Donne e conoscenza storica | ![]() |
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sta in Il manifesto 4,2, 2004 La censura
dell'oscenità | |||||
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Provi a raccontare in poche frasi «Anatomie de l'enfer». È un film che mette di fronte un uomo e una donna, lei lo paga per essere guardata dove non è guardabile. La trovo una frase magnifica. È anche un film molto barocco, sofisticato, poetico, senza alcun legame con la realtà. Forse è il mio film più radicale, la sceneggiatura era inesistente, a leggerla veniva subito da chiedersi: come si fa a farne un film? Che vuol dire «una donna che paga un uomo per farsi guardare dove non è guardabile»? Come renderlo cinematograficamente? Ma qui sta anche la sfida, cercare cioè di stanare la pornografia per trovare l'oscenità, per scoprire se esiste. È una ricerca che ci porta molto lontani dalle norme della società, dalle piccole associazioni che difendono le famiglie... Perché il senso del divieto è così forte? La censura manovra un apparato repressivo con la scusa dell'«osceno» senza dire cosa significa. Volevo scoprirlo. All'orgine c'è il suo romanzo, «Pornocratie». Lei ha scritto anche la sceneggiatura di «Anatomie de l'enfer». È stato complicato muoversi tra i due testi? Avevo il romanzo sul computer, ho cominciato a fare un lavoro di copia-incolla. Mi sono resa subito conto che del libro non poteva restare nulla. Alla fine infatti c'erano solo degli appunti. La mia montatrice a cui era piaciuto molto il romanzo, quando l'ha letta si è infuriata. Diceva che era impossibile farne un film. Per me la cosa che conta è arrivare sul set. Fino a allora pensavo anche che avesse ragione ma quando abbiamo iniziato le riprese avevo più fiducia. Come faccio sempre mi sono chiesta cosa sarebbe stata la prima inquadratura. Se ce l'ho tutto va avanti facilmente. Così è stato e in modo fantastico. È il film con meno soldi che ho fatto, eppure abbiamo lavorato in uno stato di grazia. La parola per me conta poco, è importante che si faccia cinema, che si trasformi in immagine anche se in Anatomie de l'enfer il testo è bellissimo, musicale, molto complesso. Rocco (Siffredi, ndr) credeva di non farcela a recitarlo. Vedendo questo film si pensa al cinema muto e naturalmente alla pittura, che è il punto di partenza. Per questo ho organizzato la mostra coi fotogrammi, ognuno di loro è un quadro in cui l'equilibrio risulta perfetto. Rispetto «Une vrai jeune fille» molto è cambiato... Intanto questo è il decimo film, diciamo però che nel corso del tempo ho provato a spostare lo sguardo dalla sessualità vissuta nel quotidiano a un'astrazione in cui tutto si determina. Une vrai jeune fille racconta il costituirsi della consapevolezza di una ragazza. Non c'è però una riflessione su quali sono le cause della vergogna rispetto al sesso. Vergogna che è causata dallo sguardo altrui, che non ci appartiene ma diventa nostra nel momento in cui veniamo determinati come individui nello sguardo dell'altro. È molto difficile fare il percorso inverso. In Une vrai jeune fille c'è la semplicità della sopportazione. Anche Romance in un certo senso è più legato al quotidiano, c'è una coppia, un matrimonio, un tradimento... Qui ci sono un uomo e una donna, siamo tornati all'origine duemila anni dopo. E in questa loro sfida sensuale non c'è la parola. La scansione in quattro giorni, il Cristo sul letto, i colori così a contrasto... Come è arrivata a queste scelte? Tutto è venuto un po' per caso, il Cristo l'ho trovato al mercato delle pulci dove cercavo le stoffe. Volevo un giallo caldo, invece c'era solo quello limone che dà subito l'idea della pubblicità... Ora so che tutto è determinato, forse anche la scelta di Lisbona dovuta ai costi più bassi. Quel Cristo rispecchiava il viso di Amira (Casar, ndr). Come Cristo lei paga l'uomo per donargli la conoscenza, per forzarlo a guardare mentre lui preferisce essere il maschio forte, che uccide invece di amare. La scoperta che fa della sensibilità grazie a lei riguarda il linguaggio, lo porta dalla dimensione della bestia a quella dell'essere umano. Anatomie de l'enfer è un racconto iniziatico alla fine del quale l'uomo è umano, la sua nuova forza gli arriva dal pensiero e non dall'essere il maschio predatore. Quindi è anche una nuova debolezza. Perché il cartello prima dei titoli di testa che specifica l'uso della controfigura di Amira Casar nelle scene di sesso? È stata una sua richiesta. Non ero d'accordo, così è come se il film si sdoppiasse. Ho costruito il suo personaggio sulle sfumature del viola e del rosso. Ora resta un solo tono, è un po' una perdita di senso.
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