Donne e conoscenza storica
         

Rassegna Stampa

sta in Il manifesto 4,2, 2004

La sadica flessibilità
Incontro con Francesca Comencini e Nicoletta Braschi, regista e protagonista di Mi piace lavorare, in prima alla prossima Berlinale. Un film sull'inferno del «mobbing»
ROBERTO SILVESTRI
ROMA

 



Sviluppato sulla base di un audiovisivo sul mobbing, che Francesca Comencini ha girato mesi fa con la Cgil, in forma di video, intervistando una dozzina di vittime di questa sofisticata pratica di emarginazione psicologica perpetrata dalle aziende su dipendenti da «danneggiare-isolare-costringere alle dimissioni», l'originalissimo film «di finzione» ambientato a Roma, Mi piace lavorare , coprodotto da Rai cinema e Bim, budget 300 mila euro, è stato presentato ieri alla stampa. Dedicato a chi lotta contro la globalizzazione dall'alto e all'ex marito della regista, il produttore francese Daniel Toscan du Plantier, morto improvvisamente proprio durante il festival di Berlino del 2003, il film si avvale di uno staff tecnico artistico leggerissimo e di prim'ordine, capace di improvvisare «sullo spartito scritto», e grazie a un set molto realistico (gli uffici Acea di Roma) nuove orchestrazioni di dialoghi, luci, suoni e raccordi come in una jam session jazz (Bigazzi ai colori, Fiocchi al montaggio, Paola Comencini e Antonella Berardi all'art direction, Alberto Amato ai suoni, Trovesi e Coscia alle musiche). Mi piace lavorare rappresenterà l'Italia alla prossima Berlinale, sezione Panorama, dove verrà proiettato l'11 febbraio, prima di uscire il 13 febbraio in una ventine di nostre sale.

È un «lento, ferale, inesorabile stillicidio» una progressiva, inarrestabile discesa nell'inferno del mobbing di Anna (Nicoletta Braschi), segretaria di terzo livello, donna mite e sola, con padre malato e figlia undicenne a carico, che la società in cui lavora (con perizia, entusiasmo e esperienza) decide, dopo la fusione con una multinazionale, e per «ottimizzare i profitti», di emarginare attraverso un rituale sadico e spietato. Proprio perché Anna è «troppo» ingessata dalla legge per la sua particolare situazione familiare), e poco sindacalizzata (si disinteressa perfino della questione «articolo 18») ed è diventata dunque, come tutte le lavoratrici madri, il nemico (più facile da liquidare) della flessibilità totale e assoluta.

Bisogna solo distruggerla nella dignità personale, romperne la psiche, rendere il suo destino incerto e precario, isolandola sempre più dal «branco», dai colleghi che senza neppure accorgersene cadono negli stratagemmi che l'ufficio «Risorse Umane» conosce oggi a menadito per dividere e dominare, come il vallettismo alla Fiat di un tempo utilizzava capetti e fascisti contro l'operaio di linea e l'operaio-massa («mob è appunto il gruppo, è termine etologico, lorenziano», ci spiega Nicoletta Braschi con esattezza filologica).

Due anni dopo il bellissmo documentario sull'assassinio di Carlo Giuliani («l'ho visto e l'ho trovato molto delicato e rispettoso nel raccontare il dolore, ed è una «qualità estetica» importante, e quando Francesca mi ha chiesto di interpretare Anna, come unica attrice professionista dell'intero cast, ho subito detto di sì», confessa la ex fatina di Pinocchio), Francesca Comencini ha realizzato questo horror sulla vita d'azienda degno di In compagnia dei lupi , «un luogo pericolosissimo e abitato da minacciosi uomini e donne bianche, in paragone le nostre strade metropolitane, ingentilite per fortuna, come la nostra piazza Vittorio di Roma, da extracomunitari, ambulanti e persone normali di questo tipo, sono un luogo molto più sicuro». «È proprio grazie al rapporto con la figlia Morgana (Camille Dugay Comencini, figlia della regista) che vive l'età in cui si comincia a contestare il modello materno che Anna saprà reagire, lottare e vincere la sua causa. È una donna molto diversa da me - aggiunge del suo ruolo Nicoletta Braschi - ma proprio per questo è una buona sfida: a suo modo è una donna orgogliosa anche se tarda a reagire».

Tre delle storie vere che Francesca Comencini aveva registrato in video sono state fuse insieme nel film, «senza inventare praticamente nulla della situazioni rappresentate e spesso anche di certe frasi dette». Eravamo senza segretaria di edizione e solo lo sforzo collettivo di sindacalisti e amici che hanno lavorato nei loro tempi liberi ci ha consentito di portare l'avventura in porto». Certo, un film speciale: «oggi è difficile in Italia fare film che parlino della realtà e del mondo del lavoro», aggiunge Comencini, a differenza che in Francia (Laurent Cantet) o Gran Bretagna (Ken Loach) o in Spagna (I lunedì del sole). Ma Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema, assicura interesse per questo tipo di progetti (anche a basso budget, anche reralizzati con macchina a mano, attrezzatura leggera), anche senza la certezza di un «prime time» tv. Ora Nicoletta Braschi prepara qualcosa a teatro e la produzione del prossimo film che Roberto Benigni (a cui Mi piace lavorare è piaciuto) sta scrivendo con Vincenzo Cerami.

Ps. Per ogni problema di violenza sul lavoro, lo sportello anti-mobbing della Cgil è in via Buonarroti 33, Roma.