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Giunto alla sua
nona edizione, il festival internazionale di cinema delle donne In viaggio
con noi, organizzato dall'associazione La Mo-viola, che si è
svolto a Torino dall'1 al 9 marzo scorsi, ha dimostrato di avere raggiunto
una grande capacità di coinvolgimento del pubblico e ha offerto
un'ampia selezione di opere tutte interessanti, dai documentari ai cortometraggi
ai lungometraggi. Il pubblico è accorso numeroso a tutte le proiezioni,
da quelle del mattino, studiate in particolare per le scuole, a quelle
della tarda serata per cinefile/i nottambule/i.
Il programma era molto ricco ed è un peccato non averlo potuto
seguire tutto, inclusa la sezione dedicata alle registe del Nord-Africa
e del Medio Oriente che offriva una retrospettiva di opere altrimenti
difficilmente visionabili. L'augurio è che si possa ripetere
l'iniziativa in altri luoghi; sarebbe inoltre augurabile che i film
in concorso al festival fossero acquistati e proiettati anche nei cinema,
tanto più che in molti casi si trattava di film non solo belli
ma che potrebbero avere un discreto richiamo commerciale.
Fuori concorso, come la rassegna prima citata, era l'interessante documentario
di Paola Faloja su Le pioniere della macchina da presa che, oltre alla
ben nota (dalle addette ai lavori) regista napoletana Elvira Notari
(la nostra Alice Guy), parla di altre cineaste pressoché sconosciute,
come la regista milanese Elettra Raggi, la fiorentina Daisy Sylvan ed
altre ancora, che spesso hanno anticipato temi e generi che in seguito
si sono diffusi a livello mondiale. Merito di Paola Faloja è
anche l'aver messo in evidenza l'apporto fondamentale di Francesca Bestini
ai suoi film: la grande diva, infatti, in molti casi si alternò
nella direzione del film con il regista oppure arrivò addirittura
a sostituirlo. Similmente, una diva meno nota della Bertini, la polacca
Diana Karenne, diresse sempre personalmente i film italiani di cui fu
protagonista.
Al concorso partecipavano 16 documentari e 22 cortomegraggi dalla provenienza
più varia. Tra essi, ricordiamo il cortometraggio vincitore,
O Branco (Il bianco), delle brasiliane Angela Pires e Liliana Sulzbach,
che descrive con grande ricchezza di colori il mondo come lo immagina
il ragazzino cieco protagonista, e Ahlam Al-Manfa (Frontiere), della
palestinese Mai Masri, il documentario la cui vittoria è stata
accolta da un applauso particolarmente caloroso e partecipe del pubblico
che ha voluto sottolineare in tal modo la sua solidarietà con
il popolo palestinese.
Annemarie Schwarzenbach, autrice best seller della mia casa editrice,
ha confermato il suo appeal con la vittoria attribuita dalla giuria
del pubblico al documentario di Carole Bonstein sulla sua vita: Une
Suisse rebelle.
I lungometraggi in concorso erano invece 12, che è pur sempre
un numero notevole di film da vedere nel tempo ridotto che come giurata
avevo a disposizione. Una fatica resa però piacevole dal buon
livello di tutti, girati con grande professionalità anche nel
caso dei meno originali o più commerciali. Tra questi ultimi
stanno a mio parere i due statunitensi: A Woman's a Helluva Thing (La
donna è una cosa incredibile) di Karen Leigh Hopkins e My First
Mister diretto da Christine Lahti su sceneggiatura di Jill Franklin
che ha il suo punto di forza nel personaggio cucito addosso a LeeLee
Sobieski, una delle giovani attrici su cui negli Usa puntano come futura
diva, e quello di massima caduta nel melenso e convenzionale finale
volutamente strappalacrime e involontariamente comico.
Change moi ma vie (Cambiami la vita) di Livia Bégéja ha
invece, al contrario di My First Mister, il suo punto debole nella presenza
di Fanny Ardant che, in quanto grande attrice, ha secondo me condizionato
la regista/sceneggiatrice che ha creato per lei un personaggio non solo
confuso e poco credibile ma che ruba spazio agli altri, penalizzando
una storia che ha la sua parte migliore nella descrizione del mondo
dei giovani travestiti musulmani che si prostituiscono nelle strade
parigine.
Risotto, della regista greca Olga Malea, che ha scritto la sceneggiatura
in collaborazione con Manina Zoumboulaki, narra una vicenda ormai fin
troppo vista di due donne che, andando a vivere insieme e affidando
i figli ai mariti, ritrovano amore, successo e tempo libero. Il ritmo
è frenetico, le battute si sprecano, le scene e i colori sono
volutamente kitsch e aggressivi, il tutto alla ricerca del divertimento.
Obiettivo raggiunto.
Con Suddenly Naked
(Improvvisamente nuda), la canadese Anne Wheeler, il cui Better than
Chocolate ebbe un gran successo alla settima edizione del festival torinese,
non ha ottenuto gli stessi risultati del film precedente e ha lasciato
il pubblico abbastanza freddino. Grande successo di pubblico, soprattutto
quello giovanile che l'ha apprezzato moltissimo anche per la musica
coinvolgente, ha avuto invece Wie Feuer und Flamme (Fuoco e fiamme),
diretto dalla tedesca Connie Walter e sceneggiato da Natja Brunckhorst.
Storia d'amore tra due adolescenti, lei di Berlino ovest e lui di Berlino
est, ai tempi del muro e da questo separati, ripropone in chiave moderna
gli eterni Giulietta e Romeo nell'insolito e per noi insospettato mondo
dei punk estberlinesi. Giovani, carini, (disoccupati, se proprio vogliamo
mantenere intatta la citazione) e innamorati, a chi possono non piacere?
Chi non si è mai trovata ad augurarsi un lieto fine per Giulietta
e Romeo? E quando il lieto fine in Fuoco e fiamme puntualmente arriva,
la platea dei coetanei scoppia in un applauso fragoroso.
Film molto ben fatti sono sia De Vriendschap (L'amicizia) dell'olandese
Noucka van Brakel, che Glass Tears (Lacrime di vetro) della cinese di
Hong Kong Carola Lai Miu-suet, che Like Father del gruppo Amber (4 donne
e 3 uomini) di registi specializzati soprattutto in documentari sulle
comunità operaie dell'Inghilterra del Nord-Est. Su Like Father
l'unico appunto che si potrebbe fare è che risente un po' troppo
dell'approccio documentaristico dei registi che non hanno saputo sfrondare
e conferire il giusto ritmo a un film per molti aspetti apprezzabile
sia per il tema e l'ambientazione insoliti che per la bravura degli
interpreti, il che è la consuetudine nei film inglesi ma in questo
caso si trattava di attori non professionisti.
Creme glacée, chocolat et autres consolations (Gelato, cioccolato
e altre consolazioni), scritto e diretto dalla canadese Julie Hivet,
è un film che riesce a raccontare una storia disperata con un
tocco particolarmente leggero e che nell'amicizia indica il modo per
superare le difficoltà e per trovare o almeno intravedere la
serenità.
E infine i film migliori, che sono in questo anche i due premiati: Herencia
(Eredità) dell'argentina Paula Hernàndez e Yurisai della
giapponese Sachi Hamano. Nel primo, l'eredità del titolo è
il reciproco dono di amicizia tra una matura proprietaria di un ristorante
e un giovane appena arrivato a Buenos Aires dalla Germania. Olinda è
emigrata dall'Italia, vive ormai da quarant'anni a Buenos Aires ma continua
a sognare di tornare al paese dove è nata. E' apparentemente
scontrosa, prepotente, collerica, attaccata al denaro e all'inizio sembra
accettare a fatica di aiutare il giovane rimasto senza soldi, offrendogli
dapprima un posto dove dormire e poi un lavoro. L'amicizia tra i due
nasce un poco alla volta e si esprime attraverso dialoghi scarni e,
da parte della donna, gesti d'affetto bruschi e quasi vergognosi. Alla
fine però sarà proprio grazie alla ritrovata sensibilità
che le ha dato questa nuova amicizia che Olinda, che nel frattempo è
riuscita a rivedere il paese da cui è partita, capisce che la
sua casa e i suoi affetti sono deve è sempre vissuta e dove l'attende
paziente
l'innamorato di sempre. Diretto sapientemente, con attenzione ai minimi
particolari del quotidiano e delle psicologie dei personaggi, il film
deve la sua riuscita anche all'ottima prova degli interpreti, cosa che
d'altronde si verifica anche nel film giapponese che vanta un ottimo
gruppo di attrici che sanno ben rappresentare delle deliziose vecchie
signore che ritrovano il gusto di vivere quando tra loro irrompe un
più che maturo dongiovanni. La regista riesce a mantenere un
perfetto equilibrio tra la garbata ironia con cui descrive lo scompiglio
provocato dall'ingenuo libertino e l'affettuosa simpatia con cui partecipa
ai sentimenti delle protagoniste. Riesce anche, cosa che poteva sembrare
impossibile condizionate/i come siamo a considerare grottesco il sesso
in tarda età, a filmare un rapporto sessuale tra due persone
anziane con una poeticità che fa dimenticare i segni dell'età
e rende gradevoli i corpi che mostra.
Operazione simile a quella con cui nel piacevole e divertente film fuori
concorso della serata di chiusura del festival, Secret Society, la regista
Imogen Kimmel riesce a farci vedere la bellezza dei corpi fuori misura
delle sue lottatrici di sumo.
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