Donne e conoscenza storica

 

 

Intervento

Gabriella Freccero

Provo a rispondere alle sollecitazione poste dal venerdi 20 febbraio al Circolo della Rosa.
Partiamo dall'intervento di Mariri a Montegiove: si tratta della narrazione del suo disagio nel non disporre di prove (immaginiamo lettere, documenti, nastri registrati, testimoni oculari) per ricostruire la vita di sua nonna. Poiché lei pone questa ricerca in qualche modo a fondamento della sua attività di storica ("ho indagato sulle radici profonde del mio voler far ricerca storica") ci comunica un problema di fondo della sua attività che non a caso si riverbera su tutto il resto della ricerca: nella storia delle donne ciò che è oscuro è talmente prevalente che la stessa scommessa di fare luce è molte volte disperata.Lei non trova documentato da nessuna parte un nesso che ha intuito sulla trasmissione dell'eredità delle trovatore alla civiltà dei salotti seicenteschi; "sa" con ogni buon senso che è così ma non trova diremmo la pezza d'appoggio, il documento, la prova provata.

C'è poi l'interrogativo se la storia di sua nonna sia da considerarsi storia, e in che rapporto stia con la Storia di cui dovremmo occuparci; che è il problema del perché occuparsi di storia per una donna.
Innanzitutto conviene discutere del perché la storia si fa con i documenti.
C'è un bell'intervento dello storico francese Jacques Le Goff cui mi rifaccio per la discussione (vedi www.ossimoro.it/storia.html). La Storia non è sempre esistita: ha una data di nascita, la seconda metà del 17° secolo, nasce nell'età dei Lumi con altri concetti importanti come la politica la religione e l'economia come oggi le conosciamo. Si costituisce come una scienza; ma, come ricorda lo studioso, alla prospettiva propriamente razionale se ne è sovrapposta una ideologica: la storia sostituiva la Provvidenza, spiegava oscure ere, si sposava con l'idea di progresso e alimentava il concetto di nazionalismo.Nel 19° secolo si costituiscono gli apparati eruditi della disciplina : archivi, istituzioni culturali, metodologie: si elegge il documento primaria a fonte storica, si definisce l'importanza delle scienze ausiliarie, innanzitutto la cronologia..Ma già agli inizi del XX secolo si va definendo un concetto diverso di storia, che Marc Bloch così definisce: "la storia è la scienza degli uomini non nel passato , ma nel loro tempo; è la storia del mutare degli uomini e delle società nella società dei tempi".La storia è scienza della vita, per Bloch "sono gli uomini che lo storico vuole afferrare:chi non li raggiunge non sarà altro che un manovale dell'erudizione:il bravo storico, lui, assomiglia all'orco delle favole:là dove fiuta carne umana, là è la sua selvaggina".

Di qui il giudizio sulla scienza storica del 19° secolo: è dice Le Goff "piuttosto un blocco che un'acquisizione vivente.Risulta da una abdicazione dello storico davanti al documento, da un ingenuo ottimismo nel potere del documento, una volta che la sua autenticità è stabilita, di imprigionare la conoscenza storica". Fulcro della critica alla prospettiva positivista diviene la rivista fondata a Parigi da Lucien Fevbre e March Bloch (ariano uno e ebreo l'altro, morto torturato dai nazisti)Annales d'histoire économique et sociale del 1929.Paul Veyne afferma che "la storia deve essere una lotta contro l'ottica imposta dalle fonti" e Michel Foucault addita la trasformazione del documento in monumento; la storia lascia sul terreno (quando si è fortunati, aggiungerei) una massa di elementi che si tratta di rendere pertinenti.Il fatto storico è il risultato dell'intervento dello storico sulla materia, non un manufatto bell'e pronto da rinvenire e mostrare a chi distrattamente non l'ha rilevato. La storia è una creazione, una costruzione di senso; è anche un discorso scritto , una narrazione.Dagli sviluppi della scuola francese prendono piede negli anni 70 del XX secolo soprattutto in ambito anglosassone le prospettive di riduzione dell'importanza della storia materiale a favore del linguistic turn o svolta linguistica inaugurata da Metahistory di Hayden White(Metahistory.The Historical Imagination in Nineteenth-Century Europe, Johns Hopkins University Press 1973) , che enfatizzano l'importanza dell'aspetto narrativo della storia e arrivano a minare gli stessi presupposti di vero/falso tradizionalmente accettati dalla disciplina e aprono in alcuni esiti ad inquietanti risvolti come il negazionismo ad esempio sulla shoah (vedi di Enrico Castelli Gattinara "La svolta linguistica in storia : uso e abuso" su www.intermarx.com/ossto/Castelli.html).

Questo per dire che nella prospettiva attuale la storia (al maschile)è una disciplina inquieta, attraversata dalle correnti del post-modernismo, dalle scienze sociali e dall'antropologia, in bilico tra la nostalgia per il passato positivista e l'incognita linguistica e narrativa cui va incontro.
Il fatto della nascita di un soggetto femminile che si affaccia alla storia non è preso in considerazione da Le Goff , ma ovviamente esiste e va ad alimentare la crisi della disciplina: che succede se chi non è previsto come soggetto si mette a fare storia? Se le donne non hanno un ruolo pubblico e sociale, che significa lo studio dell'uomo nella società del tempo, lo studio del solo soggetto maschile? Ovviamente non è così, e gli studi di storia delle donne sono andati a spulciare testimonianze che avrebbero fatto inorridire gli storici positivisti del 19° secolo, come diari, lettere, resoconti privati, quintessenza della soggettività e che poco hanno a che spartire con un testo come un trattato di pace o un contratto di affitto di un terreno per la storia economica. Ma spesso avere testimonianze provenienti dal privato è già uno status di estrema fortuna nell'indagare le donne nella storia; me ne sono resa conto durante il lavoro di tesi su Aspasia di Mileto.Nulla è rimasto di lei, né lettere, né opere né trattati filosofici, nulla se non le testimonianze di autori antichi variamente disposti nei suoi confronti; che storia si scrive in questo caso? Certo una storia della fortuna di Aspasia, più che della donna stessa; ma anche in parte una storia delle mentalità, del maggiore o minore grado di misoginia degli autori, di correnti di pensiero non tutte orientate al negativo sul riconoscimento dell'autorità femminile.Eppure qualcosa della sua figure emerge ugualmente, come un eidolon più volte riprodotto in una stanza degli specchi che si rimandano una sua immagine variamente deformata ma in qualche modo ancora percepibile; come nel Nome della Rosa "nunc cognosco per speculum et in aenigmate", ("tunc autem facies ad faciem", se ma ci arriveremo).

Non condivido quindi l'atteggiamento riportato nel resoconto dell'incontro come attribuito a Cristina di ritenere di poter fare storia solo a partire da documenti accessibili a tutti; riportando le critiche già condotte in sede di storiografia maschile, tanto più la critica al documento è vitale per la storia delle donne; senza arrivare a sostenere costruzioni storiche di pura fantasia - non tutta la lezione positivista è da buttare - posizione che peraltro la corrente storiografica americana prevalente sta costeggiando e corteggiando, il documento è semmai foucaultianamente da considerare il punto di partenza dell'indagine.Lo scontrino della spesa nella tasca del cadavere è l'inizio dell'investigazione, ma potrebbe non condurre al ritrovamento dell'assassino, potrebbe non spiegare niente. Al limite, anche la mancanza di documenti può essere il punto di partenza dell'indagine; se non si può disegnare una figura se ne può indagare tutto ciò che la contorna ; come una figura ritagliata nel cartoncino, la si può vedere al positivo - il ritaglio - o al negativo per la forma che il cartoncino residuo disegna attorno alla figura, disegnandone il vuoto lasciato che è ancora una forma.

Noi leggiamo la storia per un bisogno che al livello filosofico del soggetto approfondisce bene A.Cavarero in Tu che mi guardi, tu che mi racconti; noi, tutti , uomini e donne abbiamo bisogno di sapere chi siamo attraverso qualcuno che ci racconti la nostra storia. Si può aggiungere che la stessa domanda riguarda anche il nostro livello collettivo; il chi siamo delle donne ci aspettiamo di trovarlo leggendo una storia delle donne, attraverso il confronto fra noi stesse e le donne nei loro tempi storici , per riprendere adattandola la definizione di Bloch.

Cavarero parte dalla convinzione della filosofa Hannah Arendt che ogni soggetto non può conoscere realmente chi è, la soggettività consistendo non in qualcosa riposto intimamente nel soggetto, ma in ciò che l'azione del soggetto rivela agli altri; ne consegue che solo un altro può conoscere la mia soggettività, avendomi visto agire, e farmene partecipe attraverso il racconto della mia storia. Nei primi capitoli analizza questa prospettiva nelle figure mitiche di Edipo e Ulisse , l'uno che nella risposta alla Sfinge rivela la propria sorda incapacità di cogliere sé stesso e che lo conduce diritto verso il proprio destino, l'altro condotto al pianto dal canto dell'aedo nell'isola dei Feaci dall'emozione che lo svelamento della propria storia gli causa.
Arriva poi a ricostruire una storia narrata nel celebre Non credere di avere dei diritti della Libreria delle donne di Milano , la storia delle due casalinghe di Milano Emilia ed Amalia iscritte ai corsi delle 150 ore. Dovendo mettere per iscritto le loro vite, Emilia ha molte difficoltà, piange e si lamenta di non saper scrivere la propria storia, mentre Amalia è più disinvolta nel narrare e si offre di scrivere la storia di Emilia per lei. Emilia rimane talmente impressionata dal dono dell'amica da portare sempre con sé in borsetta la propria storia messa per iscritto, e rileggendola spesso si commuove al pensiero che finalmente la sua vita è racchiusa in un documento reale, ha assunto una forma definita.

Emilia piange come Ulisse a sentirsi narrata come protagonista delle proprie vicende, avendo così avuto accesso alla sua identità in forma tangibile.Ciò che Emilia non sopporta, dopo avere appreso frequentando il corso che "il mio io esiste", è che di questo io non rimangano altro che frammenti dispersi , una sequenza intollerabile di atti e gesti privi di senso, una vita empirica che non disegni una storia. Ma se questa è solo una storia per quanto bella, privata, la narrazione delle proprie storie assume valenza politica e storica attraverso l'autocoscienza femminista, la costituzione del gruppo come spazio pubblico dove la reciproca narrazione di storie diventa costituzione di un sé .Chi scrive storia credo debba tenere presente questa aspettativa di chi legge di sentirsi narrare una storia che non è la propria, quindi non ha il carico emotivo che la storia di Emilia ha per lei stessa, ma che ugualmente emoziona chi legge a causa di quell'inestinguibile senso di essere il prodotto di tutte le generazioni passate pur essendo un individuo del tutto nuovo - il senso della genealogia che nelle donne è così forte perché spezzato e obliterato dal patriarcato.

Un esempio di come fare storia delle donne nei loro tempi mi pare quello dell'archeologa lituana Marija Gimbutas (vedi scheda su www.arabafelice.it)
Sin da bambina coltivò l'interesse per il folclore e l'etnologia della sua terra, che erano ancora molto presenti nelle storie della sua famiglia e fra le donne di servizio nella sua casa..Laureatasi in archeologia ed emigrata negli Stati Uniti, iniziò a vedere chiaramente che la civiltà indoeuropea si era sovrapposta ad un preesistente periodo riferibile all'età del Bronzo che lei chiamò società dell'Antica Europa, dalle connotazioni assai diverse indiscutibilmente valorizzanti gli elementi femminili e pacifici ; andò avanti per molti anni in sostanziale solitudine a sostenere le sue tesi, incontrando solo in età avanzata il femminismo e dovendo gran parte del successo editoriale dei suoi libri proprio alla lettura da parte di donne non specialiste della sua ipotesi scientifica. Generazioni di studiosi avevano avuto per le mani i resti delle società europee antiche, ma a nessuno era venuto in mente di vedervi testimoniata l'impronta di una società socialmente matrilineare originata dal culto centrale per una grande dea e confrontabile per unitarietà e ripetizione di schemi artistici e culturali con l'antica società mediterranea. Lei stessa ammette che senza il patrimonio di conoscenze folcloriche trasmessele in famiglia, dove le dee sono molto presenti, avrebbe difficilmente guardato con occhi diversi i materiali archeologici. Il suo è certo un caso molto fortunato dove l'aver saputo conservare il sapere della bambina che ascoltava i racconti di fate lituani apre le porte a una nuova interpretazione scientifica; racconta anche di una tendenza più generale degli studi delle donne,che la storia di Marirì conferma, di cercare di legare la propria genealogia individuale con le genealogie e i rapporti di ciò che si sta studiando. Si dice banalizzando che le donne la buttano sempre sul personale: è proprio una banalizzazione di un fatto direi antropologico per cui di qualsiasi storia anche remota una donna vuole cercare la radice sotterranea che la conduce fino a lei; è come se le donne avessero sempre saputo ciò che sostiene uno studio attuale, che tutta l'umanità sarebbe discesa da sole sette antenate originarie, e che siamo quindi tutti molto imparentati con tutti (Bryan Sykes, Le sette figlie di Eva.Le comuni origini genetiche dell'umanità, Mondadori 2003).

Il resoconto di Marirì segnala anche un concreto rischio ed ha a che fare con le radici:evitare l'accademismo, cioè l'assunzione di quei linguaggi stereotipi delle discipline che frequentiamo come fosse un ombrello per ripararsi da un senso di inadeguatezza che necessariamente coglie la donna che si cala nello studio come definito dagli uomini passando sopra alla propria unicità incarnata femminile, come direbbe la Cavarero, cosa che lei coglie nell'ascoltare la conferenza su angeli diavoli e streghe (la narrazione voleva essere scrupolosamente oggettiva…la docente non ha detto da quali interessi personali aveva preso le mosse…la sua ricerca e la sua esposizione apparivano asettiche…). Dico cioè di non dimenticare la radice politica della ricerca femminista, che ha schiuso un orizzonte di senso - l'ordine simbolico - inaspettato ma non regalato o sceso dal cielo, guadagnato e acquisito da una pratica politica di donne.Si può fare ricerca sulle donne anche non partendo da questo presupposto, come è il caso evidentemente della docente della conferenza, ma è una storia diversa e un diverso ordine del discorso, che apparenta a genealogie maschili e ai loro - ultimamente un po' in crisi - fasti eruditi; basta esserne consapevoli e chiarire - e chiarirsi - da quale parentela di pensiero si parla