Mercoledì
8 marzo 2006 al Circolo della rosa di Milano si è discusso
di questi temi a partire dal libro di Anna Santoro certincantamenti
(Marsilio 2005).
La poesia cosa aggiunge alla politica e all'economia?
Si può farne una pratica politica?
Che misura porta al consumo (-ismo) culturale?
Come riesce ad afferrare la materialità pulsante della
vita?
La discussione è stata avviata da Luciana Tavernini,
di cui riproduciamo l'intervento introduttivo. Clelia Pallotta
ha letto le poesie citate e Anna Santoro ha interloquito con
le presenti.
LA
FORMA DELLO SGUARDO: POESIA E REALTA'
Risonanze tra i testi di Anna Santoro e altre voci femminili
contemporanee
di Luciana
Tavernini
Le riflessioni di oggi sono frutto di una pratica di lettura
dei testi che pone in relazione le risonanze che essi provocano
in me. Io mi colloco nel "tra testi", testi che
risuonano come voce viva di chi li ha scritti. Questa pratica
di mettere in contatto è quella che seguo anche con
le persone che conosco, fa nascere del nuovo che poi percorre
strade a me ignote, pone in movimento.
Più che con la critica letteraria ha somiglianze con
l'alchimia, tanto cara a María Zambrano, o più
modestamente col mio modo di cucinare. Utilizzo ciò
che ho a disposizione, compreso il tempo e come mi sento e
sento in quel momento, e le centinaia di ricette che ho in
mente e qualche nuova che cerco al momento, e poi unisco il
tutto per creare qualcosa che, a giudicare dal modo con cui
i miei annusano e scoperchiano le pentole, se non è
già in tavola, risulta gradita. Non si tratta di proporre
interpretazioni univoche quanto di accostarsi e di accostare,
dicendo le ragioni della vicinanza scoperta perché
altri e altre siano spinti a dire le loro.
Le poesie di Anna Santoro mi hanno accompagnato in questi
mesi, facendo balenare domande e contatti con quello che udivo
negli incontri qui in Libreria e spingendomi a leggere fino
in fondo e più a fondo alcuni testi . Mi riferisco
a Filosofia e poesia di María Zambrano, a Pro e contro
la bomba atomica della sua amica Elsa Morante, a Una filosofa
innamorata di Annarosa Buttarelli, a La diferencia sexual
en la historia della mia amica e maestra Milagros Rivera y
Garretas, a L'aspetto orale della poesia di Ida Travi e al
più bel testo che io abbia letto sulla depressione,
o meglio malinconia femminile e le sue cause individuate attraverso
l'incontro con figure letterarie, e cioè La scrittura
del deserto di Wanda Tommasi.
Proprio per la mia passione per la storia vorrei partire da
una riflessione sulla memoria che Pina De Luca , nell'introduzione
a Filosofia e poesia, trae da Zambrano. "All'origine
della memoria c' è la ricerca di qualcosa di perduto
e irrinunciabile [
] qualcosa che esige di essere nuovamente
guardato." Guardare di nuovo ha il senso del far rinascere,
del restituire pienezza di vita a ciò che si è
lasciato passare e si è visto solo a metà. Ridare
tempo, far sì che ciò che "fu a malapena
vissuto, riacquisti il tempo che gli fu sottratto".
La memoria produce "una lentezza capace di assecondare
la fatica di nascere di cose e pensieri rimasti inespressi
o incompiuti per misconoscimento di un tempo che è
in sé plurale e diversificato", perché
vi è la necessità di un presente ampio, capace
di contenere quel che è stato accantonato nel tempo
accelerato di oggi. "Compito del pensiero deve essere
accogliere nel proprio presente i tempi disparati che profondamente
gli appartengono."
Anna nella poesia Ti sminuzzo memoria (p. 9) mette in luce
il bisogno di nutrirsi di quella parte del passato, quella
che non si impone, "mai dominante", per dare un
senso al presente; e il doloroso lavoro del scegliere, l'esitazione
tra la memoria dominante, consolatoria direi io, e la migliore,
la più cruda e dolorosa, difficile da agghindare, quella
che può davvero lenire "il frastuono dei pianti
e dei silenzi" .
Perché il dolore è anche ciò che ci fa
percepire il reale, come segnalava Artaud, che abbiamo riscoperto
nell'emozionante mostra al PAC , appena conclusasi. E di nuovo
Anna in A volte è un fruscio lieve (p. 34) lo ha ben
presente. Il dolore "un fruscio lieve/ un battito d'ali
di farfalla nelle tempie/" mentre lei vive, "badando
a scostare dalla testa/ lampi di pensieri/", le rende
presente il corpo e l'intelligenza del reale che comporta.
Porta all' accettazione "dell'essenzialità della
vita, colta nelle sue componenti più semplici",
quella che la Bachmann chiama "l'omelia del deserto".
Come ci racconta Wanda Tommasi, quello che salva la protagonista
del Libro del deserto è il lasciar affiorare l'elementarità
del bisogno, "il mistico congiungersi di inspirare ed
espirare, camminare e riposare, l'alleluia della sopravvivenza
nel nulla".10 Così, più gioiosamente, Santoro,
consapevole del pericolo di cadere nell' elegia della sofferenza
come se essa fosse l'unica possibilità per arrivare
alla conoscenza, in Nulla ci è dato intendere (p. 11)
ci presenta l'elementarità della vita nell'erba viva
che "ha tepore di polpastrelli/ lungo il corpo",
nell'aria azzurra alle tue spalle. Tutto è sì
breve, ma il tempo è lungo dentro di noi.
Con l'ultima
poesia si presenta un'ulteriore riflessione sul tempo, vicina
a quella di Zambrano, un senso del tempo che potremmo dire
"estasi del presente". Come dice Annarosa Buttarelli,
mutuandolo da Zambrano, "estasi intesa come stato di
continua e necessaria relazione con ciò che è
qui e ora così da rendere il tempo incessantemente
presente [
] verso cui ci si può disporre in una
relazione vivente che ricerca senso mentre le cose accadono
e mentre le cose parlano: una relazione di ascolto in compresenza."11
Quello che noi chiamiamo politica del simbolico e che consente
di "svolgere uno speciale servizio all'umanità:
offrirsi - offrire le proprie letture di ciò che accade".12
Presente quindi non come "sinonimo di attualità,
perché se tutto fosse attualizzato, esaurito nella
potenzialità di essere, non ci sarebbe lo spazio per
portare alla luce l'invisibile del presente, invisibile che
spesso si offre come una possibilità non percepita
dal senso comune. Inoltre, nel presente restano e resistono
frammenti di altri tempi e tutto si gioca nella capacità
di saperli leggere, slittando su un piano non aderente al
presente stesso. Questo tipo di slittamento senza sradicamento
e senza fuga è ciò che sembrano fare più
donne che uomini [
]".13 E' ciò che ci permette
di tenere vivo il rapporto con le giovani e i giovani. Come
dice Anna in Alla tua età - amore mio - (p. 78), dedicata
a suo figlio e che io, a mia volta, ho inviato al mio, occorre
"farsi trafiggere il cuore" nel riconoscere in loro
ciò che è rimasto vivo del nostro passato e
renderlo perciò ancora vivo.
Infatti, come dice Elsa Morante in Pro e contro la bomba atomica,
e come ci ha ricordato in modo appassionato Francesca Comencini14
quando ci ha presentato il suo documentario sulla scrittrice,
allo scrittore, al poeta "sta a cuore tutto quanto accade",
e aggiunge "fuorché la letteratura".15 Interessa
il reale.
"Il realismo è uno sguardo ammirato sul mondo
che vi si depone senza pretesa di ridurlo a qualcos'altro."16
Tale ammirazione disinteressata è un essere innamorati
del mondo, è un legame amoroso senza che vi sia la
violenza del possesso, è cura e attenzione. Questo
sguardo innamorato, che a volte ci riempie di felicità
perché anche la grazia e l'allegria ci aprono strade
di conoscenza, lo ritrovo in Essere felice da parlottare da
sola (p. 28) dove "/nulla c'è di nuovo eppure
/forse
il sole la luce dietro gli alberi/ quel cane/.
Significa dunque entrare in relazione con la materia "ardosa
y creadora".17 Questa materia che, come ci insegna la
medievista María-Milagros Rivera y Garretas18, nella
cosmogonia feudale era intesa come materia prima, principio
creatore femminile accanto a quello maschile. Questa dottrina,
nei secoli XII e XIII, venne chiamata dei due infiniti19.
Pur condannata come eresia, essa continuò a vivere
nei secoli ad esempio tra le beghine, nel movimento del Libero
spirito, in Juan Huss, in Giordano Bruno fino, come sottolinea
Milagros, a Clarice Lispector. In Vicino al cuore selvaggio
nel 1944 scrive:
"Ma
dov'era in fondo dei conti la loro divinità? Persino
nelle più deboli c'era l'ombra di quella conoscenza
che non si acquisisce con l'intelligenza. L'intelligenza delle
cose cieche. La forza della pietra che, cadendo, ne spinge
un'altra che finisce per cadere nel mare e ammazzare un pesce.
A volte quella stessa forza la si trovava nelle donne che
erano semplicemente madri e mogli, timide femmine del maschio,
come la zia, come Armanda. Eppure quella forza, quell'unità
nella debolezza
Oh, forse stava esagerando, forse la
divinità delle donne non era specifica, consisteva
solo nel fatto che esistevano. Sì, sì, ecco
la verità: loro esistevano più degli altri,
erano il simbolo della cosa nella cosa stessa. E la donna
era proprio il mistero, scoprì. C'era in tutte loro,
una qualità da materia prima, qualcosa che poteva anche
definirsi ma che non si realizzava mai perché la sua
essenza stessa era quella di <<diventare>>. Non
era forse attraverso di lei che si univa il passato al futuro
e a tutti i tempi?"20
Dal XIV
secolo con l'Umanesimo e più intensamente nel XVI secolo
con i tribunali dell' Inquisizione, il principio femminile,
materia prima, venne sottomesso a quello maschile, fino a
sparire, non nella vita né nella strada perché
il mondo non può sussistere. I due infiniti furono
ridotti a uno solo. Tale annientamento giunse al suo culmine
nel XX secolo con i totalitarismi, che cercarono di sradicare
o rendere insignificanti tutte le differenze. Il nazismo fu
un esempio estremo del "regime o politica dell'uno".
Fu nel XVI secolo che si inaugurò una linea storica
e politica che concentrava l'energia umana nell'agire attivamente,
che valorizzava l'autonomia, il non dipendere da nulla, mentre
disprezzava la passività, la ricettività, il
lasciarsi dare.
Invece l'adesione innamorata alla realtà trasforma
il poeta nello spazio vuoto in cui le cose si depongono nel
loro essere materia, in cui l'altro da sé può
manifestarsi.
"Si tratta di tornare alla realtà sommersa da
tutto ciò che viene costruito a colpi di "io"
e di "voler essere", istanze che si sono tradotte
nella storia in modo da renderla catastrofica quando non sanguinaria."21
Penso qui a una poesia di Anna Avanza piedi di piombo (p.
60) che mostra come la decisione della volontà fa avanzare
e massacrare, senza sapersi fermare, senza pensiero.
Compito di chi fa poesia è lottare contro l'irrealtà
(uso un termine di Elsa Morante), testimoniando la realtà,
"perennemente viva, accesa, attuale",22 in cui anche
la morte è un movimento della vita. E' l'elementare
paura dell'esistenza che porta all'evasione da se stessi,
all'assuefazione all'irrealtà, alla disintegrazione
della coscienza umana. Le bombe e i campi di sterminio sono
dunque la manifestazione del disastro avvenuto prima nella
coscienza.
Proprio perché partecipa alla vicenda angosciosa dei
suoi contemporanei e ne ha condiviso rischi e paure, il poeta
(e qui uso il neutro maschile per rispetto a Morante e Zambrano)
può mostrare i comportamenti di chi è assuefatto
all'irrealtà e fissare in faccia i mostri da essi generati.
Penso qui alla poesia Aleggia una cupezza intorno alle persone
intelligenti (p. 18) che ci presenta tre tipi di persone immerse
nell'irrealtà del cinismo, del benessere, della stupidità
che ignora. Una poesia a me particolarmente cara perché
mi ha aiutato a capire la verità delle osservazioni
di mia figlia sui suoi compagni e compagne di scuola e sul
pericolo che lei stessa correva.
Credo
che per Anna la condizione di chi vive nel cosiddetto Sud
del mondo, in particolare dei bambine e bambine, sia quello
che per Elsa furono la bomba atomica e i campi di sterminio.
Mi riferisco a Piccola figlia di mio figlio (p. 58), dove
l'amore per una bimba non ancora pensata diviene veicolo per
la non accettazione di bambini con altri destini che non siano
amorosi.
Non si tratta, per preservare i buoni sentimenti o piacere
alle anime bennate, di travisare la tragedia reale della vita.
Si commetterebbe - dice Morante - quello che il Vangelo dichiara
il peggior delitto, il peccato contro lo spirito. "Il
movimento reale della vita è segnato dagli incontri
e dalle opposizioni, dagli accoppiamenti e dalle stragi."23
"Per quanto, lungo il corso della sua esistenza, possa
accadere al poeta, come ad ogni uomo, di essere ridotto dalla
sventura alla nuda misura dell'orrore, fino alla certezza
che questo orrore resterà ormai legge della sua mente,
non è detto che questa sarà l'ultima risposta
del suo destino. Se la sua coscienza non sarà discesa
nell'irrealtà, ma anzi l'orrore stesso gli diventerà
una risposta reale (poesia), nel punto in cui segnerà
le sue parole sulla carta, lui compirà un atto di ottimismo."
24 Qui Morante racconta la storia di Miklós Radnóti,
un giovane poeta ebreo ungherese, grazioso e allegro, che
piaceva alle ragazze. Portato in un campo di sterminio, ha
continuato a scrivere poesie, fino all'ultima quando, sull'orlo
della fossa dove è stato ucciso, dice: Ora la morte
è un fiore di pazienza. Lì l'hanno trovata insieme
ai suoi resti. "E così ci è rimasta, miracolosamente,
la prova, che pure dentro la macchina "perfetta"
della disintegrazione, che lo annientava fisicamente, la sua
coscienza reale rimaneva integra. E' morto nel 1944. Ma io,
- confessa Morante - solo da poco tempo ho saputo che era
esistito. E la scoperta che questo ragazzo ha potuto esistere
sulla Terra, per me è stata una notizia piena di allegria.
L'avventura di questo ragazzo assassinato è uno scandalo
inaudito per la burocrazia organizzata dei lager, e delle
bombe atomiche. Scandalo non per l'assassinio, che è
nel loro sistema. Ma per la testimonianza postuma di realtà
(l'allegria della notizia) che è contro il loro sistema."25
Questo bisogno di testimoniare l'aspetto tragico della realtà
lo sento in poesie come Un po' mi annienta (p. 31), dove da
un lato viene mostrato è il senso di annientamento
di fronte alla cattiveria dilagante, che ha occhi freddi,
mani rattrappite su corpi luccicanti di monete, e dall'altro
l'accoramento e il disgusto per aver superato la soglia della
vivibilità con distacco. Insomma Santoro sa cogliere
il sentire che ci permette di non assuefarci. In Ci sono bambine
e bambini (p. 68), questi vengono descritti per ciò
che non hanno mai potuto fare. Piccole cose che dovrebbero
appartenere ad ogni infanzia: sputare la pappa in faccia a
mamma e papà, avere qualcuno che li vezzeggi e pensi
ai mostri che li spaventano, e che invece abbiamo condannati.
E in contrapposizione pone signori che brindano in coppe d'oro
e fanno il broncio, lasciandosi cadere in lenzuola di miele.
"Questa è la verità", ripete due volte:
vi è dunque una connessione che ci coinvolge.
Infatti chi fa poesia - dice Morante - "è destinato
a smascherare gli imbrogli." E continua: "E una
poesia, una volta partita, non si ferma più, ma corre
e si moltiplica, arrivando da tutte le parti, fin dove il
poeta stesso non se lo sarebbe aspettato". Il poeta,
infatti, "per sua natura ha bisogno degli altri, specie
dei diversi da lui. Senza gli altri è un uomo disgraziato".26
Credo che questo abbia spinto Anna a farsi promotrice della
carovana dei poeti contro la guerra.27
Fare politica significa anche confliggere, un conflitto sì
relazionale, che non distrugge l'altro, ma un conflitto che
fa paura a molte di noi. Nell'ultimo incontro con Chiara Zamboni,28
si è messa in luce una motivazione di questa paura:
l'evocazione della potenza materna e il corrispondente senso
di annichilimento provato da neonate, quando la madre non
rispondeva ai nostri bisogni. Da qui la rabbia come sentimento
che esprime la ribellione alla paura dell'annichilimento,
come se chi è in conflitto con noi potesse negarci
totalmente. Si diceva dell' "eccesso dell'eccesso",
di certe reazioni femminili che portano alla pietrificazione
o alla fuga. Io in quell'occasione ho segnalato una pratica
che mi consente di tenerla a bada e cioè il mettere
in poesia ciò che si muove dentro di me.
In molte poesie di Anna ho ritrovato la capacità di
fare i conti con la rabbia, perché non la si inchioda
in un' univoca interpretazione e neppure si lascia al non
detto il potere di ampliarsi fino a schiacciare e scacciare
l'altro.
Per esempio in Vivono - a volte vorremmo farne a meno (p.
14) dall'antagonismo così forte "che le dita si
spezzano di ghiaccio/ con crepitii secchi e netti/" si
passa alla confusione nel ventre "tra chicchi di grano
semi di passiflora/ azzurrata mattoni roventi di dolore/"
fino alla pietas che strazia.
Infine
vorrei aggiungere qualcosa sul mio modo di leggere poesia.
Contrariamente a quello che succede con molti libri che spesso
vengono letti e accumulati, oppure di cui si vuole sapere
solo quel tanto che basta per parlarne fin che se ne parla,
insomma dei libri oggetto di un'industria culturale che li
vuole quasi subito obsoleti, un libro di poesia si rivela
grazie al suo ripetuto uso.
Si legge adagio, poco per volta, ci si ritorna, non si consuma.
Ogni lettura ce ne rivela aspetti nuovi. All'inizio ci colpisce,
come ricorda Ida Travi, la musicalità, che ci riporta
alla lingua della madre, della nutrice, "lingua peculiare,
presimbolica, viva di contatti interni tra corpo e voce";29
quella che porta con sé il massimo di informazione,
proprio dove la parola non è compresa nel suo significato,
ma ascoltata nel suo fluire; quella che ci ricorda il piacere
immenso del legame col corpovoce materno a cui è impossibile
tornare, ma che può riaffiorare proprio con l'ascolto
della poesia.
Poi, pian piano, giunge il lampo della rivelazione, quella
luce sul reale che non rinuncia all'ombra, luce aurorale appunto.
Infatti la poesia è scrittura di trasformazione che
accompagna il cambiamento di chi scrive e che intende coinvolgere
in un processo analogo chi legge. "Chi scrive e chi legge,
nella proposta di María Zambrano, si lega - anzi, è
già legato - in un patto di necessità: 'Quel
che si pubblica serve perché qualcuno, uno o tanti,
viva tenendo presente ciò che è venuto a conoscere,
perché viva in modo diverso dopo averlo conosciuto'.
[
] Uno o una bastano perché il patto regga e
si crei una discontinuità nel procedere, altrimenti
lineare, dei pensieri presenti nel mondo."30
La poesia, permettetemi questo paragone in onore delle nostre
cuoche di cui Clelia è un'esimia rappresentante, la
poesia è come quelle vecchie padelle nere di ferro
per i fritti, quelle che il lungo uso rende insostituibili
quando in cucina si vuol fare in modo che il buono della vita
non ci faccia male.