Milano,
Circolo della Rosa - Libreria delle Donne, 17 giugno 2006
Come
raccontare ' vite infinitamente oscure '?
La storica Maria Milagros Rivera Garretas ne discute con Marirì
Martinengo, a partire dall'ipotesi contenuta nel libro di
Marirì La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria
Massone donna 'sottratta'. Ricordi immagini documenti (ECIG,
2005).
Parteciperanno all'incontro le storiche Graziella Bernabò,
Graziella Bonansea, Sandra De Perini, Roberta Fossati, Emma
Scaramuzza e le amiche della Comunità di pratica e
riflessione pedagogica e di ricerca storica. Quante e quanti
amano la storia e coltivano la memoria sono invitate/i ad
intervenire.
Introduce
l'incontro Marina Santini
Marirì ha voluto che a presentare questo incontro fossi
io, per le relazioni che ho con lei e con María Milagros
Rivera. Marirì mi è stata maestra quando ho
fatto il salto nell'insegnamento. L'ho inseguita e conosciuta
nei seminari di pedagogia della differenza e poi è
grazie a lei che la mia passione per la storia ha trovato
modo di concretizzarsi. La Comunità di pratica e riflessione
pedagogica e di ricerca storica - nata per sua iniziativa
negli anni '90 -, mi ha permesso di affrontare la storia in
un modo che sento più vicino e più proficuo.
Così riesco a trasmettere la mia passione alle allieve
alle quali raramente la storia è fra le materie
gradite. Con María Milagros Rivera la mia relazione
è meno personale, ma è attraverso i suoi scritti
e le sue osservazioni che ho imparato a pormi diversamente
nei confronti della ricerca e della scrittura; seguendo le
sue indicazioni di "rimanere fedele a ciò che
si sente e non solo a ciò che si sa", mi sono
sentita autorizzata ad esplicitare il percorso e le motivazioni
della. ricerca.
L'incontro di questa sera parte dalla pubblicazione del libro
di Marirì Martinengo La voce del silenzio e nelle intenzioni
vorrebbe essere una riflessione e una discussione sulla storia,
sulla ricerca, sulla scrittura storica. Avvieranno la discussione
María Milagros Rivera Garretas che è docente
di storia medievale all'università di Barcellona e
ha fondato il centro di ricerche e la rivista Duoda. In Italia
nel 1998 è stato pubblicato Nominare il mondo al femminile
(tradotto e introdotto da Emma Scaramuzza, Editori Riuniti,
Roma 1998), in cui l'autrice, esplicita nelle prime pagine,
il suo rapporto con la ricerca: "per nominare il mondo
bisogna mettersi in gioco in prima persona. mettersi in
gioco in prima persona vuol dire rischiare di unire,
anche quando si parla o si scrive, la ragione e la vita".
Due suoi lavori sono in corso di pubblicazione in Italia.
Presso Liguori, uscirà, con la traduzione di Clara
Jourdan, Mujeres en relación. Femminismo 1970-2000
(Icaria, Barcelona 2001), un saggio che è autobiografia
personale e di una generazione: attraverso le relazioni con
esponenti del movimento femminista, con studenti e studentesse
e con un uomo che vuole conoscere la politica e il pensiero
della differenza sessuale, racconta ciò che il movimento
delle donne ha prodotto. Donatella Massara, ideatrice e cura
il sito Donne e Conoscenza storica (http://www.url.it/donnestoria.htm),
ha avuto invece l'idea di tradurre in italiano La differenza
di essere donna, una storia del pensiero femminile in Cd-rom;
un'opera estremamente interessante e complessa con numerosi
apporti di studiose: fra poco anche in Italia si avrà
la possibilità di apprezzarlo.
Su DWF, sempre grazie alla traduzione di Clara Jourdan, è
uscito La scrittura femminile, un fantasma ricorrente, 1987;
in Duemilaeuna (Nuova Pratiche Editrice, Milano 2000) lei
è una delle donne che cambiano l'Italia; in Filosofia
Donne Filosofie (Lecce 1994) si trova un saggio su Teresa
de Cartagena. Milagros collabora con Via Dogana.
Ricordo ancora che ha lavorato, con altre alla strutturazione
di un prezioso thesaurus (pubblicato su Duoda nel 1997) che
organizza in parole chiave la storia delle donne.
Marirì Martinengo ha desiderato questo incontro per
rilanciare la discussione sulla storia, che da anni la appassiona.
Vorrei solo ricordare il Convegno da lei fortemente voluto,
che si è tenuto nel 2001 Cambia il mondo, cambia la
storia (http://www.url.it/donnestoria/testi/convegnotesti.htm),
realizzato con la Comunità di pratica e riflessione
pedagogica e di ricerca storica. Nel '94 aveva promosso un
dibattito fra ricercatrici e insegnanti su ricerca e trasmissione
della storia pubblicato con il titolo Lo scambio necessario
(edito come supplemento al n° 20 di Via Dogana) La sua
ricerca, finora, si è concentrata sulle Trovatore (http://www.url.it/donnestoria/testi/trovatore/trovrelmar.htm),
su Ildegarda di Bingen, su Matilde di Canossa.
Il
richiamo delle viscere: scrivere storia partendo da sé
María-Milagros
Rivera Garretas ( Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan)
Dal 1985 tengo nella cucina di casa mia un manifesto intitolato
"Tutte queste vite, infinitamente oscure, sono ancora
da registrare, dissi io... Virginia Woolf" (la frase
di Virginia Woolf viene da Una stanza tutta per sé,
traduzione italiana in Per le strade di Londra, trad. di Livio
Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock, Milano, Il Saggiatore
e Garzanti, 1974, p. 281). Ce l'ho messo affinché mia
figlia, che allora aveva dieci anni, prendesse coscienza femminista,
e perché il manifesto lo aveva fatto un'amica e compagna
di università, e io volevo che mia figlia conoscesse
la storia dei contesti relazionali delle donne della generazione
precedente la sua.
Il manifesto è formato da dieci cartoline di una volta
che la mia amica aveva in casa, ereditate dalla sua famiglia.
Sono tutte foto di donne sfruttate del Sud del mondo, sfruttate
nel lavoro, nella sessualità e nella maternità.
Queste erano le donne che allora - vent'anni fa - consideravamo
infinitamente oscure.
Quando nel maggio scorso ho riletto il libro di Marirì
La voce del silenzio, mi sono resa conto che le vite infinitamente
oscure sono, in realtà, le nostre; o meglio, la vita
infinitamente oscura è la mia, quella delle donne della
mia stessa genealogia, ma soprattutto la mia come storica,
la mia - la mia vita - quando scrivo storia.
Questa rilettura del libro di Marirì su sua nonna paterna
Maria Massone la associo con la mia esperienza personale della
fine del patriarcato. Per anni ho vissuto e inteso la fine
del patriarcato nel contesto delle mie relazioni con miei
pari in età e condizione: con uomini amici e nemici,
con colleghi più o meno indifferenti, con autori e
politici, con capi e subordinati, con i miei fratelli... ma
non con mio padre e con mia madre. Mia madre e mio padre
tendevo a idealizzarli, come conseguenza - credo - di una
lettura troppo letterale di un libro che è stato ed
è molto importante per me: L'ordine simbolico della
madre di Luisa Muraro. Varie recenti vicissitudini nella mia
famiglia più vicina, e anche il lavoro di Diotima sul
negativo (Diotima, La magica forza del negativo, Liguori,
Napoli 2005) hanno fatto crollare in me una difesa che proteggeva
mia madre, e proteggeva anche mio padre - come uomo da lei
scelto per questa funzione - da un legame diretto con il patriarcato
nel suo rapporto intimo e familiare con me. Caduta la difesa,
è rimasta la nuda, e sola, pratica della gratitudine
per mia madre e, in secondo luogo, per mio padre, per la vita
e la parola ricevuta.
Non mi sto riferendo - ma un po' anche - all'accusa alla madre
di averci trasmesso il patriarcato, accusa che tanto si sentiva
circolare nel femminismo degli anni settanta. Mi riferisco
alla possibilità di scrivere storia partendo da me
e cominciando là dove mia madre depositò un
germoglio della storia, che è in me. Finora, la
cosa più difficile del partire da sé mi sembrava
fosse il separarsi da sé - il separarmi da me, dal
mio attaccamento all'io - per andare all'altro, alla relazione.
Adesso, il cominciare in me mostra la sua difficoltà.
Nel caso di Marirì, il cominciare in lei ha richiesto
quasi tutta una vita. Per questo - penso - scrive nel
suo libro: "C'è una storia vivente annidata in
ciascuna/o di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni
nell'inconscio; non penso che abbia valore storico solo quello
che sta fuori di noi, che qualcun altro ha certificato, la
famosa storia oggettiva. Io racconto una storia vivente che
non respinge l'immaginazione, un'immaginazione che affonda
le sue radici nell'esperienza personale, storia più
vera" - aggiunge - "perché non cancella le
ragioni dell'amore, non respinge le relazioni, dal suo processo
cognitivo" (p. 21).
Penso che sia la storia vivente annidata in ciascuna storica
ad essere ancora infinitamente oscura quando una studiosa
accademica scrive storia. Tirare fuori questa storia e metterla
in parole, come si tiravano fuori e si continuano a tirare
fuori i demoni dal corpo negli esorcismi e nelle terapie catartiche,
è una maniera ben interessante di scrivere storia partendo
da sé.
Fare questo apre in me ferite antiche, e così apre
in me un conflitto esplicito e temibile con la mia genealogia
più vicina, con la mia origine, con mia madre e con
mio padre. Se dalla contraddizione e dal conflitto nasce la
politica, penso che nasca da lì anche la storia, la
storia vera, il simbolico nella scrittura della storia. Perché
credo che il conflitto nasca dalla mia idealizzazione di mia
madre, dal mio non voler ricordare di lei altro che la felicità
dell'infanzia, senza affrontare la storia successiva, senza
affrontare ciò che mi ha portato a contribuire alla
fine del patriarcato, separandomi da lei per anni. Allo stesso
tempo, riconosco che è dal legame con le fonti dell'infanzia
- dal legame adulto con l'origine - che nascono la creazione
e la creatività.
La domanda sulla storia vera è una domanda soprattutto
femminile, rispetto alla domanda sull'obiettività,
che - che io sappia - non ci ha mai interessato. María
Zambrano, della storia vera ha detto: "... la storia
apocrifa - non per questo meno certa - [...] ricopre quella
vera. Perché, sì, la storia apocrifa asfissia
quasi costantemente quella vera, la storia che la ragione
filosofica si affanna a rivelare e stabilire e la ragione
poetica a riscattare". (María Zambrano, La tomba
di Antigone. Diotima di Mantinea, trad. e introd. di Carlo
Ferrucci, con un saggio di Rosella Prezzo, La Tartaruga, Milano,
1995, pp. 49-50)
Di riscattare
tratta costantemente il libro di Marirì: riscattare
non per aggiungere né per colmare un vuoto nella storia
che già c'è, e nemmeno per giudicare - come
dice essere stata la sua prima tentazione - ma per
redimere pensando con amore, per dedicarsi all'amorosa conversazione,
per far sì che l'amore entri nel vocabolario della
storia, e in questo modo entri nel vocabolario della politica.
Penso che in ogni vita umana ci sia un filo che lega al primo
amore e che questo filo si faccia notare nel richiamo delle
viscere. "Mi ha chiamata da sempre; come chiamano i morti,
si capisce, anzi, nel suo caso, la morta", così
comincia il libro La voce del silenzio.
Come mettere in parole e narrare la storia vivente che si
annida in chiunque? Marirì Martinengo propone di
partire dalla carenza, dalla trascuratezza e dalle lacune
nell'interpretazione dell'esistente (p. 88), senza prescindere
dal silenzio del suo personaggio e dal silenzio intorno a
lei, amalgamando tutto con il mercurio della propria relazione
con Lei, con il richiamo che Lei ha lasciato nelle sue viscere.
Scrive: "Mi baso su documenti concreti e controllabili:
le immagini che conservo, sue e della famiglia, le fotografie
dei luoghi in cui abitò, gli oggetti che passarono
fra le sue mani, i dati anagrafici; faccio confluire nella
narrazione i ricordi e i ricordi dei ricordi miei e di altre/i,
rendo esplicite caratteristiche psicologiche nascoste nelle
pieghe dei ritratti, non disdegno talora l'abbandono all'immaginazione
ancorata nella conoscenza pratica; raccolgo tutti gli elementi,
animandoli di interpretazione e re-interpretazione e li fondo
al fuoco della mia relazione con Lei" (p. 90).
Riscattare e redimere la storia che si annida in me non
è un tentativo di rivalutare una donna o un'esperienza
comune del passato, ma è o può essere una
mediazione che redima me e alcune delle mie contemporanee
da un fantasma ricorrente, da un crimine del passato che continua
a pesare sul presente di oggi, da un episodio storico
prigioniero di interpretazioni ideologiche. In altre parole,
è un tentativo di assolvermi - di assolvere il mio
tempo - da fantasmi e crimini del passato. O di essere assolta
da essi in grazia di una relazione politica.
Questo l'ho imparato dalla contessa di Barcellona Duoda,
la scrittrice del IX secolo che nel Liber manualis dedicato
ai due figli che il marito le aveva tolto, scrisse:
"Benché dunque io sia indegna e fragile, mi trovi
in esilio,
infangata e attratta da ciò che è più
basso,
c'è con me, tuttavia, una compagna di sventura amica
e affidabile, per assolvere i crimini dei tuoi." (Epigramma)
Il crimine da assolvere è, in questo brano, quello
di suo marito e dei suoi amici, che stavano usando i figli
di Duoda come ostaggi nelle lotte di potere tra i nipoti di
Carlo Magno. Ma non per assolvere costoro, bensì con
il fine di liberarsi lei - Duoda - da questo crimine.
Faccio un esempio più vicino nel tempo.
C'è un crimine del passato che mi ha sempre pesato
e del quale mi piacerebbe redimermi, liberarmi, assolvermi
o essere redenta e assolta da un'interpretazione storica che
faccia simbolico, che non sia ideologica. Questo crimine è
l'Olocausto. Per parecchi anni, ho insegnato nella
mia facoltà la materia Tendenze storiografiche attuali.
Quando si arrivava alla storiografia sull'Olocausto, la partecipazione
alla lezione era intensissima: leggevano e commentavano ogni
tipo di opera, facevano reportage audiovisivi, recuperavano
testimonianze di sopravvissute/i... Ma, alla fine, io restavo
insoddisfatta. Non ero soddisfatta perché restava
sempre, dietro le quinte, l'odio per il popolo tedesco per
il crimine commesso. Cioè non c'era riscatto, non
c'era redenzione, perché non c'è redenzione
se l'odio prevale. E se non c'è redenzione la storia
può ripetersi.
Non c'era riscatto né redenzione perché io non
ho saputo trovare la porta stretta che lasciasse passare l'amore
nell'interpretazione della storia. Non osavo - erano classi
numerose e molto politicizzate - mettere in gioco l'esperienza
personale che avevo più a portata di mano, l'esperienza
di un altro crimine che avevo ereditato dalla storia, e ereditato
concretamente dalla storia di mio padre e di mia madre: la
guerra civile spagnola.
Marirì, invece, ha osato e ha aperto una strada alla
possibilità di partire da sé davvero quando
si scrive storia, e così facendo ha messo in moto anche
me.
Non
ci sono vite infinitamente oscure
Marirì Martinengo
Il mio discorso procede da uno scritto di Virginia Woolf,
contenuto in Una stanza tutta per sé, nel quale la
scrittrice riflette sulle "vite tutte da indagare",
avvertendo il "peso di un mutismo" per "l'accumularsi
di vita non registrata"; vede con l'immaginazione sfilare,
per le strade di Londra, le venditrici di violette, le fiammiferaie,
"le vecchie piene di rughe che passano il tempo sulla
soglia di casa", "le donne ferme a parlare agli
angoli delle strade, le mani sui fianchi" o le ragazze
vagabonde
. Vite destinate a svanire nell'insignificanza.
Per portarle alla luce e dargli senso, bisogna "reggere
saldamente in mano la lampada accesa", raccomanda Virginia
Woolf alla sua immaginaria interlocutrice, Mary Carmichael,
suggerendole implicitamente che si possono trovare i modi
per farlo.
Infatti a me pare che non ci siano "vite infinitamente
oscure", se c'è chi oggi, porgendo orecchio attento
al brusio indistinto e selezionando, le racconta. Ancora una
volta è confermato quanto dicevamo tempo addietro "dal
presente prende a parlare il passato", la storia la fa
chi si dedica a narrarla.
Qui parlo di vite di donne, prima di tutto perché
tengo conto di quanto scrive Virginia Woolf, poi perché
la mia ricerca è incentrata su una donna, infine perché
uomini, anche anonimi, hanno comunque, in qualche misura,
sempre attinto la memorabilità, penso per esempio ai
"caduti" delle guerre.
Dunque si riesce a strappare una donna dal "comune"
(comune nel senso di indistinto, che non possiede nessuna
caratteristica che lo discerna o differenzi dagli altri, che
si dissolve sul panorama di fondo) in virtù della relazione
che si instaura con lei. La donna comune può accedere
alla memorabilità - questa laica forma di immortalità
- solo se se ne trae fuori quanto di eccezionale, unico è
in lei. Ma ancora una volta l'unicità la "inventa"
nel senso di invenire, trovare, colei o colui che si dedica
alla ricerca. Si possono valorizzare per esempio, le scelte
non ovvie, i sapienti equilibri, gli atteggiamenti fuori dagli
schemi che la società del tempo prescrive o la trama
di relazioni di cui la donna ha saputo avvolgersi. C'è
poi la grandezza femminile, intessuta d'amore, che si esprime
nell'infinito lavoro di cura per la vita, darla e mantenerla,
sostenerla nella vecchiaia e nella malattia, accompagnarla
all'ultima meta.
Dall'attenzione e dalla trascrizione di queste vite spese
per la vita discende un poco indagato modo di "fare storia",
un criterio di iscrizione nella memoria differente dal tradizionale;
l'immediata conseguenza è un ribaltamento del concetto
di grandezza: una grandezza che non ha bisogno di gesti
clamorosi per essere, di azioni spettacolari, che si esprime
nella quotidianità, sommessa, che è propria
dell'esperienza di molte donne, che bisogna dire perché
sfugge agli sguardi avidi di sensazionalismo, di facile appariscenza.
La mia protagonista, la nonna, ha seguito le norme che il
suo ambiente dettava all'epoca; io, sottraendo all'oblio la
tragicità del suo destino, ne ho evidenziato la singolarità:
la nonna fuoriesce perché contrassegnata da una sorte
particolare, la sua segregazione. La caratteristica delle
donne dalla vita oscura è che la loro memoria non viene
registrata, in questo la mia protagonista ha seguito il destino
comune, finché la mia relazione con lei non l'ha risvegliata.
Quando si decide di dedicarsi ad una vita silente, si può
essere assalite dallo sconforto perché ci si trova
davanti a quello che tradizionalmente viene considerato un
vuoto. La donna non comune ha già di per sé
un pieno che la storica o lo storico, che ne fa la biografia,
narra, senza bisogno di "inventare" troppo. In questi
ultimi decenni di fervente e fruttuosa ricerca storica la
mia attenzione e quella di altre è stata calamitata
soprattutto dalle donne che presentavano un "pieno",
alcune di noi, fra cui io, si sono interessate meno alle altre,
forse perché sgomente dinanzi al "vuoto",
forse per un desiderio di rivalsa nei confronti della storia
ufficiale, quasi volessimo affermare: "là c'eravamo
anche noi
":
Ultimamente, di pari passo (o in conseguenza) con il procedere
dell'indagine sulla nonna, si faceva strada in me il desiderio,
divenuto via via necessità, di accantonare le grandi
donne del passato e di avvicinarmi alle donne dalla vita oscura.
E insieme si affacciava insistente l'interrogativo sul modo,
sui modi, di trarle dalle tenebre.
La storia, quale la conosciamo noi, si basa su documenti scritti,
accertati, accessibili a tutte/i (c'è poi l'interpretazione,
la sistematizzazione, la scelta, ma questo è un altro
discorso).
Anche per narrare la storia di una donna comune, secondo me,
ci vogliono dei documenti.
Ma quali documenti per ridestare le vite silenti?
E se non ci sono documenti?
Io sono partita da penuria, quasi assenza di documenti comunemente
considerati tali.
Ero attorniata da un clima di scoraggiamento, di disincentivazione
che diceva in coro: "Questa ricerca è meglio non
farla".
Non ho voluto leggere né ascoltare esperienze o narrazioni
che si avvicinassero a quanto intendevo scrivere.
Sono partita dalla mancanza piena solo di desiderio.
Ipotesi
storiografica de La voce del silenzio
Ipotesi appunto, tentativo, possibilità, assaggio,
altri esperimenti possono essere messi in gioco
Ho cercato e trovato alcuni documenti anagrafici, ho utilizzato
il capitolo di una memoria familiare, dedicata alla carriera
professionale del marito; ho raccolto fotografie della nonna,
dei figli e delle figlie, vecchie cartoline illustrate; ho
perlustrato i luoghi (case e città) in cui abitò,
documentandoli; ho inserito contributi letterari, narrativi,
medici, psicologici, cronachistici, storici come cornice per
ricostruire l'ambiente sociale e culturale, il periodo storico,
cioè, che scorre dalla seconda metà dell''800
ai primi decenni del '900; oggetti come indumenti, camicie,
fazzoletti, borse, ventagli, gioielli, libri di devozione
appartenuti alla nonna, sono diventati i miei documenti; erano
doni che mi aveva fatto zia Sophie, che intendeva in questa
maniera - l'ho capito tardi - trasmettermi la memoria della
madre perché la perpetuassi; zia Sophie ha aggirato
così il divieto paterno di parlare della madre, passandomi
degli oggetti, ugualmente eloquenti, ma in modo non sospetto;
ho chiamato a raccolta i ricordi dei ricordi miei e di altre
e altri, sfuggiti alla rimozione e alla cancellazione; fin
dove ho potuto ne ho vagliato la fondatezza; mi sono abbandonata
qualche volta all'immaginazione, un'immaginazione impastata
di memorie e di conoscenza; c'è stato sempre, come
amalgama di tanti e così diversi elementi, il coinvolgimento
mio, l'empatia, la stretta relazione allacciata con lei; per
farla rivivere, le ho prestato il mio corpo e la mia mente,
la mia esperienza di vita, la mia preparazione storica e politica.
Ho interrogato, scandagliato l'inconscio, facendolo emergere.
Il soffio vitale è stato il mio amore.
Cioè ho usato un linguaggio misto per "fare
storia": ho intrecciato più fili, alcuni tradizionali,
altri non tradizionali per tentare di mettere a punto un linguaggio
capace di registrare vite di donne per le quali non si intravede
possibilità di storia.
L'aver fatto riemergere questa voce, l'averla affidata alla
scrittura può immettere una storia soggettiva nel
flusso della storia collettiva? Può la vicenda
particolare di una donna non conosciuta diventare per
questo emblematica, simbolica? L'atto di scrivere è
dire che c'eravamo, è quindi storia? La voce della
mia protagonista è uscita dal silenzio?
A me pare che questo mio libro sia un libro di storia, viceversa
in questi mesi mi sono resa conto, leggendo e ascoltando i
commenti, che esso viene interpretato in molti diversi modi,
ne viene sottolineato ora un aspetto ora un altro, ora pare
suggerire una "lettura" ora il contrario di questa;
richiami preziosi perché aprono spiragli e scorci che,
nel corso della scrittura, non avevo neppure sospettato potessero
prospettarsi; come è giusto che sia, si leggono i libri
anche per trovare risposte alle proprie domande.
Termino così, senza riferire né suggerire i
molto sollecitanti modi di interpretazione diversi dal mio
e lascio tutto aperto il discorso.
Graziella
Bonansea
Ho letto con piacere questo libro, che è un'opera davvero
di restituzione complessa di una vita. Di una vita franta,
interrotta: dalla malattia e anche dal sopruso. La scrittura
di Marirì non si attarda su questa questione del manicomio
di questi anni di internamento: si sospende, come se lasciasse
anche al lettore la possibilità di pensare, di immaginare,
a sua volta. Fa emergere questo passaggio attraverso la scrittura
stessa della fonte, dunque di lei, della protagonista che
dice "ma chi sono questi uomini che vengono a prendermi
e che mi portano via" per poi chiuderla in un mondo da
cui non riuscirà più ad uscire. Mi veniva in
mente la storia di Camille Claudel, leggendo questa vita
E mi dicevo che Marirì ha avuto molto coraggio, perché
bisogna metter mano ad una storia familiare; bisogna stare
dentro a una vita: questa è la forza della biografia.
Evocava prima tutte le fonti che ha utilizzato, che sono memorie,
fili a volte spezzati, franti, rotti, che bisogna ricomporre.
Qui viene fuori questa cosa bellissima della memoria che per
certi aspetti vince adesso quello che allora non era possibile.
Questo grande atto di libertà, forza di libertà
che è dentro la memoria. La scrittura è
così, si fa in questa danza fra la presenza e l'assenza,
fra la memoria e l'oblio, in questo gioco continuo, in questo
andare e venire. Lei usa anche le figure, le immagini, le
metafore, tutto questo aspetto bellissimo che viene anche
dalla ricchezza della storia delle donne, che chiama il soggetto
e lo interpreta, lo rifigura, lo interpreta raccontando: è
di nuovo la forza del racconto che torna. Volevo solo dire
che sono stata così contenta che María Milagros
abbia ricordato, nell'ambito della storia del '900, come elemento
cardine che in qualche modo spezza anche la scrittura (la
scrittura del senso, quella che dà ordine, che traduce
il rapporto dal non senso al senso), la questione della Shoah.
Ricordando un evento forte della vita di una donna imperniata
sul trauma, Milagros ci ha ricordato quest'altro elemento
alla base della storia del '900 che è la Shoah. Penso
a me, alla mia storia: io mi sono sempre interrogata sul rapporto
fra corpo e memoria, in particolare sul silenzio della
storia e del corpo: mi sono occupata delle donne protestanti,
che non hanno immagine, delle donne nella fabbrica, che venivano
occultate nell'ombra
ma dove io mi sono fermata, dove
non sono più stata capace di usare una lingua accademicamente
rilevante, forte, è stato proprio lì, nella
storia della seconda guerra mondiale, e in particolare della
Shoah, dove il soggetto si dissolve, si rompe, si spezza,
non trova più un corpo. È straordinario che
questo sia stato ricordato, perché in qualche modo
qualunque scrittura della storia, come veniva detto all'inizio,
ci chiede sempre di posizionarci. Di guardare l'altro per
poterlo raccontare, certo, ma anche di assumere una posizione
duale, frontale. Nella mia esperienza io non riuscivo più
a condividere questo dualismo, questo modello frontale
che poi è anche, se vogliamo, il modello della battaglia.
Bisogna uscire da questa cosa e riagganciarsi ad altri piani,
ritornare anche a questo tipo di approccio che è la
storia dei corpi e dei soggetti nella loro complessità,
ma anche nella loro totalità e nella loro interezza.
María-Milagros
Rivera Garretas
Perché parli allora di tornare ai corpi, ai soggetti?
Sono molto d'accordo con il non prendere posizione. In generale,
quando scriviamo storia o anche quando si parla sui giornali
di fatti storici traumatici - come la guerra in Iraq -
ci troviamo spinte a scegliere, a prendere partito. C'è
una realtà al di fuori di questo prendere partito,
ed è la realtà in cui in tante donne ci muoviamo
Tu parlavi alla fine di tornare alla storia dei corpi dei
soggetti, ma non sono due storie diverse queste, due impostazioni,
due approcci diversi: certo, la storia dei corpi si può
interpretare anche in senso dualistico 'brutto', cioè
che non apre
L'assolversi di Duoda, contessa del IX
secolo, per i crimini dei suoi, dà il senso di poter
uscire da questo dualismo, da questa battaglia
Graziella
Bonansea
Posso dire qualcosa solo a partire dalla mia storia. Per vent'anni
mi sono occupata di storia del corpo e da quindici anni scrivo
narrativa: ho scritto tre romanzi. Proprio lavorando sulla
Shoah mi sono inceppata, non sono più stata capace
di scrivere la storia nel modo tradizionale. Avevo lavorato,
molti anni fa, con Primo Levi e questa ricerca - anche interiore
- è ritornata vent'anni dopo. Per un periodo mi sono
come isolata: dovevo lavorare sulla scrittura della memoria
del trauma e avevo molte fonti: fonti che si avvicinavano
a quelle che evocava prima Marirì, ma erano
fonti che balbettavano, frante, spezzate, perché
questa era la memoria della rottura. Io avrei dovuto ordinare
tutto questo, passare dal non senso al senso, dargli un ordine
razionalmente condiviso. Non sono più stata capace
di farlo e sono passata ad un altro tipo di scrittura,
che chiama in causa il corpo, le immagini i soggetti, ma li
filtra attraverso una gamma, anche molto più rarefatta,
che è propria della parola letteraria. Il soggetto
non è più incapsulato in quel modello, ma è
visto nei suoi lati oscuri, nell'ombra. Per certi aspetti
io ho amato la letteratura più per l'ombra che
per la luce, più per quello che tace che per quello
che dice, più per quello che svela, ma lasciando il
velo, perché quando il velo si strappa per risolvere
l'enigma - dice Euripide - forse sotto non c'è niente.
Strappando il velo ci accoglie il nulla. Dunque sono stata
lì
Non è che adesso io sappia qual è
la strada
So che questo è un registro possibile,
che contempla questa dialettica, che Marirì riportava
così bene, tra la distanza, la presenza e l'assenza.
E il corpo - il corpo scritto, in questo caso - nasce, sgorga
in questo gioco, tra l'una e l'altra. È nel tra
che il soggetto emerge, non in una posizione piuttosto
che in un'altra. Sta in questa dialettica, forse anche tra
gli opposti, non so
Le cose più belle, non a
caso, in questi anni vengono dal pensiero di queste donne,
ad esempio di queste filosofe, non europee. Penso a quello
che dice la Spivak (Gayatri Chakravorty Spivak, Morte di una
disciplina, Biblioteca Meltemi, Roma 2003): che dobbiamo ripensare
a un mondo eterogeneo, non duale, non identitario. Tutto il
pensiero occidentale è fondato sul principio dell'identità
e della contraddizione. Bisogna uscire da questo per ri-immaginare
di nuovo un mondo di soggetti eterogenei, che la scrittura
in qualche modo può vestire.
Nilde
Vinci
Volevo dire che quello che mi ha particolarmente colpito nel
libro di Marirì non è tanto il libro in sé,
ma i suoi occhi che guardano questa donna, la sua passione.
Io non credo che si possa parlare di qualsiasi cosa se non
la si guarda con passione. Potrebbe essere una vita oscura,
come quella della nonna, o come quella di una nostra vicina,
di una persona che abbiamo conosciuto, dei nostri genitori,
di una grande donna
però senza la passione
di chi parla o di chi guarda, secondo me, non è possibile
arrivare alla grandezza di nessuno. Presentissima, nel
libro di Marirì, ho letto la sua passione nel far ritornare
in vita, sul palcoscenico, come protagonista, una persona
che senza questa sua passione sarebbe stata certamente completamente
cancellata.
Gabriella
Freccero
Sono di Savona, quindi vivo nella città, che Marirì
ha descritto così bene, in cui ha vissuto sua nonna.
Per questo mi ha molto emozionato, nelle viscere - come dice
Milagros - leggere questo libro. Però secondo me quella
che il libro di Marirì pone come questione a chi fa
storia, alle donne che intendono porsi il problema di come
fare una storia che ci soddisfi, che sia fatta da noi per
ritrovarci pienamente noi stesse, sono alcuni interrogativi.
Uno è cosa distingue il narrare (narrare anche
in modo fantastico, facendo uso dell'invenzione) dal fare
storia. Qual è la distinzione che troviamo tra
un testo puramente narrativo e un testo che abbia un'oggettività
storica. Trovo ad esempio che nel libro di Marirì ci
sia una bella intersezione tra quello che normalmente viene
tenuto distinto, cioè la narrazione puramente a fini
di intrattenimento e la narrazione storica. È una bella
storia da leggere (un libro che si potrebbe leggere anche
come una bella storia che ci racconta un'autrice, e che ci
colpisce molto), però è anche un'opera storica,
che vuole fare storia. Quindi c'è un interrogativo
fondamentale che ci pone riguardo ai limiti che ci vogliamo
dare tra la narrativa e la storia, se come donne pensiamo
che questi generi non siano da tenere separati. Penso anche
alla bellezza di quello che scriviamo, al fatto che quello
che scriviamo abbia anche una bellezza compositiva,
narrativa, che sia un piacere leggerlo. Invece, come
diceva prima Marina Santini, spesso gli studenti sono annoiati
dalla storia, perché la storia è scritta male,
come un insieme di dati buttati lì
diventa una
cosa davvero non trasmissibile. Mentre credo che la bellezza
dello scrivere sia una delle nostre potenzialità.
Un altro problema riguarda la relazione: Marirì ci
dice: "Io sono entrata in relazione con questa donna
e sulla base di questo ho cominciato a scrivere". La
relazione ovviamente è partita solo da lei, è
andata in una sola direzione, e quel che mi chiedo è
come ci regoliamo in questa relazione: è una relazione
nostra, singola, personale quella con il singolo argomento,
la singola donna che andiamo a studiare, o ci vuole una mediazione
politica? Ci dobbiamo dare delle regole in qualche modo
condivise, tra donne che vogliono fare storia, sulla base
delle quali poi ciascuna imposta la propria singola relazione
col proprio singolo argomento? Vogliamo condividere un modo
di fare storia, a partire da alcune regole? Penso che Marirì
ci ponga questo interrogativo, e che possa alimentare un futuro
dibattito. Certo, il suo libro è una risposta, ma apre
dei filoni di indagine molto interessanti.
Laura
Minguzzi
Ho preparato un piccolo testo che mi rende più agevole
dire quello che penso. Mi collego a varie cose che sono state
già dette, in modo da procedere. Dopo la lettura di
questo libro di Marirì, a caldo, non sono riuscita
a dire niente. Ci ho pensato, perché mi ha fatto molta
impressione. Le sensazioni sono state immediatamente e profondamente
liberatorie. Mi sono detta: "Finalmente Marirì
l'ha scritto ed è riuscita a scriverlo in modo eccellente".
L'inghippo, il segreto, il mistero, la macchia sul muro di
cui parla Virginia Woof in un famoso racconto è venuto
fuori, e io ho sentito questo movimento come un fatto empatico
verso Marirì, a cui sono legata da una profonda amicizia
politica. Questa amicizia politica è stata un 'mezzo
di trasporto' simbolico che mi ha portata da Parma a Milano.
Finalmente lei ha avuto il coraggio di portare alla luce questo
mistero, spinta dall'amore per la storia vivente, che le
ha permesso di far emergere il lato oscuro, opaco, da nascondere,
di infrangere il muro degli affetti familiari e del conformismo
borghese (che non si annida solo in quella classe, ma
è molto presente anche nelle classi popolari dove
può essere perfino più crudele, più feroce),
che può togliere la parola e far diventare muta chi
sopravvive. Il partire da sé è appunto uno dei
criteri e la chiamata dal cielo, o da sottoterra, sono stati
motori conoscitivi introdotti nella politica e nella storia
dal femminismo. Però la differenza è che non
tutte hanno il talento, il dono della scrittura che ha Marirì,
oltre al suo coraggio, alla sua tenacia nel forgiare questa
storia, bellissima anche da leggere. Secondo me, anche se
può essere un po' esagerato, si è creato
un precedente. Lo dico per rispondere a modo mio a uno
degli interrogativi posti prima: se questo libro è
un fatto isolato, come modo di fare storia, o se può
essere un precedente per una storia che fa entrare l'inconscio
nelle sue trame. Per esempio, a proposito degli oggetti che
fanno la memoria delle persona che ci sono care e che sono
scomparse, Marirì mi ha sostenuto nel conservare mobili
di mia madre degli inizi del '900 che tutti mi dicevano di
gettare. Al Circolo abbiamo conservato il tavolo e l'armadio
di Bibi Tomasi, che è una nostra 'predecessora', oltre
che amica e sostenitrice politica. Questa tenacia ha aiutato
anche me a non gettare pezzi del mio passato, della mia memoria.
Non per questo ognuna/o deve mettersi a raccontare le proprie
storie.
Riguardo alla questione della malattia, come diceva
molto bene Bonansea, nel libro non si parla della casa di
cura, non si portano elementi che potrebbero essere piattamente
oggettivi, o strappalacrime. L'empatia che ho sentito è
per qualcosa di simile che è successo a mia madre,
che era depressa e ha vissuto questa malattia nella totale
incomprensione, nel totale silenzio, perché si pensava
che fosse una 'malattia da ricchi', e quindi che chi non era
ricco non poteva avere una malattia dell'anima, una malattia
femminile. Mio padre diceva che bastava la forza di volontà,
che non era necessario curarsi. In questa incomprensione totale
la solitudine di mia madre immagino fosse immensa e inenarrabile.
Il suo ricordo è di totale silenzio, di un mutismo
insormontabile come una muraglia cinese, che neanche i medici
sono riusciti a decifrare, a capire. Negli anni '60 era molto
più difficile decifrare la sofferenza femminile
Per lungo tempo neanch'io sono riuscita a perdonare (ma forse
è meglio dire assolvere, come propone Milagros) mio
padre e mio fratello per questa incomprensione. Ho nutrito
propositi di vendetta e risentimenti, che per fortuna sono
riuscita a spostare interrogando la vita di mia madre, le
sue relazioni, la sua malattia, il suo rapporto con me e la
sua morte. Così le uova del risentimento si sono
trasformate nell'uovo d'oro di una libera lettura della storia.
E mi sono chiesta, ritornando al presente: perché
oggi ricomincia a parlare questo nostro passato più
profondo? Perché oggi questa cosa è possibile?
Cosa ha reso praticabile questa possibilità? La risposta
che mi sono data è che il nostro praticarci quotidiano
nei luoghi che abbiamo creato fa emergere, nelle relazioni
ravvicinate che abbiamo, anche il nostro essere lontane:
io infatti mi sento una donna comune, mentre non sento così
Marirì. Questa distanza abissale, che può
esserci fra noi che viviamo, pratichiamo questi luoghi politici
che abbiamo creato (la Libreria, il Circolo della Rosa e altri),
se cerchiamo di non colmarla, appiattirla, eliminarla, crea
scambio e permette di poter fare storia, risolvere i conflitti,
darci una parola e una lingua.
Graziella
Bernabò
Il libro di Marirì (che, grazie a lei, ho potuto leggere
immediatamente prima della pubblicazione) mi è molto
piaciuto fin dal primo momento, per quello che lei ha scritto
e per il modo in cui l'ha scritto. Prima di tutto, ho apprezzato
il nesso strettissimo fra la serietà, il rigore
(ma forse questa parola è troppo aspra
) nel metodo
di lavoro e l'empatia, l'affettività (che tante
hanno notato prima di me) di Marirì verso il soggetto/oggetto
della sua ricerca. Verso quella nonna negata sia da un sistema
familiare, purtroppo tristemente tipico, sia da una psichiatria
dissennata, che ha fatto vittime, soprattutto tra le donne,
per molto tempo, fino a oltre il secondo dopoguerra, in tutti
i ceti sociali. Può essere però (se ne parlava
anche con Marirì) che in ambienti sociali borghesi
si sentisse maggiormente la vergogna, si cancellasse di più
la memoria dei fatti. Nel mondo popolare da cui provengo le
cose dissennate avvenivano ugualmente, però non venivano
nascoste. Nel libro il rigore e l'empatia sono elementi che
si compenetrano e che traggono valore l'uno dall'altro. È
proprio il moto di amore di Marirì verso la
nonna, il desiderio di riconoscerla e di riscattarla dall'oblio
cui è stata condannata, che diventa il punto di
partenza per la sua ricerca appassionata: una ricerca
seria ma non asettica, perciò tanto più efficace.
Nulla di sé Marirì ha negato alla figura di
Maria Massone in termini di tempo, energia, sacrificio in
questo suo lavoro, durato molti anni e diventato per lei un
fatto esistenziale importantissimo, che le consentiva di ritrovare
le proprie radici più profonde. Marirì aveva
pochi elementi a disposizione (ritratti, monili, un'epigrafe
funeraria, qualche certificato); ma li ha studiati tutti con
una cura estrema, li ha fatti parlare e li ha integrati
con ulteriori ricerche, e quindi con nuovi documenti e
con visite attente e molto empatiche ai luoghi in cui
si è svolta, e soprattutto conclusa, la vicenda: penso
ad esempio alla Villa di salute delle Ancelle della carità
che si trova a Mompiano di Brescia. Certo, le tracce erano
esili e su di esse Marirì ha messo in moto l'immaginazione.
Ha potuto farlo perché, come lei stessa scrive e come
ha sottolineato opportunamente María Milagros Rivera
Garretas, la storia in gioco in questo libro non è
la storiografia positivistica "oggettiva", ma una
storia vivente dentro di lei, una storia più
profonda che non respinge le ragioni dell'amore nel suo processo
conoscitivo. Però è opportuno rilevare che non
si tratta di un'immaginazione astratta, arbitraria, proprio
perché essa affonda le sue radici nell'esperienza personale.
La biografia della nonna che ne deriva è certamente
molto connotata in senso soggettivo, come ovviamente qualunque
biografia, a maggior ragione se i documenti sono scarsi. Ma
le pietre con cui essa è costruita sono vere. E, a
questo proposito, cito le parole di Yourcenar citate
nel suo testo, a p. 94, dalla stessa Marirì: "Qualunque
cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio
modo, ma è già molto adoperare pietre autentiche"
(Margherite Yourcenar, Memorie di Adriano. Taccuini di appunti,
a cura di Lidia Storoni Mazzolani, Einaudi, Torino 2002, p.
287). Dunque Marirì usa materiali seri, e li tratta
seriamente; infatti risulta persuasivo anche il modo in cui
tali pietre sono state da lei cementate, dato che, dietro
al suo lavoro, ci sono l'attenzione, l'amore, la cura nel
ricostruire una vita dimenticata. Questi elementi (amore,
attenzione, cura) producono verità e fanno storia nel
senso più completo e profondo del termine, non
romanzo, non biografia romanzata. E lo dico con tutto il rispetto
possibile per queste diverse forme di scrittura, che però
non sono da confondere con la storia. Nel contempo l'ascolto
dell' "altra", della nonna, diventa per Marirì
anche un modo per dar voce a parti di sé negate
dal sistema familiare in cui era inserita. Riscattando la
nonna, lei riscatta anche queste sue parti e si riprende in
mano la vita con maggiore consapevolezza. E questo genera
libertà per lei e, più ampiamente, libertà
per le donne, acquistando un significato politico non
indifferente. Tutto ciò (e altro), come ho scritto
nell'introduzione, mi è piaciuto del libro di Marirì.
Marirì
Martinengo
Non vorrei passasse sotto silenzio quello che diceva Milagros
a proposito di remissione e riscatto, che è un pensiero
molto importante, ripreso anche da Graziella.
Roberta
Fossati
Sono state dette tante cose che mi trovano pienamente partecipe,
come lo sono stata, affettivamente e non solo, di questa impresa,
di questa ricerca: con Marirì ci siamo sentite e viste
diverse volte, ed è stato molto gradevole. Vorrei aggiungere
alcune cose a quanto è già stato detto. Innanzitutto
che questo lavoro, questa scrittura, mi ha convinta una volta
di più dell'importanza che ha, nel fare storia, l'aspetto
della ricostruzione. C'è veramente da ricostruire ancora
non solo la storia delle donne, ma la storia delle singole
donne. Si è parlato tanto, e Milagros potrebbe tenerci
un'altra bella conversazione, dell'importanza del ricostruire
e decostruire. C'è un complessissimo dibattito sull'importanza
dell'una cosa o dell'altra, ma adesso non voglio entrare in
questo. Voglio solo dire che quello che ha fatto Marirì
è anche una decostruzione di un silenzio: c'è
questo silenzio della famiglia, quasi una glossa di famiglia.
C'è sempre una glossa di famiglia su questi fatti:
quante famiglie hanno storie di questo tipo? Storie diverse
l'una dall'altra, ma comunque storie di segregazioni, di internamenti.
Probabilmente ogni famiglia ha una sua storia, un suo dolore,
una sua piaga rispetto a questo. E c'è una glossa che
ogni famiglia ha dato a queste vicende: qualche volta col
silenzio, qualche volta con interpretazioni molto spicce,
di poche parole.
Anche qui viene fuori un'interpretazione; un silenzio che
è anche un'interpretazione data da poche parole, come
quelle in memoria, quando la persona muore. Queste persone
segregate riappaiono nel momento in cui muoiono, in cui c'è
una tomba, un ricordo. Questo ricostruire allora è
anche un decostruire queste glosse di famiglia, queste memorie
molto spicce e perentorie. A parte la commozione che prende
rispetto alla singola storia, questo mi fa pensare anche a
quanto sia utile, importante, l'atto del ricostruire che qualche
volta è stato un po' banalizzato dall'ampiezza raggiunta
dalla storia di genere. Nella sua complessità e nel
suo interesse, la storia di genere ha qualche volta banalizzato
l'atto della ricostruzione pura e semplice, che pura e semplice
non è mai.
Poi mi interessava un altro aspetto, che è quello dei
luoghi, della geografia dei luoghi, che ho seguito
con particolare partecipazione anche perché una parte
dei nostri veloci ma intensi colloqui è stata proprio
attorno ai luoghi: a cos'erano Genova e Savona all'inizio
del '900, a cosa facevano lì le donne di questi ambienti
di classe media o medio-alta, a come vivevano. Vivevano davvero
dentro a queste strettoie della casa, della famiglia, di un
modo di vivere conformista, conformato, o c'erano punte di
indipendenza, di soggettività creativa? L'associazionismo
era molto diffuso: un associazionismo magari un po' addomesticato,
ma che permetteva spazi di espressione che forse sono un po'
da riscoprire. In questo libro, i luoghi sono fondamentalmente
tre: Genova, Savona e poi Brescia, là sullo sfondo,
su questo terribile sfondo. Ma vorrei dire "non solo
terribile sfondo", perché quando si parla di riscatto,
e io direi anche di risarcimento, c'è anche l'idea,
la speranza che questa Brescia non sia stata solo terribile.
Questo mi ha colpito molto, mi è piaciuto molto. Non
è storia in senso accademico, canonico, ma è
storia lo stesso. È la voce di una nipote che dice:
"Non sappiamo niente di che cosa è poi successo
là, dentro quelle mura. Sono successe solo cose tremende
o ci sono stati anche gesti di pietà?". Questo
mi è sembrato molto bello e anche molto nuovo, come
atteggiamento. Mi sono piaciute le descrizioni di questi
luoghi per la capacità di immaginare. Abbiamo parlato
prima - e continuiamo a farlo nel nostro lavoro - dell'importanza
dell'immaginario, dell'immaginazione. Marirì ha delle
foto di queste città, di queste classi sociali di appartenenza,
ma è poi anche tornata a vederli, questi posti, queste
case. Quante volte lasciamo dei posti, delle case
le
case si vendono, si cambiano, si trasloca
alcune persone
muoiono
Una casa che era popolare può esser stata
ristrutturata ed esser diventata un residence
penso
al centro storico di Monza, ad esempio
Quelle case non
le vedremo mai più, eppure io sento che sono dentro,
in ogni particolare delle stanze. Allora non è solo
un immaginare, ma un immaginare e ricordare, e questo veramente
ha un grosso spessore. E sono grata a Marirì di aver
lanciato il sasso su questo, sullo spessore che c'è
in queste cose.
Un'ultima cosa: mi è piaciuta e sembrata giusta la
speranza di una pietà a cui si allude, senza dimenticare
cos'è la realtà. La ricerca storica e l'esperienza
ci dicono che i manicomi erano luoghi in cui vi erano pratiche
durissime, violente; da questo non si scappa, la storia accademica
ci porta i dati. Però l'idea di una pietà che
forse si è realizzata, di cui Marirì parla (quando
si riferisce alla Pia Unione delle Ancelle della Carità
e dice che era giunta voce che forse c'era una maggior dolcezza
nel modo di trattare le persone), dà anche una speranza
che la storia non sia solo durezza, violenza, crudeltà,
che secondo me, passando gli anni, è il grande tormento
che abbiamo tutti perché continuiamo a stare dentro
a delle storie violente, terribili, come le guerre di adesso,
che non si riesce a 'scampare'. Però la possibilità
che si siano operate, anche nel passato, in questo primo '900,
delle mediazioni, che ci sia stata la capacità di mediare
qualche cosa, da parte di donne ma forse anche di uomini (non
sappiamo quanti uomini avessero capacità soggettive
di dolcezza, di tenerezza) mi colpisce anche come dato culturale.
Sto pensando, stimolata da Marirì, a cercare che cosa
succedeva in quegli anni a Genova, a Savona. Forse non a caso
mi viene in mente un istituto religioso nel quale si ebbero
capacità di mediare fra mondi culturali diversi. Penso
ad esempio a una donna laica come Maria Montessori,
che mise in piedi a Roma una prima Casa dei Bambini (non un
asilo o una scuola materna) per gli orfani del terremoto di
Messina con le francescane Missionarie di Maria (quindi un
istituto religioso), ma nello stesso anno ci fu una Casa dei
Bambini a Milano, alla Società Umanitaria, diretta
da Anna Maria Maccheroni. L'Umanitaria era tutto un altro
mondo, anticlericale, con sfondi forse anche massoni
Come mai queste donne ebbero la capacità di operare
mediazioni raffinate, sperimentando, anche in epoche in cui
c'erano rigide contrapposizioni ideologiche, politiche, sociali?
Anche l'andare a riscoprire queste realtà è
uno stimolo a pensare che veramente la storia in parte dobbiamo
ancora farla, ad avere presente questa complessità.
Anche su questi istituti infatti esistono visioni contrapposte:
ci sono le glosse che vogliono vedere le monache durissime,
repressive, ed è una verità anche questa, ma
poi ci possono essere anche altre capacità di mediazione
Questo non vuol dire non vedere le crudeltà, le durezze,
ma è il tentativo di mettere assieme tutto questo...
In questo senso il libro di Marirì mi sembra un grosso
stimolo a pensare.
Luciana
Tavernini
Volevo riprendere il discorso fatto da Milagros sul bisogno
di riscatto. Immagino Marirì di fronte a questa storia:
se non l'avesse tirata fuori, immagino che si sarebbe sentita
complice. Io, almeno, mi sarei sentita così: complice
mantenendo il silenzio. È un po' quello che dice Duoda,
o almeno io l'ho capito così: i figli glieli hanno
portati via, lei si sente schiacciata dal fatto di non averli
salvati, e allora qual è la reazione? Quella che abbiamo
anche noi, e che Milagros ha esemplificato parlando dei suoi
allievi rispetto all'Olocausto: il mettersi dall'altra parte,
dalla parte di coloro che condannano quelli che l'hanno fatto,
e così arriviamo alla contrapposizione. Mi pare che
Marirì abbia fatto proprio questo riscatto della
storia, attraverso l'amore, e mi pare che sia un passaggio
forte: quello di riuscire a dare parole e, dando parola, avere
la libertà per sé. Altrimenti si resta schiacciati
dall'incasellarsi in una posizione, e si ha meno libertà
di vedere. Anch'io, se ripenso a certe storie della mia famiglia,
o del periodo brevissimo in cui sono stata dalle suore, sono
tentata in questo senso. Avevo ad esempio esperienza sia di
suore buone che di suore cattive, ma tendevo a rappresentarmi
solo suore cattive, perché questa rappresentazione
è dentro un filone consolidato di narrazione e anche
perché l'aver patito rende maggiormente presente quell'aspetto.
Un altro punto che io ho sentito come importante (e mi riallaccio
al discorso fatto da Freccero) è quale metodo inventare
per riuscire a non separarci? Lei ha parlato del linguaggio.
Io credo che sia necessaria l'empatia. Non nella maniera
che intende Benjamin, dell'empatia come immedesimazione, che
lui condanna perché ci si mette dalla parte del vincitore.
Penso invece all'empatia come capacità di continuare
a mantenere la propria individualità, ma aprendosi
all'altro, che è sconosciuto. In questo senso Marirì
dice che parte dalla penuria e non pretende di avere già
una definizione dell'altro, di conoscere l'altro. Questo lo
pratico anche nella mia vita: proprio partendo da una penuria
di conoscenza, mi metto in gioco. Così si è
messa in gioco Marirì. L'empatia è una pratica
nominata dalle donne (Stein, Arendt e altre
vedi Laura
Boella, Sentire l'altro. Conoscere e praticare l'empatia,
Raffaello Cortina, Milano 2006) e sentita come modo di relazionarsi
con gli altri, per conoscerli e per non schiacciarli nella
propria immaginazione o in una visione ideologica. Mi sembra
che Marirì abbia utilizzato l'empatia per la storia.
Sandra
De Perini
Ho fatto venire Marirì a Mestre ed è stato un
bellissimo incontro: le donne hanno tutte letto questo libro
e alcune sono rimaste un po' deluse, perché avrebbero
voluto sapere di più della storia della nonna. Ritorno
a quella domanda: può una storia privata diventare
simbolica, emblematica? Ho avuto l'intuizione che si può
fare questo tanti anni fa, quando ho letto il libro di Luisa
Muraro La signora del gioco (ripubblicato quest'anno La signora
del gioco.La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime,
La tartaruga-Baldini&Castoldi, Milano 2006). Alla fine
di quel libro si parla di restituire senso a queste migliaia
di donne che sono state processate e messe al rogo come streghe,
e quella è una delle immagini terribili della storia
che chiede riscatto. Muraro nel libro dice che si sentiva
chiamata da queste donne per restituire loro un senso. Lì
c'è stata per me una riflessione: chi fa ricerca storica
torna indietro nel tempo perché vorrebbe che le cose
potessero essere andate diversamente, quindi come per cambiare
il corso della storia e inventare nuove possibilità,
anche se il passato ha nel senso comune una condanna di irreversibilità
Mentre noi sappiamo che il passato può essere reversibile:
si può ritornare indietro, raccogliere un messaggio
che le donne del passato ci hanno lasciato nascosto negli
oggetti, nei mobili, se non avevano parola. Quelle venute
prima della ricerca delle scrittrici del '900, dell'800 sono
state molto spesso donne senza parola, ma noi in questi anni
abbiamo fatto ricerca storica e abbiamo ricollegato le donne
trovatore, le preziose, le donne dei salotti, le donne dell'800,
le rivoluzionarie, le socialiste
tante figure di donne
che hanno parlato nella storia, che hanno detto, preso posizione,
che si sono anche schierate.
A me è piaciuto molto il discorso di Milagros, quando
diceva che in fondo nelle ricostruzioni riguardo al nazismo,
all'Olocausto c'era sempre, implicitamente, l'odio verso il
tedesco, il popolo tedesco. Anch'io sono sempre stata sospettosa
di una storia delle donne in cui c'era sempre, sullo sfondo,
il simbolico maschile - l'uomo che fa ingiustizia, violento
- e che quindi alimenta quasi un odio nei confronti del sesso
maschile, quasi un bisogno di risarcimento e di riscatto verso
quest'uomo che non ha saputo amare le donne. Io non ho visto
altri libri come questo di Marirì. È unico
Non c'è nessun risentimento nei confronti ad esempio
del marito della nonna, o rispetto alla famiglia. Sarei molto
curiosa di sapere come poi è stato accolto questo libro,
nella famiglia, perché Marirì anni fa aveva
raccontato che c'era stato un conflitto. E io so che ogni
volta che si vuole raccontare la versione dei fatti in famiglia
nascono un sacco di problemi, di conflitti
Però
questo libro è tenuto in maniera talmente delicata,
sul filo
Non è mai solo storia personale
Per me c'è riscatto, e c'è la figura simbolica
di tutte quelle donne che avremmo potuto essere anche noi,
se non avessimo fatto un percorso che ci ha dato la forza
di resistere alla follia. Perché la follia è
dentro di noi, è accanto a noi, ci è stata sempre
presente nella storia, nel nostro passato, e anche oggi ogni
tanto si manifesta nelle notizie di cronaca (ad esempio, le
donne che si suicidano, o che ammazzano i loro figli, e che
mi interrogano sempre). A me sembra che in questa figura emblematica
della nonna, che non è solo la nonna di Marirì
e basta, ci sia il riscatto di tutte quelle donne che stanno
prima di noi, un passo più indietro di noi, e che attraverso
questa figura di nonna sono entrate in contatto con noi. Perché
non è che da lì lei prenda spunto per fare un
libro di metodo storico: può sembrare anche così,
ma per me non è così.
Giovanna Palmeto
Sono venuta qui da Savona con Gabriella e Marcella perché
Marirì ci ha invitato, per ascoltare soprattutto, e
anche per dire qualcosa sul suo libro. La cosa che mi ha colpito
di più del suo libro, e per la quale mi sento di potere
- molto minimamente e modestamente - rispondere all'interrogativo
con cui Marirì ha concluso il discorso, è che
lei dica: "Mi chiamava da sempre, ed io ero distolta,
facevo altre cose, studiavo, scrivevo un libro sulle trovatore,
su Ildegarda, mi occupavo di Guglielma di Rosers
"
Una ricerca importantissima peraltro, secondo me, perché
è importante dare voce a queste donne che hanno contato
tantissimo nel passato e che vanno riscoperte, riportate alla
luce da noi, adesso, perché ci serve
Lei dice
anche "forse ho dovuto affrontare il problema della malattia
agli occhi per potermi fermare a pensare, riflettere, e finalmente
sentirla: lei mi chiamava da sempre, ma io non riuscivo a
sentirla, ero occupata, distolta". Secondo me, Marirì,
non eri distolta. Era la tua strada, un percorso che dovevi
fare. Dovevi arrivare fin lì per poter poi, da lì,
andare a dare finalmente voce e vita alla nonna che, come
diceva Sandra, era la nonna di tutte noi, perché ognuna
di noi ha, nella propria famiglia, nella propria storia, situazioni
simili, analoghe: se cominciassimo a raccontarle non finiremmo
più
È veramente la storia di tutte ed
è fondamentale seguire l'itinerario che ha portato
Marirì a scrivere La voce del silenzio, e riflettere
su questo che è un percorso di vita interiore, prima
che un discorso di ricerca storica. Sono molto d'accordo
con Gabriella: ci sarebbe da pensare a nuovi filoni di ricerca
e di scrittura storica, ma innanzitutto c'è da indagare
sulla nostra interiorità. Credo che sia importante
per ciascuna di noi, proprio per il discorso del riscatto
che è forte, vero. Che è riscatto, ma anche
remissione.
María-Milagros Rivera Garretas
Mi sembra che la cosa più importante che porta fuori
in questo libro Marirì è il guadagno di libertà
che la storia può portare all'autrice, alla storica.
Penso che la redenzione, il riscatto è di me, di me
come storica, di questa storia che si annida in me e che mi
fa stare nella vita in un certo modo, a volte anche ideologico,
perché non trovo il simbolico per farlo venir fuori.
In questo senso è un libro unico. Io le chiederei:
"Qual è stato il tuo guadagno di libertà?".
Quando traducevo Duoda pensavo: "Lei ha potuto scrivere
il libro quando si è sciolta, assolta dal delitto degli
altri, del marito: quando non era più attaccata a questa
necessità di rivincita". Penso che fra le storiche
(fra le donne soltanto, non dico fra gli uomini, in questo
caso), nella mia generazione e anche in quelle successive
di storiche universitarie, c'è molto bisogno di libertà.
Siamo molto libere in tante cose, ma non abbiamo un guadagno
di libertà che venga dalla storia che scriviamo. Non
troviamo redenzione alle nostre storie personali, genealogiche
Ad esempio, la guerra civile spagnola è sempre studiata,
anche dalle donne (e donne bravissime, come storiche, tradizionali
ma bravissime), con uno sfondo ideologico: la destra e la
sinistra
Ma la realtà femminile è un'altra
Quello è il sociale
Noi siamo lì, ma siamo
anche in un altro luogo, oltre il sociale
E lì
il guadagno di libertà non viene, con quella storia
ideologica. È vero che vogliamo riscattare le donne
del passato perché sono quelle che vogliamo conoscere.
Però penso - e insisto - che questo riscatto, questa
redenzione è dentro di me, come storica., una volta
libera da queste cose pesanti del passato. Penso che Duoda
abbia potuto creare il suo libro (che si legge ancora oggi,
dopo più di mille anni) quando si è liberata,
sciolta da questo ostacolo del grandissimo e terribile crimine
compiuto dal marito. Duoda ha iniziato il libro nell'841 (quando
il marito ha portato via anche il figlio più piccolo,
che non era stato ancora battezzato) e l'ha finito nell'843.
Nell'844, poi, Carlo il Calvo ha fatto ammazzare il marito.
Quella del marito di Duoda, come storia di vita, non è
stata una storia grande; non è arrivato molto in là.
Invece lei, con questo rapporto, questa amica, ha trovato
la libertà sufficiente per scrivere, per creare quello
che doveva essere fatto da lei.
Laura
Minguzzi
Mi sembra che questa ricerca sulle donne famose del passato
(la ricerca di Marirì sulle Trovatore, o quella
che abbiamo fatto insieme in Libere di esistere - http://www.url.it/donnestoria/testi/libere/apertura.htm)
sia ritornata dentro, come un boomerang: ed è
qualcosa che non avevamo previsto, che non avevamo messo in
conto. L'imprevisto della storia, quindi, l'abbiamo fatto
accadere noi. Ci è ritornata dentro questa libertà
che abbiamo visto nel passato in queste donne (Ildegarda,
Marina, Eufrosina, le Trovatore), e abbiamo cominciato
a dare corpo alla nostra storia irrisolta, a quello che
non avevamo elaborato di noi stesse, della nostra storia italiana
degli anni '50
Ognuna si è trovata a dover fare
i conti con queste "viscere" che sono venute fuori:
per fortuna avevamo creato degli strumenti politici, simbolici
per poterne parlare, perché poteva anche essere una
cosa distruttiva
Marirì
Martinengo
Milagros parla di riscatto da una colpa; di una colpa che
si può riscattare. Questo in Libere di esistere
(SEI, Torino 1996) non c'era. Milagros parla di riscatto,
di redenzione: non di perdono. Mi ha colpito molto questa
differenza, è una cosa importante. Il riscatto,
la redenzione come una cosa che si sente dentro, che scioglie
e che fa in modo che ci si possa incontrare, poi, anche con
quelli che ci hanno fatto del male. Milagros allarga il
discorso alla guerra civile spagnola, alla Shoah, per dire
che riscattare una colpa può servire anche per la storia
non soggettiva: per aprire strade di libertà.
Traudel
Sattler
Anche per me il nesso che Milagros fa con la Shoah
è importante, perché è una cosa che io
naturalmente mi porto sempre dietro (Traudel è tedesca,
n.d.t.), e non c'è mai stato un modo per uscire da
questa cosa
Mi ricorda anche la storia della mia famiglia:
delle persone rinchiuse nei campi di sterminio fino all'annientamento
si parla, in famiglia, soprattutto con allusioni. Gli uomini
tendono un po' a giustificare, a dire "ma noi pensavamo
che fosse il socialismo
"; le donne ne testimoniano
un po' con vergogna, e con molto dolore; quando mia madre
racconta di come ha assistito alla deportazione di ebrei a
me viene da piangere
Nel movimento delle donne in
Germania ci sono stati due momenti: un primo momento in
cui le donne si assolvevano in nome dell'estraneità
e per l'impossibilità (a causa dell'amore per la
madre) di colpevolizzare queste persone, fra cui c'erano le
mamme, le nonne, le zie
Poi, anche a causa di un libro
sulla connivenza femminile con il nazismo (Christina Thürmer-Rohr,
Mittäterschaft und Entdeckungslust, Orlanda Frauenverlag
Berlin 1989), è subentrato un capovolgimento per
cui le donne, le madri venivano accusate di complicità;
e anche questo è stato devastante
Non si è
ancora riusciti ad uscire da questa impasse: o la negazione
(per cui la madre non c'entra niente), o l'accusa di complicità.
In questo dibattito, invece, emerge una cosa nuova, e una
strada che io posso pensare fattibile anche per me.
Gabriella
Bonansea
A proposito di questo rapporto che c'è tra la storia
e l'io interiore di chi la scrive, penso che bisogna fare
un atto di distanziamento
lasciare andare
perdere,
anche
Un grande mistico francese, Michel de Certau,
dice che la conoscenza è il prezzo della perdita;
che noi non conosciamo quando riproduciamo quello che già
abbiamo, cioè l'identico, ma quando ci lasciamo sfidare
da qualcosa che non avevamo previsto. E però lo conosciamo
lasciandolo andare, vedendolo nella sua differenza, non nella
sua identità con noi. Qui quindi chiamiamo in causa
anche questa straordinaria categoria della differenza. Dunque
lui vede in questo lasciare andare un atto di libertà,
e penso che sia così. C'è un disegno, anche
arcano, nella nostra vita, che noi non vediamo e che la scrittura
svela: è questa la forza della scrittura
Allora
l'incontro con una figura del passato, la nonna
è
tutto un disegno che lentamente si compone. È il disegno
della nostra vita, che sta sotto, o sopra
Questo è
molto forte, perché tendenzialmente nella storia maschile
non si arriva mai a tematizzare questo nodo, perché
si teme
Pensavo anche a quando Marirì diceva:
"Ho scritto di questa donna, però non volevo sapere
più che tanto, rispetto alla memoria familiare
ho usato delle fonti": è proprio lì, in
questo vuoto, in questa operazione di distanziamento che
può crearsi la mitopoiesi, l'invenzione, che
non è lo stravolgere, ma è mettere in gioco
questo attività della mente, anche della propria memoria,
è dare forma - nuova forma - per dare vita.
Anonima
Non ho letto il libro, ma sapevo di questa presentazione e
sono venuta
E ritorno alla domanda che è stata
posta prima - e che mi sembra molto importante - riguardo
al suo essere fuori dalla storia, o dentro la storia. L'essere
fuori dalla storia, in questo caso mi pare voglia dire rifare
la storia in un modo totalmente diverso. Si è parlato
di memoria, ed è come se la costruzione di tante memorie
(anche private) potesse costruire un grande simbolico, e quindi
una grande storia (che può essere 'non storia', nella
rete di un potere come quello che c'è adesso
).
Luciana
Tavernini
Uno dei problemi forti che hanno le donne - e che portano
alla depressione - è proprio quello di assumersi
il delitto del mondo, i grandi delitti della storia
Il sentirsi compartecipi del delitto, perché non si
riesce a fermarlo. Mi sembra che qui venga fuori una strada
diversa: quella di cominciare a raccontare la storia che capita
dentro di sé rispetto a questo assistere; e in questo
assistere, non prendere una posizione o l'altra per liberarsi
da questo peso, altrimenti succede quello che ci dice Wanda
Tommasi (La scrittura del deserto in Diotima, La
magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005), la depressione,
la mancanza di parole delle donne.
Marirì
Martinengo
Torno alla questione che aveva posto Gabriella, che (se la
so porre bene) è quella delle regole, di quale relazione.
Mi pare che parlasse di regole nella relazione, di
mediazioni politiche. Volevo sapere se hai già pensato
a una risposta
Gabriella
Freccero
Penso che questo modo di fare storia deriva da una pratica
politica: non è che qualcuna, al suo scrittoio, improvvisamente
se lo è inventato
Questo è anche un problema
perché la disciplina storica ha anche bisogno di gambe
sue su cui correre: non è che si può sempre
andare a chiedere il sostegno alla politica delle donne. È
giusto riconoscere l'origine, dire che questo tipo di storiografia
nasce da una pratica politica, ma deve anche poi darsi delle
regole sue, autonome, da pensare. Tutte le donne che fanno
storiografia di questo tipo devono essere anche necessariamente
coinvolte in un discorso politico? Possono fare riferimento
ideale alla pratica politica, ma senza un gruppo politico
di riferimento, da frequentare giorno per giorno? Possono
fare una pratica propria? Possono 'slegarsi', nel senso di
trovare un filone proprio, che sa la sua origine, ma che poi
prosegua, vada avanti, senza dover per forza appartenere a
un gruppo della politica delle donne per poter fare questo
tipo di storiografia? Vorrei che la storiografia avesse delle
sue regole autonome
Clara
Jourdan
Rispondo brevemente su questo punto, perché mi sembra
di risentire sempre questo tentativo (che viene fatto anche
in altri ambiti): che i guadagni della politica delle donne
possano diventare un metodo, una tecnica
Io lo trovo
illusorio, perché la politica non può essere
una cosa a parte, da cui ricavare regole per farne poi un
metodo separato
Quello che nasce dalla politica può
essere usato proprio se resta politico; se diventa una tecnica,
diventa un'altra cosa. Non penso che la politica sia necessariamente
appartenere a un gruppo; questa può essere una forma,
ma la pratica politica è un modo di relazionarsi
con il mondo; quindi la fecondità di questo modo di
fare storia è dovuto a questo. Niente impedisce
a una storica di fare una pratica politica, se non la considera
una cosa separata.
Laura
Modini
Clara ha detto le cose che io volevo dire per un altro ambito.
È chiaro che questa politica ampia ha fatto strada
e ha seminato in tanti ambiti. Faccio l'esempio del cinema
delle registe di cui mi interesso da 15 anni, e posso
dire che alla domanda se questa storia, questa figura femminile
può essere emblematica, io rispondo di sì. Porto
l'esempio di due film di registe, La governante
di Sandra Goldbacher e La vita segreta delle
parole di Isabel Coixet in cui sento il procedere
di un modo di fare storia diverso. Ne La governante
c'è una figura emblematica: questa regista ha
raccolto tante storie possibili di donne del periodo fine
'800, e ha elaborato questa figura femminile che ipotizza
essere la prima donna fotografa; mentre ne La vita segreta
delle parole io sento un parlare nuovo, in cui c'è
questo concetto che tu hai dato e che sento molto utile, molto
fecondo: non più il perdono, non più l'odio,
ma la redenzione. Quando questo vissuto tenuto nel
profondo esce, prende piede ed è ascoltato da un'altra
persona, non c'è più odio, ma il desiderio di
esternare, tirar fuori questa sofferenza, che è possibile
in altre donne: e qui sta l'emblematicità. Questa figura
femminile che la regista ha delineato è emblematica
di tante storie di donne che hanno vissuto l'esperienza tremenda
della Bosnia.
Pasqua
Teora
Sono felice di essere venuta ad ascoltare questa presentazione:
è stato interessantissimo e molto commovente. Il mio
contributo vuole andare nella direzione di evidenziare che
sempre di più ci sono donne che rispondono sì
a una specie di chiamata. Sono tante le cose che vanno raccontate
perché non debbano ripetersi, e in questo senso credo
che il tuo lavoro sia un esempio dell'essere dentro la
storia e fuori la storia, per cambiare la storia.
Marirì
Martinengo
Ringrazio Milagros che è venuta da Barcellona e ci
ha portato questo grandissimo contributo, che ho molto apprezzato:
una lettura imprevista che ha aperto a tutte noi inaspettati
orizzonti.
Trascrizione
del dibattito, non rivista dalle autrici, a cura di Silvia
Marastoni; revisione e sottolineature di Luciana Tavernini
e Marina Santini.