Donne e conoscenza storica

 

 


Pubblicato su Il Manifesto, 2, 10, 2001

Tra passato e presente, il mondo che abitiamo
"Cambia il mondo cambia la storia", la differenza sessuale nella ricerca e nell'insegnamento, un convegno a Milano

di Clara Jourdan

Quello che è stato chiamato dalla stampa "attacco alla civiltà occidentale" a me sembra più un attacco della civiltà occidentale alla civiltà femminile, la civiltà delle città, delle case. Una guerra dal cielo che da 60 anni ha fatto milioni di vittime civili (preferisco dire civili che innocenti, perché innocenti in generale sono solo le creature piccole), con le bombe della II guerra mondiale, le atomiche, il napalm, le mine antibambini, i missili e infine gli aerei carichi di passeggeri. Una guerra dove muoiono quasi solo gli altri,
non gli uomini che la fanno - a parte quest'ultimo attacco, che è meno occidentale del solito - e che sembra non finire mai. Ci aspettiamo bombe sull'Afghanistan da un momento all'altro, contro case, tende, capanne piene di gente, cioè contro il lavoro femminile, contro la creazione della vita, contro la tessitura di relazioni umane, uguale in tutte le culture, che ci sia o non ci sia sottomissione domestica, perché dipende dall'amore femminile per la civiltà.
Questo ho pensato sabato scorso alla Casa della cultura di Milano, al convegno promosso da Marirì Martinengo e altre legate alla Libreria delle donne di Milano ("Donne e conoscenza storica"; www.url.it/donnestoria/), e a cui hanno partecipato un centinaio di donne, per lo più insegnanti, e qualche uomo. Al convegno infatti sono venuti fuori molti elementi di quell'opera di civiltà delle donne, di cui negli ultimi anni si è cominciato a prendere coscienza (Sottosopra rosso, '96), e che non è cessata con il
diffondersi dell'emancipazione e della libertà femminile: un'opera di civiltà che è alla base della civlità occidentale, ma che non coincide con essa. Si è discusso dell'occultamento dell'opera femminile, della sua invisibilità, che qualcuna ha contestato, ricordando, per esempio, i miti fondativi femmminili della
città di Venezia (Tiziana Plebani). Se la storia non nega fatti importanti, ciò che viene occultato è piuttosto la consapevolezza di sé delle donne, presente in tutte le epoche ma alla cui memoria si è arrivate con la presa di coscienza femminista.
Centrare la storia sulla storia delle donne è un cambiamento che ha già mostrato la sua dirompenza epistemologica: la storia degli uomini occulta le donne, quella delle donne non occulta gli uomini.
Dunque, ricentrare oggi la storia sulle donne serve a non occultare l'altro, chiunque esso sia. Perché studiando una donna viene in luce la sua rete di relazioni, che sono con donne e con uomini, e con culture. Molte hanno sottolineato la forza relazionale come risultato delle ricerche e come metodo storiografico: per esempio, la scoperta di decisive relazioni tra artiste (Anna Di Salvo), o dell'esistenza nei secoli di una vera e propria "civiltà della conversazione", fatta emergere da Benedetta Craveri (Gabriella Lazzerini); la relazione praticata con il soggetto che si studia (Graziella Bernabò con Antonia Pozzi), o con la propria madre ("compresi che il suo insistere sulla religione custodiva la memoria di un sapere fondamentale per la storia delle donne", riconosce la spagnola M. Milagros Rivera). Le relazioni, insomma, sono ciò che permette "l'intelligenza del mondo" (Delfina Lusiardi). Del passato come del presente. Letizia Bianchi racconta che l'11 settembre ha telefonato alla sua amica a New York, poi ha parlato con i vicini di casa iraniani: "amo New York, ci ho abitato, ci sono emigrati parenti che hanno permesso a mia madre di studiare, ma non significa che mi schiero con gli americani". La prima
risposta politica è dunque quella di avere esistenza simbolica, di non farsi risucchiare dalle risposte che individuano l'avversario, di volta in volta bin Laden, Bush..., ma cercare la relazione. Fare, farsi domande, come quella di un'ascoltatrice di una radio, un'americana: "perché ci odiano tanto?". C'è dunque - e il convegno lo ha mostrato, per la storia come per la cronaca - una soggettività femminile che è capace di
rispondere attraverso una rete di relazioni che ostacola le manovre del potere. Resta aperta una questione: la pratica del conflitto. Perché la forza della relazione, la sua capacità di risposta, dipende anche dal mettere il conflitto, da subito, nello stabilirsi delle relazioni, proprio "per evitare gli schieramenti, che formano l'immaginario su cui campano le guerre" (Luisa Muraro). Ma molte preferiscono evitare i conflitti. C'è un nesso tra il "silenzio delle donne", il fatto che ben poche
intervengano pubblicamente di fronte ad avvenimenti fortemente segnati dalla politica maschile, e la difficoltà femminile ad aprire conflitti. Da questo convegno viene un contributo politico: cercare ciò di cui si sente la necessità, la possibilità di conflitti non distruttivi, stando all'ascolto di ciò che più manca nei discorsi correnti, la parola femminile a partire da sé.