Donne e conoscenza storica |
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sta in Il manifesto 27,1, 2004 Nazismo, lieto fine
a Berlino |
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La ritroverà, novantenne, e con lei ci porterà indietro di una storia mai raccontata, quella delle mogli di ebrei, detenuti a Rosenstrasse e destinati ai campi di sterminio, appena le loro donne di «razza pura» avessero divorziato. Ma le donne di Margarethe von Trotta attraversano quei giorni decise a imprimere un movimento diverso all'ineluttabile. Resistono. Ferme sotto le finestre dove sono accalcati gli uomini prigionieri, aspettano un cenno, un saluto. Coro tragico, corpo unico modulato su facce impenetrabili, le mogli, le sorelle, le figlie vegliano di giorno e di notte. Camionette militari innervosite dalla loro inviolabile passività cercavo inutilmente di farle sgombrare. Le mitragliatrice puntano sul gruppo. simulano la strage. Il film è tutto in questa immobilità, cuore incastonato di una narrazione che coniuga i cromatismi contemporanei con le oscurità dell'apocalisse tedesca. Il punto di vista della Storia si capovolge negli occhi rivolti in su verso le finestre dove ogni tanto i prigionieri fanno capolino. Il pianista di Polanski che gettava lo sguardo perduto verso la strada per cercare vie di fuga ha nel film di von Trotta uno sguardo di risposta, e incrocia l'azzurro ariano delle donne, corpi fantasma tra le segnaletiche del nazismo. Nel flusso cinematografico
sulla Germania di Hitler, il film apre una nuova vertigine visiva nel
fermo-immagine su queste sentinelle pietrificate che sfidano le SS pronte
a una sventagliata di mitra. Nella genialità della liberazione,
premio alla memoria come macchina della felicità, la regista
si fa prendere da un finale che spezza la tensione berlinese e ci invita
a una matrimonio dai colori accesi a Manhattan. Avremmo preferito restare
a Rosenstrasse.
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