Donne e conoscenza storica
         

rassegna stampa

sta in Il Manifesto 30,3,2004

FESTIVAL
Zubeida, la sposa che non va al pozzo
A Bologna, «Silent waters» di Sabiha Sumar per la 4/a edizione di Human Rights Nights
ELFI REITER
BOLOGNA

 


«Dove vai?», chiede lei. «A pregare», replica lui, andandosene, e lei aggiunge: «anch'io prego ma non per questo ho smesso di pensare». Due battute dal film pakistano-franco-tedesco Khamosh Pani: Silent Waters di Sabiha Sumar che giovedì scorso ha inaugurato la quarta edizione di Human Rights Nights al cinema Lumière 2 a Bologna. Due battute che sono la chiave del film ma forse anche cuore di questo festival dei diritti umani dedicato a «abusi e massacri» compiuti in nome di fondamentalismi religiosi e etnici: lei è Zubeida, ragazza di Charkhi nel Punjab pakistano posto sotto la legge marziale dal generale Zia nel 1979 dopo l'impiccagione di Ali Bhutto, lui è Seleem, figlio di Ayesha/Veero, da poco entrato nel gruppo fanatico musulmano giunto da Rawalpindi per porre fine nel nome di Allah ai rituali dei sikh praticati nella città ritenuti tutti «non credenti». Ayesha/Veero è la figlia sopravvissuta di un sikh fuggito assieme al figlio dopo la drammatica irruzione dell'Islam che aveva portato alla separazione tra India e Pakistan nel 1947: non le è rimasto altro dopo la morte del marito che l'aveva salvata sposandola dopo che lei era scappata al momento che era giunto il suo turno per saltare nel pozzo. Sopravvive insegnando le parole del Corano alle ragazze, ma quando arriva «il verbo» dalla capitale, il fanatismo religioso toglie ogni visuale (si innalza persino il muro davanti alla scuola) e la discriminazione illogica condurrà Ayesha/Veero a saltare davvero nelle acque torbide per porre fine al linciaggio silente. Se la regista pakistana qui crea un tessuto complesso per comprendere relazioni e implicazioni politico religiose, in Holy Cross di Mark Bozel (produce Bbc) che ricostruisce gli assurdi scontri tra protestanti e cattolici sulla Ardoyne Road nel quartiere protestante Glenbyrn di Belfast nel settembre 2001 viene a mancare un vero background politico sociale benché Bozel abbia fatto un anno di ricerche tra entrambi i gruppi per creare una sceneggiatura in cui raccontando la storia di due famiglie, una cattolica e l'altra protestante, si vorrebbe illuminare le ragioni su entrambi i fronti per non aver voluto lasciar passare i bimbi dell'area cattolica Ardoyne che volevano solo raggiungere la vicina scuola cattolica Holy Cross. Quel che appare certo è che parla di eventi realmente accaduti drammatici (nella didascalia finale si parla di trattamenti post-traumatici per oltre cento bimbi), che erano nei tg inglesi tutti i giorni, creando anche una sorta di pelle di elefante rispetto a questo - come dice il regista. Il problema forse è che questi film (come gli altri visti a Bologna sul genocidio in Ruanda, la guerra in Cecenia, i ragazzi di strada in Africa e nel Brasile, le stragi in Palestina) si vedono solo ai festival sui diritti umani creando già un genere. Sin dalla nascita nel 1992 del Human Rights Watch a New York e Londra con l'intento di offrire visioni senza censure sui topoi dell'umanità contemporanea contro le immagini ufficiali servite dalle tv che «offuscano più che illuminare» a proposito, ne sono nati molti altri: il Human Rights a Ginevra all'insegna di un film, un soggetto, un dibattito si svolge - sempre a marzo - in contemporanea con i lavori della commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani. A fine marzo c'è l'Amnesty International Filmfestival ad Amsterdam, in maggio c'è Seoul (Corea del Sud, dal `97), in ottobre a Barcellona e in dicembre a Mosca e Varsavia.