Donne e conoscenza storica
         

sta in Leggere Donna maggio-giugno 2002

Festival internazionale di cinema delle donne

di Luciana Tufani

 

Giunto alla sua nona edizione, il festival internazionale di cinema delle donne In viaggio con noi, organizzato dall'associazione La Mo-viola, che si è svolto a Torino dall'1 al 9 marzo scorsi, ha dimostrato di avere raggiunto una grande capacità di coinvolgimento del pubblico e ha offerto un'ampia selezione di opere tutte interessanti, dai documentari ai cortometraggi ai lungometraggi. Il pubblico è accorso numeroso a tutte le proiezioni, da quelle del mattino, studiate in particolare per le scuole, a quelle della tarda serata per cinefile/i nottambule/i.
Il programma era molto ricco ed è un peccato non averlo potuto seguire tutto, inclusa la sezione dedicata alle registe del Nord-Africa e del Medio Oriente che offriva una retrospettiva di opere altrimenti difficilmente visionabili. L'augurio è che si possa ripetere l'iniziativa in altri luoghi; sarebbe inoltre augurabile che i film in concorso al festival fossero acquistati e proiettati anche nei cinema, tanto più che in molti casi si trattava di film non solo belli ma che potrebbero avere un discreto richiamo commerciale.

Fuori concorso, come la rassegna prima citata, era l'interessante documentario di Paola Faloja su Le pioniere della macchina da presa che, oltre alla ben nota (dalle addette ai lavori) regista napoletana Elvira Notari (la nostra Alice Guy), parla di altre cineaste pressoché sconosciute, come la regista milanese Elettra Raggi, la fiorentina Daisy Sylvan ed altre ancora, che spesso hanno anticipato temi e generi che in seguito si sono diffusi a livello mondiale. Merito di Paola Faloja è anche l'aver messo in evidenza l'apporto fondamentale di Francesca Bestini ai suoi film: la grande diva, infatti, in molti casi si alternò nella direzione del film con il regista oppure arrivò addirittura a sostituirlo. Similmente, una diva meno nota della Bertini, la polacca Diana Karenne, diresse sempre personalmente i film italiani di cui fu protagonista.
Al concorso partecipavano 16 documentari e 22 cortomegraggi dalla provenienza più varia. Tra essi, ricordiamo il cortometraggio vincitore, O Branco (Il bianco), delle brasiliane Angela Pires e Liliana Sulzbach, che descrive con grande ricchezza di colori il mondo come lo immagina il ragazzino cieco protagonista, e Ahlam Al-Manfa (Frontiere), della palestinese Mai Masri, il documentario la cui vittoria è stata accolta da un applauso particolarmente caloroso e partecipe del pubblico che ha voluto sottolineare in tal modo la sua solidarietà con il popolo palestinese.

Annemarie Schwarzenbach, autrice best seller della mia casa editrice, ha confermato il suo appeal con la vittoria attribuita dalla giuria del pubblico al documentario di Carole Bonstein sulla sua vita: Une Suisse rebelle.
I lungometraggi in concorso erano invece 12, che è pur sempre un numero notevole di film da vedere nel tempo ridotto che come giurata avevo a disposizione. Una fatica resa però piacevole dal buon livello di tutti, girati con grande professionalità anche nel caso dei meno originali o più commerciali. Tra questi ultimi stanno a mio parere i due statunitensi: A Woman's a Helluva Thing (La donna è una cosa incredibile) di Karen Leigh Hopkins e My First Mister diretto da Christine Lahti su sceneggiatura di Jill Franklin che ha il suo punto di forza nel personaggio cucito addosso a LeeLee Sobieski, una delle giovani attrici su cui negli Usa puntano come futura diva, e quello di massima caduta nel melenso e convenzionale finale volutamente strappalacrime e involontariamente comico.

Change moi ma vie (Cambiami la vita) di Livia Bégéja ha invece, al contrario di My First Mister, il suo punto debole nella presenza di Fanny Ardant che, in quanto grande attrice, ha secondo me condizionato la regista/sceneggiatrice che ha creato per lei un personaggio non solo confuso e poco credibile ma che ruba spazio agli altri, penalizzando una storia che ha la sua parte migliore nella descrizione del mondo dei giovani travestiti musulmani che si prostituiscono nelle strade parigine.
Risotto, della regista greca Olga Malea, che ha scritto la sceneggiatura in collaborazione con Manina Zoumboulaki, narra una vicenda ormai fin troppo vista di due donne che, andando a vivere insieme e affidando i figli ai mariti, ritrovano amore, successo e tempo libero. Il ritmo è frenetico, le battute si sprecano, le scene e i colori sono volutamente kitsch e aggressivi, il tutto alla ricerca del divertimento. Obiettivo raggiunto.

Con Suddenly Naked (Improvvisamente nuda), la canadese Anne Wheeler, il cui Better than Chocolate ebbe un gran successo alla settima edizione del festival torinese, non ha ottenuto gli stessi risultati del film precedente e ha lasciato il pubblico abbastanza freddino. Grande successo di pubblico, soprattutto quello giovanile che l'ha apprezzato moltissimo anche per la musica coinvolgente, ha avuto invece Wie Feuer und Flamme (Fuoco e fiamme), diretto dalla tedesca Connie Walter e sceneggiato da Natja Brunckhorst. Storia d'amore tra due adolescenti, lei di Berlino ovest e lui di Berlino est, ai tempi del muro e da questo separati, ripropone in chiave moderna gli eterni Giulietta e Romeo nell'insolito e per noi insospettato mondo dei punk estberlinesi. Giovani, carini, (disoccupati, se proprio vogliamo mantenere intatta la citazione) e innamorati, a chi possono non piacere? Chi non si è mai trovata ad augurarsi un lieto fine per Giulietta e Romeo? E quando il lieto fine in Fuoco e fiamme puntualmente arriva, la platea dei coetanei scoppia in un applauso fragoroso.


Film molto ben fatti sono sia De Vriendschap (L'amicizia) dell'olandese Noucka van Brakel, che Glass Tears (Lacrime di vetro) della cinese di Hong Kong Carola Lai Miu-suet, che Like Father del gruppo Amber (4 donne e 3 uomini) di registi specializzati soprattutto in documentari sulle comunità operaie dell'Inghilterra del Nord-Est. Su Like Father l'unico appunto che si potrebbe fare è che risente un po' troppo dell'approccio documentaristico dei registi che non hanno saputo sfrondare e conferire il giusto ritmo a un film per molti aspetti apprezzabile sia per il tema e l'ambientazione insoliti che per la bravura degli interpreti, il che è la consuetudine nei film inglesi ma in questo caso si trattava di attori non professionisti.
Creme glacée, chocolat et autres consolations (Gelato, cioccolato e altre consolazioni), scritto e diretto dalla canadese Julie Hivet, è un film che riesce a raccontare una storia disperata con un tocco particolarmente leggero e che nell'amicizia indica il modo per superare le difficoltà e per trovare o almeno intravedere la serenità.


E infine i film migliori, che sono in questo anche i due premiati: Herencia (Eredità) dell'argentina Paula Hernàndez e Yurisai della giapponese Sachi Hamano. Nel primo, l'eredità del titolo è il reciproco dono di amicizia tra una matura proprietaria di un ristorante e un giovane appena arrivato a Buenos Aires dalla Germania. Olinda è emigrata dall'Italia, vive ormai da quarant'anni a Buenos Aires ma continua a sognare di tornare al paese dove è nata. E' apparentemente scontrosa, prepotente, collerica, attaccata al denaro e all'inizio sembra accettare a fatica di aiutare il giovane rimasto senza soldi, offrendogli dapprima un posto dove dormire e poi un lavoro. L'amicizia tra i due nasce un poco alla volta e si esprime attraverso dialoghi scarni e, da parte della donna, gesti d'affetto bruschi e quasi vergognosi. Alla fine però sarà proprio grazie alla ritrovata sensibilità che le ha dato questa nuova amicizia che Olinda, che nel frattempo è riuscita a rivedere il paese da cui è partita, capisce che la sua casa e i suoi affetti sono deve è sempre vissuta e dove l'attende paziente
l'innamorato di sempre. Diretto sapientemente, con attenzione ai minimi particolari del quotidiano e delle psicologie dei personaggi, il film deve la sua riuscita anche all'ottima prova degli interpreti, cosa che d'altronde si verifica anche nel film giapponese che vanta un ottimo gruppo di attrici che sanno ben rappresentare delle deliziose vecchie signore che ritrovano il gusto di vivere quando tra loro irrompe un più che maturo dongiovanni. La regista riesce a mantenere un perfetto equilibrio tra la garbata ironia con cui descrive lo scompiglio provocato dall'ingenuo libertino e l'affettuosa simpatia con cui partecipa ai sentimenti delle protagoniste. Riesce anche, cosa che poteva sembrare impossibile condizionate/i come siamo a considerare grottesco il sesso in tarda età, a filmare un rapporto sessuale tra due persone anziane con una poeticità che fa dimenticare i segni dell'età e rende gradevoli i corpi che mostra.
Operazione simile a quella con cui nel piacevole e divertente film fuori concorso della serata di chiusura del festival, Secret Society, la regista Imogen Kimmel riesce a farci vedere la bellezza dei corpi fuori misura delle sue lottatrici di sumo.