Donne e conoscenza storica
         

Rassegna Stampa

«Control room», il documentario di Jehane Noujaim

sta in Il manifesto 30, 8, 2004

 


Al Jazeera seduce il cinema
«Control room», il documentario di Jehane Noujaim, presentato al festival di Edimburgo
Media oriente Girato nelle stanze della televisione araba a Doha durante l'attacco americano all'Iraq, il film è già uscito negli Usa dove ha raccolto consensi
DONATELLA DELLA RATTA


Control room, il documentario della trentenne Jehane Noujaim girato nelle stanze di Al Jazeera a Doha durante l'attacco americano all'Iraq, è approdato al festival di Edimburgo che si è appena concluso. Dopo un primo passaggio alla vetrina Sundance, ha fatto parlare di sé in tutti gli States, giunto al momento in cui la fede incrollabile nella macchina da guerra americana cominciava a vacillare proprio in casa Usa. E, infatti, negli States Control Room piace. La stampa si è data un gran daffare per recensirlo, il botteghino ha staccato biglietti e consensi. Control Room è un piccolo film indipendente, fatto con pochi soldi, troupe leggera di sole due persone (la stessa Noujaim e Hani Salama, guidati dall'esperienza di Abdallah Scheilfer, che è produttore esecutivo del documentario nonché direttore del prestigioso centro di giornalismo dell'Università americana del Cairo), che racconta dal quartier generale di Al Jazeera a Doha l'andamento della prima fase della guerra all'Iraq (quella che termina con la solenne proclamazione della vittoria di Bush, grottesca se rivista in questi giorni di sangue). Noujaim, padre siriano-libanese, madre americana, studi ad Harvard, è alla sua seconda esperienza come regista, avendo co-diretto nel 2001 il documentario Startup.com sul crash della bolla Internet. La regista dice con fermezza di non essere una giornalista e, dunque, di non aver mirato a un obiettivo preciso o a una tesi da dimostrare rispetto ad Al Jazeera. Piuttosto, si è lasciata guidare dai suoi personaggi: Samir Khader, senior producer della rete; Hassan Ibrahim, giornalista; Josh Rushing, ufficio stampa marine al CentCom, il quartier generale degli Usa a Doha che è anche il centro stampa da cui si diramano ai media di tutto il mondo i comunicati americani sull'andamento della guerra in Iraq. Samir Khader comincia spiegando che Al Jazeera fa democrazia oltre che televisione, fa la scuola «dell'opinione e l'opinione contraria» a tutto il mondo arabo. È convinto che «non si può combattere una guerra senza media, e che ogni operazione militare che non ne tenga conto non è una buona operazione militare». Hassan Ibrahim fa il corrispondente per Al Jazeera, conosce bene la cultura western essendo sposato con un'inglese: «gli Usa sono la nazione più potente del mondo, e su questo tutti sono d'accordo, gli Usa fanno la guerra e la vincono, anche su questo tutti sono d'accordo, ma gli Usa non possono pretendere che il mondo ami questo». Josh Rushing è dell'ufficio stampa del commando militare Usa a Doha, faccia pulita e passato che tocca per poco Hollywood. Ha il compito di parlare con i giornalisti di tutto il mondo proprio perché sa descrivere la guerra come un film, azioni spettacolari, pochi morti e obiettivi alti: «liberare gli iracheni, non togliere loro il petrolio o occupare il Medio Oriente», risponde con gentilezza e fermezza ad Ibrahim. Tre personaggi, fermi su uno sfondo fisso, appartenenti a mondi non comunicanti, quello arabo e americano.

Qui si era fermato il precedente documentario su Al Jazeera, titolo Al Jazeera exclusive (un passaggio allo scorso Festival dei Popoli di Firenze), girato dalla Bbc nello stesso periodo in cui gira Noujaim. Ben Anthony, autore del documentario, aveva fatto le sue scelte di personaggi (compariva fra questi Ibrahim Helal, il bravissimo caporedattore di Al Jazeera passato poi alla Bbc) e dato loro gli attributi di «buoni», contro i «cattivi» che cercavano di mettere a tacere la libertà d'espressione. Noujaim è andata oltre, ha mischiato le carte, e il marine Josh Rushing ne è la prova: dovrebbe parlare ufficialmente parole che sanno di fatti e certezze, invece si sofferma in conversazioni aperte con il corrispondente di Al Jazeera. Cerca di spiegare che la questione palestinese agli occhi di un americano non è legata all'Iraq, prova a snocciolare le ragioni della paura occidentale che il Medio oriente sia instabile e vada «reso sicuro». Rushing riesce a dire che vedendo le immagini dei prigionieri americani mandate in onda da Al Jazeera ha provato orrore. Ma «il giorno dopo ho visto altre immagini, ed erano stavolta iracheni, feriti, morti. Ho provato disgusto, ma dopo un po' sono andato a cena. Non era lo stesso sentimento, e di questo ne soffro». Sentire parlare così l'ufficio stampa del Centcom è cosa rara (e infatti dopo la proiezione di Control room il signor Rushing ha smesso di parlare per i marines, forse per i dubbi troppo umani espressi). Allo stesso modo, Khader afferma che manderebbe i suoi figli a studiare negli Usa, prenderebbe un lavoro alla Fox se glielo offrissero e scambierebbe volentieri «l'incubo arabo con il sogno americano». Forse Control room piace agli americani dello shock post-Abu Ghraib che cercano di ritrovare volti umani dietro alla guerra per accomunare, non separare. E senz'altro piacerà a chi vuol vedere Al Jazeera come una rete fatta di esseri umani, piuttosto che di spietati diffusori del verbo antiamericano e pro-terrorista. Piacerà meno a chi si aspetta non i primi piani e l'emotività delle facce, ma campi lunghi e spiegazioni politiche oltre che rassicurazioni umane. Quelle venti miglia che a Doha separano la sede di Al Jazeera dal commando centrale delle forze Usa, il più grande quartier generale militare americano in Medio Oriente, rimangono ancora un mistero da indagare.