Donne e conoscenza storica

 

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Mariuccia Ciotta in IL Manifesto

6 Settembre 2002

In Controrrente, La prigione delle donne, film d'esordio della giovane iraniana Manijeh Hekmat, sceneggiatrice, aiuto-regista, produttrice, anche lei (come molti qui) sedotta da «una storia vera». Sembra che i film siano ormai una risposta al silenzio e alle bugie dei telegiornali. Falsi documentari, drammatizzazioni di «fatti realmente accaduti» dilagano, per dire storie censurate come quella di Magdalene, i conventi cattolici irlandesi dove fino al 1996 venivano segretate, torturate, sfruttate le «peccatrici». Un esempio clamoroso di integralismo cattolico, negato dall'Avvenire e dall'Osservatore romano, che in questi giorni hanno fatto tiro a segno con il film di Mullan, molto amato dai festivalieri. Che paura. Se lo negano, sono pronti a riaprire le «case di intolleranza», tanto «non sono mai esistite».

Il film di Hekmat è il corrispettivo islamico di Magdalene, o quasi, perché le detenute sono anche «comuni», assassine per legittima difesa, e insubordinate alla rivoluzione khomeneista. Un bel film corale, in tensione, dalle mille personalità combattenti, piene di humor, resistenza al nemico, di canti, balli, bambini, dominato da due donne nemiche-amiche, la direttrice della prigione e la detenuta dura e generosa. Le prigioniere iraniane non sono «illustrate» come le cattoliche irlandesi, ma dirigono loro il film-documentario, frutto di una lunga ricerca-immersione nelle carceri di Teheran. Stile asciutto, raffinato, mai contagiato dalla violenza che scorre tra le sbarre.