Donne e conoscenza storica
         

Collegamenti del sito:

torna a rassegna stampa

sta in Il Manifesto 5-12-2002
La resistenza al tempo «logo»
Si è chiuso a Milano Filmmaker Doc, la settima edizione del festival dedicato al documentario. Un viaggio nel reale tra globalizzazione e libertà delle immagini. Vince «Il perdigiorno» di Susanna Helke e Virpi Suutari

di CRISTINA PICCINO
MILANO
 

Li chiamano «perdigiorno» Lotko, Hapo, Bodi, ragazzi troppo vecchi per essere teenager che vivono in quello sperduto paesino di provincia, al confine russo della Finlandia senza lavoro nè prospettive. Ma la loro storia non è poi molto diversa, nell'essere contemporanea, dalle tante passate sugli schermi di Filmmaker Doc, il festival milanese dedicato al documentario che si è chiuso martedì e che da anni punta a dare spazio e visibilità al contemporaneo, appunto, realtà e insieme esperimento avanzato di ricerca che produce un linguaggio avanzato. Globalizzazione è forse la parola che meglio sintetizza le tensioni diffuse nelle immagini, fuori da ogni possibile retorica (una semplice «moda» cioè) perchè questi documenti , anche molto diversi di emarginazioni, disagi, meccanismi sociali divoranti sono uno scarto rispetto al «logo» che marchia le immagini di monopolio. E soprattutto indicano con l'urgenza di una verità/messinscena, dunque tanto più forte, la libertà del mezzo cinema, l'uso non dogmatico del digitale come forma potenziale di durata, continuità, rapporto a distanza ravvicinata. É un po' la lezione del magnifico No quarto da Vanda dove Pedro Costa oltre il quotidiano inventava un cinema di quotidianetà, luce, spazi, volumi, esplosione del punto di vista, emozionalità recitata e di vita con la macchina da presa presente e assente, filtro e meccanismo liberatorio. Il lavoro di Joutilaat (Il perdigiorno) - che ha vinto la settima edizione, la giuria: Silvia Ballestra; Piergiorgio Gay; Lorenzo Pellizzari; Dario Barone; Anna Milani (il premio 5000 euro) - sposta un po' l'obiettivo. Intanto la partecipazione: le due registe, Susanna Helke e Virpi Suutari entrano nel quotidiano dei tre protagonisti, li seguono nei giorni vuoti tra una birra, la sveglie tardi, la visita ai genitori, i giri in macchina, la pesca, i pomeriggi alla stazione di servizio. Poche parole, pochi discorsi, problemi di amori, uno ha un figlio ma la ragazza non vuole più stare con lui, un altro beve un po' troppo, un altro ancora vorrebbe cambiare e non riesce. Non c'è comunque un vero incontro, o almeno non sembra, tra i due universi anche perché quello dei ragazzi parla da solo. Provincia, sussidio pubblico per vivere (è già società avanzata rispetto ai modelli dei governi europei che hanno eletto maestra Margareth Thathcher) niente rabbia, niente utopie e il pianeta Nokia del paese supertecnologizzato è solo il messaggino per dire dire «ti amo». Come ovunque. Stesso vuoto, stessa noia, stessa desolazione.

É' insomma il mondo G8 modello occidentale in guerra per difendere il valore «dominante». Quello che decide chi ha diritti e chi ne ha meno, e se l'istituzione famiglia è ugualmente «perversa» vale anche la regola di una «perversione» obbligata che mira a disgregare intere comunità, che produce persone disfunzionali come forma di annullamento sociale. Siamo negli Usa, comunità africanamerican, Love&Diane, figlia e madre (i padri non esistono o quasi), la prima cresciuta con la frattura terribile della separazione dalla madre, dai molti fratelli, poi famiglie in affidamento, fughe, istituti, solitudine, la strada, la sieropositività. La seconda con la stessa solitudine (i genitori erano alcolizzati), le stesse assistenze pubbliche,i figli giovanissima per avere qualcuno da amare, il crack, la galera. Jennifer Dworkin, che le ha incontrate nel suo lavoro di assistente volontaria dell'infanzia, le segue per dodici anni. Anni che sembrano tutti uguali, momenti di gioia subito spazzati via. Love ha un bambino che l'assistenza le toglie come lei a sua madre di cui vive dall'altra parte le accuse.

Ci sono grida, sorrisi, calore e poi moltissima tristezza, il peso di un «futuro» negato e già deciso da qualcun altro in quell' universo dove la regista entra piano, senza pietismi o falsità della compassione - il modello delle «cronache in diretta» italiane - ascolta e apre spazi con passione, lavora insieme a loro (la sua voce non si sente mai) per farle uscire dal ricatto mostruoso del senso di colpa, dal disegno di un sistema che le chiude in un ghetto per renderle invisibili... Anche per questo Love&Diane (secondo premio) si muove su molti piani, e a volte diventa insostenibile proprio per quella ineluttabilità che è dolore e che diventa del faticoso e terribile rapporto (e percorso) di madre e figlia, separate ma sempre vicine, anche un gesto di consapevole rivolta, nelle immagini e nell'intimità.

E questo doppio legame dello sguardo è un'altra delle cifre ricorrenti nei film scelti per il concorso da Filmmaker numero 7, edizione seguitissima (il pubblico è cresciuto del 25% segno della necessità diffusa di un confronto con il reale resistente). Il viaggio di Chantal Akerman (De l'autre coté) lungo il confine tra Stati uniti e Messico, cioè ancora effetti devastanti delle multinazionali e la voce dell'America di Bush contro i messicani che ne fuggono, entrandovi dentro, il ricatto: i farmer che gli sparano addosso perché sono «virus» pericolosi, le marce al buio, la paura, i sogni di quell'«al di là»che spesso è un ricatto ancora più grande. Oppure l'Iran del carcere senza uscita come quella parte della società che lo regola (La prigione delle donne di Manijeh Hekmat, era all'ultimo festival di Venezia, fiction che nasce però da un lungo e difficilissimo lavoro di ricerca del regista). Lo sciopero disperato e radicale di quattro operai che di chiudono sul tetto della stazione centrale di Milano, Lotta sporca, ovvero la rivolta degli operai di una ditta appoaltatrice per le pulizie di Trenitalia. Sono confusi, senza alcuna garanzie al punto di non avere più fiducia neanche nei sindacati. Nessuno gli dà una rispsota chiara e loro continuano a lottare, occupano i binari, la stazione, con la sola certezza che stanno per perdere quel lavoro che poi è brutto, non gratifica, che «devi vederli i cessi sui treni» dicono per una paga che è nulla... A seguirli, condividendone esasperazione e notti al freddo in quei lunghi giorni prima del 25 aprile a Milano - capitale del lavoro che non c'è, come grida lo striscione che lanciano dall'alto - è il collettivo DropOut-Officina dell'Immagine, nel particolare la telecamera di Emiliana Poce e Marco Carraro e le fotografie quasi «archivio» di quei giorni di Paolo Poce. Il ritmo è nervoso ma senza enfasi, la confusione, l'angoscia, la tensione riempono l'immagine fino a commuovere. Commuovono le lacrime dell'operaio alla fine dello sciopero che poi quella «vittoria» saranno qualche mese in più di lavoro e alla fine tagli, mobilità geografica, abbassamento delle pensioni... Commuovono determinazione e semplicità diretta, in prima persona, dove c'è già l'Italia, Termini Imerese, la Fiat, quello che accade e accadrà. E non è poco.