Donne e conoscenza storica
         

Rassegna stampa

 

sta in Il Manifesto 24 - 5 - 2006
 

«Maria Antonietta», la passione è politica
In concorso un kolossal dai colori pastello e dalla piacevolezza dark. L'intimità rivoluzionaria di una giovane donna anomala, imprigionata in etichette insensate e finalmente liberata da un film che riscrive la Storia in chiave femminista
Roberto Silvestri
Cannes

l «crimine» del liberalismo è di essere stato troppo longevo, molto efficace e incomparabilmente cruento. Quello del comunismo (prima parte) è di essere stato più sanguinario e fugace del previsto ma così poco efficace... Due rivoluzioni, per opposti motivi, ancora incompiute, mentre le loro classi di riferimento, e il bersaglio del loro parallelo odio (lo Stato), vivono impreviste metamorfosi....
Così almeno ci insegna la storia della rivoluzione francese, tornata alla ribalta in questo inizio secolo di «apoteosi, consunzione e morte» di un nuovo Impero unico, di una aristocrazia non meno criminale di quella imparruccata che fu dissolta nell'acido armonico da W. A. Mozart. Il film di Sofia Coppola Maria Antonietta ha due ore a disposizione per raccontarci però non la Storia, ma la biografia romanzata (dalla britannica Antonia Fraser) di una donna anomala, il cui privato-privato diventò politica-politica. Insomma non si tratta di piangere lacrime di coccodrillo su una mamma - buona e ingenua come tutte le mamme del mondo - trucidata, incolpevole, dalla plebe rivoluzionaria. Ma di capire il suo ruolo, quasi da edonista reaganiana anni 80, con tanto di scarpette (Converse) rosa, in quella rivoluzione. Che non fu solo quello di «decollata». Regina, cattolica ma di frivolissima lucidità, austriaca ma francese, bellissima e dilapidatrice di sostanze, insomma «frastornata» dalla responsabilità del suo status, questa Lady D. ante litteram costruì ma non subì la fine del suo mondo.
Dilapidare le sostanze di uno stato, nel lusso, nell'arte, nei concerti, nell'oppio, nella costruzione del suo regno a parte (il Trianon), nell'edificazione della civiltà e non nella guerra continua, spesso è salvarlo dalla bancarotta e dalla fine, come ci spiegò Luciano Arrighi in un recente studio sul «secolo lungo». Oltre alla celebre battuta «diamogli i croissant, se il popolo non ha più pane», in questo film sembra che lei stessa risponda al marchese di Maynes (e non viceversa, come nel magnifico Scaramouche di Sidney) alla domanda «cosa desiderano gli antirealisti?»: «i nostri beni, i nostri diritti, le nostre teste». Detto da una amica delle arti e cantante d'opera lei stessa, amante del conte svedese Fersen, sostenitrice di Lafayette contro il re d'Inghilterra e al fianco della rivoluzione americana, che pur voleva dire sicura rovina finanziaria e «immaginaria» della sua monarchia europea, Maria Antonietta lasciò anche delle belle cose ai posteri, pur se provò a salvare la pelle con un compromesso istituzionale fallito (al quale Thomas Jefferson, come si vede nel film di Ivory, partecipò attivamente).
In più. L'intimità, l'interiorità, la passione - insomma il personale - è politico, ci dice questa sanguisuga del popolo in azione. Sa che più lo si sfrutta, non meno, quel popolo, prima si prenderà il potere. Il ministro Fouché aveva inventato Versailles nel XVII secolo, perché Luigi XIV vi potesse imprigionare nel lusso gli aristocratici francesi più pericolosi e frondisti, lasciando lo Stato borghesemente al lavoro e ai profitti. Maria Antonietta fa di più, prefigurando l'economia immateriale e la differenza culturale, fatta dei ritratti eretici che le dipinge madame Vigee-Lebrun, party orgiastistici pre-hippies, detour in maschera, coreografie anacronistiche. La Francia avrà un futuro ruolo planetario azzerando una classe, mentre l'Austria e tutti gli altri...
Non solo dunque Maria Antonietta è un'adolescente ribelle perché, arciduchessa bionda, a 14 anni si è trovata sposa indesiderata di un delfino-marito di opposte passioni dentro un mondo a sensibilità ottusa, imprigionata come Sissi in etichette insensate, offrendo in pegno la sua testa, poco asburgicamente, purché ce ne liberassimo (nella dolce sequenza finale dell'autoghigliottinamento mimato, quando i forconi si impadroniranno della Reggia). No, questa riscrittura della storia dal punto di vista femminista è anche più seria e coraggiosa dei revisionismi spegni-cervello, di cui Alain Finkielkraut è sacerdote massimo, come dimostra in questi giorni a Parigi, dal banco degli imputati (giustamente), per aver definito il cineasta israeliano Eyal Sivan, e chiunque critichi Israele «uno degli attori dell'antisemitismo che vogliono uccidere, liquidare e far sparire gli ebrei» (a proposito del film Route 181). Abbiamo gente del Polo anche qui.
La Francia dal decor «bon bon» rosa, i bijoux, le feste e la voluttà, le porcellane di Sevres e la tappezzeria d'Aubisson, ci sono tutte....Eppure, come sempre quando Hollywood racconta la storia, di oggi, e di America, si parla. I superpotenti del mondo hanno il sangue blu (madame du Barry - una deliziosa, orrida Asia Argento - a parte) ma parlano inglese. Si rinchiudono incestuosamente per non ascoltare il dolore e la forza della moltitudine, tenuta a distanza, ben al di là dell'area rossa, aspettando la fine. Il più spocchioso di tutti loro, re Luigi XVI, passa le giornate a caccia coi suoi cani (o è G.W. Bush jr.?) e a aumentare le tasse.
In competizione, insomma, un kolossal dai colori pastello e dalla pannosa piacevolezza dark, un inno alla serietà dell'arte, prodotto della major più giapponese di Hollywod, la Sony, che ha irritato già tutti con il thriller blasfemo Il codice da Vinci in un paese che tutela maschilisticamente e moralisticamente la gerarchia delle proprie teste tagliate, quanto la sacralità del crocifisso. Più bello del previsto e dell'accoglienza critica in sala, e non solo per lo sfoggio di una colonna sonora dissonante e di costumi piuttosto asincroni (di Milena Canonero) , Maria Antonietta, con Kirsten Dunst nel ruolo dell'ultima regina di Francia, adolescente austriaca svezzata che non vuole proprio crescere come gli altri, ci ha ricordato più il Laclos piccante di Forman o La presa del potere da parte di Luigi XIV di Rossellini, nel senso della concentrazione in un solo luogo, Versailles, di complessi processi esistenziali, storici e politici. Più La religiosa di Rivette, per il punto di vista femminista sul 700 illuminista e feudale. E Rohmer, sui limiti rivoluzionari dei giacobini. Proprio come Monte Hellman, Sofia Coppola (eh, la fortuna di avere un padre fiancheggiatore della nouvelle vague) conosce il cinema europeo snaturato meglio di noi, come probabilmente Hollywood sa di kitsch e rococò non meno di Dorfles.