Donne e conoscenza storica
         

Rassegna Stampa

sta in Il manifesto 27,1, 2004

Nazismo, lieto fine a Berlino
«Rosenstrasse» di Margarethe von Trotta esce oggi nel giorno della Memoria per raccontare la storia vera di un gruppo di tedesche «contro»
MARIUCCIA CIOTTA

 


La macchina del tempo riserva delle belle sorprese, un happy end che è difficile alchimia, essenza stessa del cinema come ricognizione, flash-back dove la storia può mutare senso nella traiettoria dello sguardo. Il lieto fine- se non è incollato per il box-office - è azione come nel film di Margarethe von Trotta, Rosenstrasse, che esce oggi in Italia per il giorno della Memoria. In concorso alla Mostra di Venezia 2003, è una storia vera nascosta tra le macerie della Shoà e ritrovata dalla regista degli Anni di piombo (Leone d'oro, 1981) che con un passo indietro-avanti fa della memoria il nostro futuro. In uno scratching tra la New York contemporanea e la Berlino del 1943, Rosenstrasse addensa le sue immagini sul palcoscenico di una strada grigia circondata da edifici monumentali dentro una nebbia azzurrina dove è palpabile la morte, che aleggia ancora per i quartieri berlinesi, glaciali estatici inchiodati davanti alla scena di sessanta anni fa. E su quel palcoscenico ci riporta Margarethe von Trotta accanto alla modernità svettante grattacieli, di Potsdamerplatz, dove giunge Hanna (Maria Schrader) americana di famiglia ebrea tedesca, alla ricerca del passato di sua madre salvata bambina da una pianista, Lena (Katja Riemann) sposata a un musicista ebreo.

La ritroverà, novantenne, e con lei ci porterà indietro di una storia mai raccontata, quella delle mogli di ebrei, detenuti a Rosenstrasse e destinati ai campi di sterminio, appena le loro donne di «razza pura» avessero divorziato. Ma le donne di Margarethe von Trotta attraversano quei giorni decise a imprimere un movimento diverso all'ineluttabile. Resistono. Ferme sotto le finestre dove sono accalcati gli uomini prigionieri, aspettano un cenno, un saluto. Coro tragico, corpo unico modulato su facce impenetrabili, le mogli, le sorelle, le figlie vegliano di giorno e di notte. Camionette militari innervosite dalla loro inviolabile passività cercavo inutilmente di farle sgombrare. Le mitragliatrice puntano sul gruppo. simulano la strage. Il film è tutto in questa immobilità, cuore incastonato di una narrazione che coniuga i cromatismi contemporanei con le oscurità dell'apocalisse tedesca. Il punto di vista della Storia si capovolge negli occhi rivolti in su verso le finestre dove ogni tanto i prigionieri fanno capolino. Il pianista di Polanski che gettava lo sguardo perduto verso la strada per cercare vie di fuga ha nel film di von Trotta uno sguardo di risposta, e incrocia l'azzurro ariano delle donne, corpi fantasma tra le segnaletiche del nazismo.

Nel flusso cinematografico sulla Germania di Hitler, il film apre una nuova vertigine visiva nel fermo-immagine su queste sentinelle pietrificate che sfidano le SS pronte a una sventagliata di mitra. Nella genialità della liberazione, premio alla memoria come macchina della felicità, la regista si fa prendere da un finale che spezza la tensione berlinese e ci invita a una matrimonio dai colori accesi a Manhattan. Avremmo preferito restare a Rosenstrasse.