della prigionia degli stranieri suscita ancora oggi stupore e disappunto per Margaret Rose; è una storia scoperta dieci anni fa durante la ricerca perché - dice - nessuno a scuola mai ce ne parlò. E così conferma un'altra inglese che vive in Italia. Ed è una storia inglese che risale ai tempi di Elisabetta I quando appunto di fronte agli oppositori e alle masse di diseredati si aprivano i workhouses e la prigione.

Rientrando nello svolgimento del radiodramma siamo coinvolte-i nella tragedia veramente accaduta dell'affondamento di una nave che portava centinaia di stranieri, fra i quali anche numerosi italiani. Poi ci spostiamo negli anni '50 e raggiungiamo i tempi nostri. Nella terza generazione italo-scozzese è subentrato l'orgoglio dell'appartenenza e quasi il vezzo delle giovani di sentirsi per metà italiane, e per questa appartenenza più belle e attraenti di altre, convinte del fascino di questa terra misteriosa e familiare. L'Italia, attraverso la memoria affabulatrice della nonna, non è esente di luoghi comuni alla cultura italiana, come Roma e piazza Navona, a simbolo della sua storia, ecco che in scena irrompe qualche strofa di Vacanze romane, una canzone degli anni '80, che non suona alle mie orecchie del tutto benevola. Lo sguardo delle autrici del testo -che sono un'inglese-irlandese e una italiana - penso sia amoroso e disincantato, allo stesso tempo.

Ci hanno raccontato le prime difficoltà degli anni '40, poi l'impatto con la guerra, addirittura l'urgenza di cambiarsi il cognome per sopravvivere senza chiudere il bar Collini, tramutato in Collins. Poi ci fanno vedere le donne che si adattano all'ambiente straniero e viene a galla il risentimento per i parenti rimasti in patria. Sono quelli che hanno accolto per decenni i loro risparmi e adesso sembrano cavarsela bene in dignitosa crescita economica durante il boom dei '50. Tornata in patria negli anni '70, una delle protagoniste si confronta dolorosamente con i parenti che, morto il nonno, la casa che lui le aveva promesso hanno venduto. Lei si rifà: l'emigrata sessantenne rimprovera alla cugina, rimasta in patria, quanto si è conservata peggio di lei, che senza ciccia e molto più svelta, ha usufruito dello stile di vita scozzese: due volte alla settimana in piscina e alla beauty farm. Infine negli anni '90 la nonna ritorna, ormai ottantenne, in compagnia della nipote a vedere di fuori la casa di sua madre, la casa di famiglia, inerpicata fra i sassi di un fittizio e sperduto paesino del Trentino; allora, sentiamo che questo testo affatto semplice e anche aspro ci riconcilia con un sentimento rasserenatore: la nostalgia e il ricordo, il ritorno e il riconoscimento di come siamo.

In questo testo, che è stato rappresentato al Circolo della rosa, presentazione di Luciana Tavernini e con l'aiuto anche del marito Roberto, ho visto soprattutto la decisione delle autrici di comunicare, attraverso la cosiddetta finzione, materiali raccolti in anni di colloqui con le donne italiane emigrate in Scozia o ritornate in Italia. E' intuibile la solidità dell'impresa che poggia sul materiale precario della memoria soggettiva, con cui la gente - in questo caso le donne - rappresenta la propria storia; questi racconti sono diventati un testo teatrale, che mescola verità e finzione. Non mi pare si tratti di una biografia probabile, perché le notizie ci sono. Penso che per il pudore delle autrici nel difendere la memoria familiare e le confidenze che le donne hanno elargito il testo letterale sia emigrato anche lui, colle sue interpreti, in uno spazio aperto dove storia personale, memoria e storia ufficiale ritrovano il filo dell'esistenza femminile. C'è quindi un giudizio e un passo in avanti nella conoscenza della storia delle donne; scopriamo il valore dell'immaginario, il quale di queste vicende sofferte e vissute, passando di generazione in generazione, coglie i significati appropriati che salvano la storia dell'origine che sentiamo rimaneggiata e allo stesso tempo irrinunciabile.