Donne e conoscenza storica
     

Rassegna Stampa

sta in Il manifesto 25,10, 2005

Il cinema portoghese visto dalle ragazze
Si è chiusa la terza edizione di DocLisboa, il festival in Portogallo dedicato al documentario. Vincono il concorso nazionale tre cineaste, Silvia Firmino, Susana de Sousa Dias, Claudia Varejao, una scommessa sulle nuove generazioni che è anche ricerca di altri immaginari
CRISTINA PICCINO
LISBONA

 



Come fare un festival nel paese che produce una delle cinematografie più raffinate al mondo ma sempre più «obbligata» all'indipendenza dalle strutture nazionali, con un pubblico di diverse generazioni, dove in linea con quanto accade nel resto d'Europa molto è stato tagliato alla cultura, e dunque al cinema, e i cineasti agli esordi (specie se documentaristi) hanno come prima risorsa l'invenzione continua dei propri spazi produttivi? DocLisboa prova a rispondere a questi e a molti altri quesiti. Di certo per la specificità delle immagini che in una settimana sono scivolate nelle due sale del Culturgest la fatica è ancora maggiore. Materia di ricerca - dirigono Ana Isabel Santos Strindberg e Nuno Sena - è infatti il documentario, «genere» che ha conquistato spazi di visibilità e che però in molti paesi fatica a avere sale, supporti finanziari (pensiamo all'Italia dove non se ne producono quasi più e i pochi sono senza mercato) specie nel suo rappresentarsi come cinema. Il che fa di questo appuntamento un riferimento obbligato, per i registi portoghesi a cui offre una visibilità difficile da conquistare, e per il pubblico che ha l'opportunità di conoscere quanto accade in casa e nel resto del mondo. Però. Il festival è giovane, almeno in questa veste (luoghi e persone della sua forma passata infatti non ci sono più) e a basso budget (nonostante parecchi sponsor). Deve confrontarsi con lo spirito polemico delle realtà «piccole» (nei giorni del festival José Manuel Costa vicedirettore della Cineteca, rappresentante di Apordoc l'associazione che produce DocLisboa e anima di Doc's Kingdom quotatissimo festival del documentario a Serpa, si è dimesso tra le proteste di molti registi per le relazioni divenute impossibili col direttore, Joao Bernard da Costa) e con un'economia generale difficile, Paulo Branco il produttore portoghese più internazionale rischia il fallimento. Questo scusa alcune dissonanze, la mancanza di qualche rischio in più specie nella selezione internazionale, che se è giusto cercare un equilibrio di proposte costruendo nel tempo un gusto «radicale», o pensare il festival in rapporto agli altri, quasi fossero quel circuito in sinergia che governi e politiche culturali poco sveglie negano, al tempo stesso un'identità singolare è necessaria. Cosa che un poco manca, molti titoli erano già passati in altre manifestazioni (Before the Flood o Per uno solo dei miei due occhi di Avi Mograbi), e perché mettere in gara film di prossima uscita nazionale (e strapremiati) come El cielo gira di Mercedes Alvarez? Le visioni eccentriche erano non competitive, questo accade spesso nei festival ma qui davano anche l'impressione di un progetto più compatto, sezioni come Storia d'Europa, memoria del presente curata da Augusto M. Seabra, o le Investigazioni, costruiscono un panorama del nostro contemporaneo e di cosa è fare documentari nell'era della tv globalizzata e del digitale. E il Portogallo?Undici i film e di formato diverso (lungo e corto) in gara, tutti nomi nuovi o quasi, visti da giurata insieme a un cineasta delle nuove generazioni (classe 1978), Miguel G. Mendes, premiato lo scorso anno al festival per Autografia, ritratto obliquo del poeta e pittore portoghese Mario Cesariny, e Kristina Schulgin che cura a Helsinki DocPoint. Lavoro mai facile quello della giuria che però permette di guardare i film con occhi multipli che sono anche i pensieri degli altri. Hanno vinto le donne (e le generazioni giovani) Silvia Firmino (miglior documentario portoghese) per Gosto de Ti como Ès e Susanna de Sousa Dias (premio della distribuzione) per Natureza Morta, più una menzione speciale a Falta-me di Claudia Varejao (classe 1980) il che registra il glocal portoghese di femminilità del cinema, non solo Teresa Villaverde che era nella giuria internazionale e sta montando il suo prossimo film - nel cast ci sono Iaia Forte e Filippo Timi - ma anche Margherita Cardoso, suo il magnifico A Costa dos murmurios, che ora prepara un documentario. In gara ce ne erano altre, Rita Azevedo Gomes (La 15a pietra), Helena Lopes (Bubble insieme al marito Paulo Nuno Lopes), Ines Oliveira (Comer o coraçao de Rui Chafes e Vera Manteiro), le scelte hanno privilegiato nomi nuovi, opere prime, scarto con l'immagine portoghese e forse più utili per indagare lo stato attuale.

Intanto la tv. È molto presente nel taglio del formato, spesso in forme deteriori, e non per la speranza di essere acquistati, è più questione di allenamento degli occhi, sensibilità delle immagini, irrequietezza, colori, luci. Non basta piazzare la digitale e filmare amori, viaggi, liti, riconciliazioni e persino l'ecografia del primo figlio (narcisismo trenta-quarantenne insopportabile) e la pancia del secondo (Bubble). O la relazione dei propri genitori, parabola di una vita in coppia nell'abitudine (Retrato di Carlos Ruiz Carmona). I diari di Jonas Mekas (o di David Perlov) sono altro, entrano cioè nel loro tempo, ne raccontano movimenti, contraddizioni, utopie, sono sistemi aperti dove qui si costruiscono invece universi chiusi, di piaceri solitari, senza relazione con un possibile presente collettivo. In generale, e non solo in Portogallo c'è una certa tendenza autoritaria nelle immagini, quasi che la consapevolezza di presente o Storia cerchi più del dubbio il trauma della commozione comunque meno disturbante. «Oggi lo spettatore non ha più la pazienza di guardare, vuole trovare tutto già lì, le sue risposte pronte» ha detto Joao Botelho parlando del suo A Luz da Ria Formosa, film di potenza incantata (lo vedremo al festival di Torino), intanto per il lavoro di esplorazione sul digitale, una ricerca di luce, orizzonti, modulazione di volumi e sfumature che non sono solo un fatto tecnico ma diventano struttura visuale e narrativa. Poi la sostanza di antagonismo sensibile, che vorrebbe «obbligare» chi guarda a costruire da sé le proprie associazioni di racconto, di Storia, di contemporaneo rifiutando le soluzioni imposte. Ci sono una madre (Susana Borges) e un figlio che visitano le rovine di romane di Milreu. La madre recita Seneca, dice al figlio della necessità di leggere come alimento per l'intelligenza. I due ci conducono lentamente lungo il mare, sulle spiagge dove si raccolgono i frutti di mare, tra i pescatori che tirano le reti di quella che dovrebbe essere una zona protetta, mentre le parole lasciano spazio alla luce. Cielo, case, mutamenti, una luce fisica e insieme intuizione intima e politica del nostro presente, in cui le processioni cattoliche si mescolano al suono del muezzin a ricordare che la ricchezza dell'Europa ha le sue radici anche nell'Islam e che l'Islam non è quanto oggi si fa credere negli intergralismi (speculari) di entrambe le parti, occidente e oriente, islamici e cristiani teo-con. Tutto ciò non c'è, non è cioè «dichiarato», fa parte di quei frammenti «morbidi» che sono i sovversivi dell'immaginario. E è per questo che abbiamo dei dubbi su Natureza morta, pur comprendendo l'importanza che ha per il pubblico portoghese ancora sul filo di una memoria che sta trasformando il palazzo della polizia salazariana a Lisbona in un condominio di superlusso. Susana de Sousa Dias ha lavorato infatti sui materiali d'archivio della dittatura di Salazar (ma con Gianikian e Ricci Lucchi ci sono pochi legami), quasi cinquant'anni di volti, uomini e donne, che sono le vittime, i prigionieri politici massacrati, torturati, risucchiati nelle galere e nel nulla. O i soldati, le guerre coloniani, i bimbi d'Africa con gli occhi feriti, l'esotismo, la violenza delle guerre, le colonie. Salazar nel corso del tempo, le parate, le immagini della dittatura, la rivoluzione dei garofani. Tutto senza parole, solo musica discreta (di Antonio de Sousa Dias) e un flusso di associazioni a cui forse manca un po' la presenza della regista, un suo punto di vista, la necessità del lavoro e di questa memoria oggi.

Memoria è anche il film vincitore, Gosto de Tì com Ès (Mi piaci come sei), almeno nel suo muoversi in quella Lisbona meno attuale ma sempre presente come la festa di Sant'Antonio, che impegna tutti i quartieri della città nell'organizzazione di sfilate. Ognuno ha le sue canzoni, i suoi costumi, il suo maestro di cerimonie (un po' come nel carnevale brasiliano, pure se ci dicono che in Portogallo l'immigrazione che arriva dal Brasile è ancora quella più emarginata). Protagonista del film è una famiglia di Bica. Silvia Firmino trentenne al primo lungometraggio la segue per molti mesi prima dell'evento. Ne filma la preparazione, le lunghe discussioni, la scelta mai facile (e spesso con lite e disarmonie) di chi sfilerà il gran giorno, la chiacchiere del quartiere pure maligne, malumori e invidie, che dice il «gran capo» vanno subito fermate. Poi i costumi, gli allenamenti, il trucco, le prove di canzoni e coreografie fino alla vigilia e la gran giorno della gara, un crescendo frenetico di voci, gesti, parole (la Bica inoltre non vince da molti anni). I protagonisti che si preparano, gli altri che cucinano, dispongono tavoli, organizzano il quartiere. Eccoli con i colori oro e rosso e la sincronia del movimento passare davanti agli occhi di pubblico e giudici. E dopo la festa, una notte lunghissima che entra nel giorno (come vuole Lisbona), cibo, confusione, il nervosismo che cresce aspettando i risultati davanti alla tv. La Bica vince, il film si chiude sulla gioia. Ma non è un ritratto del passato, la nuova Lisbona dei caffè acciaio e vetro molto tendenza contro la vecchia, Mi piaci come sei . Lo dice anche il titolo. Iniettando allegria carioca alla «saudade» nazionale racconta una storia, un evento che appartiene alla cultura portoghese non ufficiale ma popolarissima che nella sua tensione da vigilia Benfica-Porto, è un il cuore di questo film. Silvia Firmino è stata assistente di Pedro Costa, la star delle giovani generazioni nel film che sta preparando (un altro capitolo nella vita di Vanda) e con lui condivide l'attenzione alla durata, il lavoro sul tempo in progressione che è approccio sensibile a personaggi, volti, rituali, meccanismo narrativo. Non c'è alcuna nostalgia pure se molto ci dicono su globalizzazione e mutamenti sociali del mondo le sue immagini, la seduzione sta in quell'universo scoperto piano piano, nei suoi risvolti inediti, nel fuoricampo che non è la parata ma sono i piccoli e grandissimi eventi che la preparano confusi e intrecciati a queste trasformazioni. La tradizione che si fa presente, che entra nella vita di ogni giorno con leggerezza e nella complicità paziente (e mai compiaciuta) della cineasta. Un movimento sensibile che diventa cinema.